Nel bosco per uscire dalla vacuità.

 

Uscire per un pò dalla vacuità per entrare in un bosco ad ascoltare la vita. E’ quanto ha proposto Paolo Cognetti,  in una passeggiata letteraria il 2 maggio, nel giardino botanico alpino delle Viote, organizzata all’interno del Trento Film Festival. Cognetti, prima documentarista, impegnato nel sociale, e poi dal 2004 scrittore, ha letto brani  del suo ultimo romanzo “Le otto montagne” (Einaudi).  

 

Gli abbiamo domandato cos’è che una passeggiata nel bosco  può aggiungere alla lettura del suo romanzo?

 

“Non è semplice rispondere. Forse può venirmi incontro Rigoni Stern che diceva: “Non si è mai soli in un bosco”. Intendeva probabilmente che il bosco è il luogo delle vite, non di solitudine. Diverso è andare in montagna dove ad una certa altezza non c’è vegetazione, ma roccie e ghiacciai. Il bosco è pieno di vite oltre alla nostra: animali e alberi a cui ci dobbiamo accostare con grande attenzione. Per riuscire a percepire queste presenze. Il bosco inizialmente si ritira e si nasconde. Leggere, dentro un bosco, può essere un modo per guardarlo meglio, per porvi maggiore attenzione. Quando sono venuto a vivere in montagna, a 2000 metri, in Valle d’Aosta, mi sembrava di essere, all’inizio, in un posto vuoto. Avevo con me “Arboreto selvatico”, il libro di Rigoni Stern, dove ogni racconto è un albero, come una persona da narrare. A 50 metri dalla mia casa c’è un bosco di abeti e larici: con il libro di Stern mi sembrava di capire meglio gli alberi, miei nuovi vicini di casa. Un libro letto in un bosco può aiutarci a capire, sentire meglio ciò che abbiamo attorno”.

 

In Trentino ultimamente si usa tagliare gli alberi e lasciare tronchi e rami sul posto. Il risultato estetico non è certo dei più esaltanti. Accade anche in Valle d’Aosta?

“E’ un argomento su cui sto leggendo tante cose: meglio lasciarli come sono i boschi? Pulirli o tagliarli? Ci sono valutazioni che non dipendono solo dall’estetica. Il bosco di pino silvestre accanto a casa mia è pieno di tronchi tagliati e abbandonati. La forestale ha pensato che sia un bene per il bosco lasciare del materiale a marcire sul terreno. Non so se questo sia del tutto vero, forse non è un’idea campata per aria: certo è che camminare in un bosco così, pieno di alberi tagliati, non è il massimo”.

 

Il titolo del libro, “Le otto montagne”, ha qualcosa a che fare con l’ottuplice sentiero buddhista?

“Esattamente: normalmente mi trovo a doverla mostrare questa relazione del mio romanzo con il buddhismo. Non viene percepita subito, ma è proprio questo il senso del titolo”.

 

Quindi come stanno assieme queste otto montagne coi sentieri del Buddha?

“Al cuore del libro c’è un’amicizia tra due uomini. Si conoscono da ragazzini e, tra lontananze ed alterne vicende, diventano adulti assieme. Uno dei due personaggi è il montanaro: per tutta la vita non si allontana dalla sua montagna. L’altro, Pietro, il narratore, cresciuto a Milano, il mio alter ego, fa molta fatica a trovare il suo posto nel mondo. Diventa una di quelle persone destinate a vagare. Durante un viaggio sull’Himalaya, uno dei suoi amori, trova un portatore nepalese ed è lui a spiegargli l’idea delle otto montagne. Al centro della ruota, simbolo buddhista che rappresenta l’ottuplice sentiero, c’è una montagna altissima, che nella tradizione induista-buddhista è il monte  Meru. Chi ha imparato di più: colui che ha fatto il giro delle otto montagne o chi ha scalato quella più alta? Pietro allora capisce il senso della sua amicizia con Bruno, il montanaro, che aveva trovato la sua montagna da scalare. La vita del protagonista  invece era stato un vagare tra le altre otto montagne”.

 

Il Buddha con l’ottuplice sentiero indica la strada per superare e spegnere il desiderio: è quel che desidera anche lei? “Sono molto combattuto tra le due tradizioni: quella orientale che vede nel desiderio qualcosa da oltrepassare e quella occidentale dove nella passione c’è un valore positivo, nell’innamorarsi, appassionarsi e anche soffrire. La filosofia orientale che ci vorrebbe senza passioni non riesco ad abbracciarla fino in fondo. Anche se sto bene  nella pace, nella tranquillità che appartengono all’oriente e alla montagna. Mi sento di oscillare tra  le due filosofie così come sono a metà tra montagna e città. In realtà non ho mai deciso definitivamente di andare a vivere in montagna e non posso fare a meno, ogni tanto, di tornare a Milano”.

 

Cos’è che le piace più dei nostri tempi e cosa non riesce a sopportare?

“Non sopporto la grande vacuità: sono innervosito dalla onnipresenza dei mezzi di comunicazione, il cui ruolo troppo spesso è il semplice intrattenimento. Un rumore di fondo che denota una grave mancanza di qualità. Insopportabile il rapporto con la cultura, con la lettura, con le relazioni: tutti a livello superficiale. E’ una grave minaccia alla qualità del nostro vivere. Più difficile dire cosa mi piaccia dei nostri tempi. Spero che il progresso tecnico ci permetta di vivere in modo più ecologico. Il montanaro della tradizione, contrariamente a quanto si pensa, non è attento all’ambiente, ecologico. Anzi: proprio chi vive in montagna a volte è più favorevole ad opere di cementificazione, ad una scarsa attenzione ai rifiuti. Forse perché ha un’idea distorta di progresso. La tecnica oggi potrebbe aiutarci a vivere senza inquinare e rispettando l’ambiente.

 

C’è un altro romanzo in arrivo? “Ho un altro viaggio in mente, in Nepal, il prossimo autunno, da cui potrebbe venire fuori una nuova storia”.

Pubblicato su L’Adige del 3 maggio 2017