Introduzione: il caos e la circolarità tra ordine e disordine
Inizio con una piccola malizia. Ascoltando gli interventi precedenti, ho ricordato un proverbio arabo: “Chi parla per ultimo nel consesso dei sapienti è meglio per lui che si alzi, taccia ed esca”. Le relazioni appena concluse sono di grande rilievo e finezza: hanno allargato il perimetro del mio intervento, inevitabilmente più modesto. Partiamo da una premessa: svilupperò questo tema sterminato come un trittico. La prima tavola raffigura il caos, la seconda il creato e la creazione, la terza la decreazione: il ritorno al caos. Il riferimento testuale sarà sempre la Genesi. Ammiro un pubblico così numeroso e attento: l’ascolto è a volte molto più importante del parlare, richiede profonda sintonia ed empatia.
La musica come metafora della Creazione e del Caos
Avrei voluto iniziare con l’ascolto di un brano musicale. Vi invito a recuperare un oratorio straordinario di Franz Joseph Haydn: *Die Schöpfung*, la Creazione. È il Natale del 1800: il primo console è Napoleone Bonaparte. Durante la stesura, il musicista confessava la propria emozione: “Non mi sono mai sentito così pio come lavorando a questo oratorio. Ogni giorno cadevo in ginocchio e pregavo Dio: chiedevo la forza necessaria al felice compimento dell’opera”. La partitura culmina in un coro finale straordinario: “Tutte le voci inneggino al Signore, lo ringrazino tutte le sue opere, risuoni un cantico corale di lode alla gloria del suo nome. La gloria del Signore duri in eterno. Amen”. Questo è il trionfo finale, ma l’inizio è l’elemento cruciale: la rappresentazione sonora del contrasto tra creazione e caos. La musica si apre con un disperdersi dei suoni: i fili sonori sembrano sfilacciarsi in un autentico caos acustico. All’improvviso irrompe un potente do maggiore: riunisce le note disperse e dà inizio all’armonia del creato. I rumori disordinati rappresentano il caos: il do maggiore incarna l’irrompere della parola divina.
La prima tavola: il Caos nella Genesi
Riservo la prima tavola del mio trittico al caos. La Bibbia privilegia il tempo rispetto allo spazio: la storia è caotica, ma percorsa da un segreto filo d’oro messianico guidato da Dio. Analizziamo la rappresentazione del caos nel primo capitolo della Genesi. Il versetto 2 recita: “La terra era in principio *tôhû wābôhû*”. L’espressione ebraica è una pura onomatopea: evoca la dimensione informe e confusa della materia originaria. Il francese conserva questa nobile formula: la usava persino Racine: *Tohu-bohu*. Non c’è armonia in queste parole: sono la traduzione sonora del caos. La terra era informe e deserta. Il secondo elemento è l’oscurità: le tenebre (*ḥōšeḵ*) ricoprivano ogni cosa. La tenebra è la negazione della luce: rappresenta una realtà inconsistente e priva di figure, uno spazio percorso a tentoni. Il terzo elemento è l’abisso: l’ebraico usa la parola *Tĕhôm*. Il termine richiama *Tiāmat*: la divinità negativa delle cosmogonie orientali, in perenne lotta contro il dio creatore Marduk. L’abisso biblico è il vuoto: la rappresentazione plastica del nulla e del caos. Il quarto elemento caotico sono le acque: lo spirito di Dio vi aleggiava sopra.
Tiriamo le fila: *tôhû wābôhû*, tenebra, abisso, acque. Il gioco continuo tra l’essere e il nulla si muove su due categorie limite. La prima è l’opposizione tra luce e tenebra. La Bibbia usa la luce per rappresentare il divino. Il motivo è semplice: la luce del sole è immanente, ci attraversa, ci specifica, permette la visione. Allo stesso tempo proviene dall’alto: è inafferrabile, invincibile, trascendente. La tenebra è l’opposto: sigla biblica della morte, del nulla, del caos. Nel libro di Giobbe, il protagonista descrive così il proprio sprofondamento: “Paese di tenebre e di ombre mortali. È il paese della caligine e dell’opacità, dell’oscurità e del caos, in cui la stessa luce è tenebra fonda” (Giobbe 10,21-22). La luce nera: l’assoluta negazione. Il concetto biblico di creazione non è panteistico. L’umanità abita il limite: siamo fragili e in bilico su un crinale diviso tra il versante luminoso dell’essere e quello tenebroso del nulla.
L’acqua come metafora della divinità creatrice
Passiamo alla seconda tavola: l’irruzione di Dio. La dinamica della creazione biblica è sorprendente e scandita da un ritmo preciso nell’originale ebraico: *Wayyōmer ĕlōhîm yĕhî-‘ôr wayhî-‘ôr*. Dio disse: “Sia la luce!”, e la luce fu. Il creato è frutto di una parola: nasce da un imperativo divino. Le altre cosmogonie antiche descrivono una lotta marziale tra la divinità dell’essere e quella del nulla: la Bibbia sceglie l’immagine della parola. Essa è la realtà più fragile in assoluto, ma al contempo la più potente: cattura l’attenzione e trasforma l’ascoltatore, ma può lasciare tracce viziose e distruttive. Nel Deuteronomio (4,12) Mosè riassume così l’esperienza del Sinai: “Dio vi parlò di mezzo al fuoco, voce di parole, suono di parole, voi ascoltaste. Immagine alcuna, voi non vedeste. Soltanto una voce”. Dio è la grande voce: non una statua. L’unica vera immagine di Dio (Genesi 1,27) è l’uomo: maschio e femmina. Il Dio creatore è rappresentato dal due unito nell’amore: genera e continua la creazione.
