Un passo diverso in tema di affettività e sessualità: dobbiamo farlo urgentemente se vogliamo smettere di piangere femminicidi e violenze su donne e omosessuali. La necessità di ricostruire le relazioni è al centro del nuovo saggio di Lucia Fronza Crepaz “Un altro passo” (ViTrend edizioni). A Fronza Crepaz, pediatra e saggista, deputata DC al parlamento (1987-1994), abbiamo chiesto di spiegarci il perché del titolo e la direzione impressa all’opera.
“Il libro parte da una domanda: come fare a spiegare il valore cristiano di matrimonio, convivenza e sessualità alla gioventù odierna, ai nostri figli e ai loro amici? Dopo le interviste contenute nel testo, la mia conclusione è netta: ci vuole un altro passo. Significa incontrare i giovani dove sono, senza aspettarli a casa nostra. È un altro modo di camminare insieme a loro: non dobbiamo andare avanti dicendo «seguiteci perché questa è la direzione giusta», né rincorrerli; dobbiamo camminare accanto. I giovani non sono un deserto valoriale. A differenza della nostra generazione, che era in opposizione a quella precedente, i ragazzi odierni hanno voglia di averci accanto, pur sentendosi diversi”.
Nel saggio cita Bonhoeffer: il matrimonio non si regge su un semplice amore privato, ma su un’investitura e un ufficio. Oggi c’è una forte tendenza alla privatizzazione dell’amore: legato al sentimento, sempre meno una questione sociale. Una famiglia giovane, immersa nella precarietà economica e lavorativa, come fa ad assumersi questa pesante investitura?
“Dobbiamo liberarci di un cliché: noi cattolici abbiamo spesso in testa l’idea della famiglia perfetta, quella formata da un uomo e una donna indissolubilmente legati con tanti figli. L’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco lo dice chiaramente: un modello non esiste, esistono tante famiglie in cammino. Dobbiamo cercare quotidianamente di aprirci e di accorgerci di ciò che ci circonda, passando dall’ascoltare al sentire. Nei diversi modelli di famiglia c’è una potenzialità da tirare fuori. Spesso è il nostro sguardo che cambia le persone: una visione preconcetta costringe l’altro dentro un modello e lo fa sentire rifiutato. Tenendo lo sguardo largo, diamo all’altro la possibilità di essere se stesso. La sfida per queste coppie in difficoltà è comprendere una verità: più si danno e più ricevono”.
Nel sesto capitolo parla di neuroscienze e orfanità educativa, citando Paul MacLean e il cervello trino. La scuola arranca e gli adulti fuggono le responsabilità genitoriali per rifugiarsi nell’aspetto puramente legale dei diritti del figlio. Possiamo ricostruire una pedagogia dell’affettività concreta, lontana dal vecchio moralismo e vicina ai reali bisogni dei ragazzi?
“Questo capitolo non era previsto: sono state le interviste dei giovani a impormelo. Tutti loro hanno espresso la preoccupazione per la generazione che li segue. Sentono il bisogno di mostrare ai più giovani una sessualità bella, intesa come dono e conquistata pian piano, valore dopo valore. Lo psichiatra Alberto Pellai spiega che gli adolescenti non hanno ancora sviluppato il lobo frontale: noi adulti dobbiamo essere il loro lobo frontale. Senza incarcerarli con regole, ma con l’esempio, con l’accompagnamento e con il perdono. Da pediatra e da nonna di un’adolescente avverto questa responsabilità: essere un lobo frontale fatto di no, ma anche di spiegazioni e di capacità di ricominciare sempre, qualunque cosa sia successa”.
La Chiesa fatica a rinnovare i propri linguaggi, nonostante la spinta di Papa Francesco. Quale passo pratico dovrebbero compiere le parrocchie per accogliere l’istanza di parità assoluta chiesta dai ragazzi? E cosa si può fare, anche a scuola, per superare le chiusure ideologiche verso l’educazione all’affettività?
“La Chiesa possiede una risorsa splendida che ancora non sfrutta appieno: le famiglie. Ancora non sono considerate veri compagni di viaggio per il Magistero, eppure hanno una capacità di accompagnamento unica nell’abituare i figli, fin da bambini, a essere uomini e donne. Sanno spiegare cose che vescovi e sacerdoti, pur con altri carismi importantissimi, non sanno comunicare. Questo è il primo passo. Il secondo è il discernimento, metodologia indicata da Francesco e da Leone: mettersi insieme a capire il tempo attuale alla luce della Parola di Dio. Bisogna applicarlo a matrimonio, convivenza e sessualità. Dobbiamo educare i bambini fin da piccoli alla diversità, liberi dagli stereotipi: il bambino può piangere e la bambina può arrampicarsi sull’albero. Serve la consapevolezza di essere un corpo sessuato, trattata con delicatezza a seconda dell’età. Imploro i governanti, locali e nazionali, perché la famiglia da sola non ce la fa. La scuola deve fare educazione alla relazione e all’affettività, senza la paura infondata di insegnare il sesso ai bambini. Ogni età ha la sua capacità di ricezione; esistono molti studi, anche di autori cattolici, su come affrontare questi temi. Guai a non affrontarli, soprattutto oggi: attraverso internet i ragazzi hanno un primo approccio alla sessualità violento, improntato sulla misurazione delle prestazioni e sulla sottomissione della donna”.
In Italia, nel 2026, accadono ancora episodi drammatici: padri che, davanti alla confessione dell’omosessualità del figlio, reagiscono con la violenza dicendo «meglio morto che omosessuale». Questo accade in una nazione cattolica. C’è una responsabilità della Chiesa in tutto questo?
“Una ragazza da me intervistata afferma che le religioni a volte hanno cementato la cultura patriarcale. Si sono occupate più della sessualità maschile che di quella femminile; si sono concentrate sul consenso al momento del «sì» perpetuo, trascurando il consenso quotidiano dentro la coppia. Il consenso non è un documento burocratico in cui si stabilisce cosa uno può o deve fare, come ironizza certa cultura patriarcale. Consenso significa occuparsi dell’altro, capirlo, farsi uditori delle sue richieste ed esprimere le proprie. In questa visione, l’omosessualità non è una scelta peccaminosa, è uno stato. È una realtà che scopri dentro di te, non qualcosa che si diventa. Manca la cultura su questo tema. Oggi, dentro una parte della Chiesa, ci sono pagine bellissime che devono diventare patrimonio di tutti: l’omosessualità è uno stato che va rispettato. Siamo tutti figli dello stesso Padre, ed è possibile realizzare un grande disegno in ciascuna persona”. (intervista pubblicata su L’Adige del 29 luglio 2026)