L’inno iniziale del Vangelo di Giovanni riprende questo concetto: “In principio c’era il Verbo, il Logos”. Nel Faust di Goethe, il protagonista fatica a tradurre il termine *Logos*. Valuta *das Wort* (la parola), *die Kraft* (la potenza creatrice), *der Sinn* (il senso della realtà): sceglie infine *die Tat*, l’atto. È una traduzione imperfetta per il tedesco, ma intimamente aderente al testo biblico: l’ebraico usa un’unica parola, *dābār*, indicando inseparabilmente parola e atto.
La Genesi ripete per sette volte la formula: “Dio vide che era *ṭôb*”. Raggiunto l’uomo, il testo adotta il superlativo: *ṭôb mĕ’ōd*. Il termine ebraico *ṭôb* è polisemantico: significa “buono”, “utile” e soprattutto “bello”. Esiste una radicata dimensione estetica dell’essere: la bellezza testimonia la vittoria sul caos e sul nulla. Il Libro della Sapienza ricorda la via analogica: dalla grandezza e bellezza delle creature si contempla il loro artefice. Il Libro dei Proverbi (capitolo 8) descrive la sapienza creatrice di Dio come una fanciulla (*’āmôn*): “Ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui ogni istante sul globo terrestre”. Per la sapienza antica i grandi universali erano *verum*, *bonum* e *pulchrum*: l’essere riunisce verità, morale e bellezza.
La terza tavola: il destino umano e la caduta nell’abisso
Arriviamo alla terza e ultima tavola: il destino umano. Sulla faccia della terra irrompe l’uomo. Nell’originale biblico il termine *’ādām* non è un nome proprio: possiede l’articolo, *hā-‘ādām*, e indica l’umanità intesa come personalità corporativa. Un filosofo annotava: “Adamo è mio padre, sono io ed è mio figlio”. Esiste un’unica razza umana: disseminata in mille etnie e forme, ma intrinsecamente unica.
La Genesi assegna a questo individuo un duplice compito. Il primo lo rende viceré del creato: deve soggiogare e dominare gli animali. I verbi originali delineano un orizzonte preciso. Il verbo *kāḇaš* (soggiogare) significa esplorare e mappare un territorio: conoscere il contesto circostante. Il verbo *rādāh* (dominare) richiama l’azione del pastore: guida il gregge dall’alto, lo conduce verso le oasi e lo fa crescere. L’uomo è il pastore dell’essere.
Nel secondo capitolo l’uomo è chiamato a “coltivare e custodire” la terra. Ritorna il rischio della caduta nel caos: la custodia può degenerare in cieco sfruttamento. L’uomo abita sotto l’albero della conoscenza del bene e del male: un albero della morale. Il frutto viene donato: bene e male sono realtà oggettive, antecedenti ed eccedenti l’individuo. La libertà spinge l’uomo a strappare il frutto: pretende di decidere autonomamente il confine tra bene e male.
Le conseguenze colpiscono il creato: “Maledetto il suolo per causa tua. Spine e cardi produrrà per te”. L’inquinamento e la devastazione ecologica riportano la creazione verso il caos: i terreni inariditi odierni offrono una triste testimonianza. Una parabola musulmana illustra la genesi dei deserti. Dio crea il mondo come un giardino verdeggiante, ammonendo l’uomo: “Ogni volta che commetterai un’ingiustizia, lascerò cadere un granello di sabbia”. L’umanità ignora l’avvertimento: il susseguirsi di egoismi e prevaricazioni accumula sabbia e genera i deserti.
In questo scenario interviene il diluvio: la decreazione e il ritorno al caos. Il sesto capitolo della Genesi riporta un severo giudizio divino: “La malvagità degli uomini era grande sulla terra, ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male sempre”. Dio si pente e decide di cancellare l’umanità assieme agli animali. La perversione umana provoca l’irruzione distruttiva del caos. L’ultima parola appartiene però alla speranza. Sopra le acque emerge l’arca di Noè: una minima resistenza del bene. Alla fine Dio disegna l’arcobaleno: depone l’arco da guerra e sancisce una nuova alleanza.
**Conclusione: un appello all’impegno**
Concludo richiamando su questo palco due figure lontanissime. La prima è Henry Miller: scrittore americano fieramente anticristiano, autore di dirompenti opere scandalo. Nel descrivere il nostro tema annota: “Caos: vocabolo col quale indichiamo un ordine che non riusciamo a comprendere e a decifrare”. Il caos è un’illusione strutturale: nasconde un senso sfuggente come il male stesso. L’anagramma di “caos” è “caso”: un termine scientificamente riconsiderato rispetto al passato. Parlare di caos significa affrontare frontalmente la realtà tangibile del male.
La seconda testimonianza appartiene allo scienziato danese Niels Steensen: noto in Italia come Niccolò Stenone. A lui si devono il “dotto di Stenone” e le leggi base della cristallografia. Non fu un semplice studioso: divenne sacerdote, vescovo di Hannover e infine Beato. Vi lascio con una sua formidabile massima: “Belle sono le cose che si vedono. Più belle quelle che si conoscono. Bellissime quelle che si ignorano”.
(NB: trascirzione quasi letterale dell’audio registrato durante la conferenza tenuta a Modena il 19/09/2026 dalle ore 15 alle 16. I tiloli dei paragrafi sono stati generati da intelligenza artificial)
