Addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività.

Siamo costantemente connessi, eppure profondamente isolati. Per l’antropologo Pietro Vereni l’uscita dalla nevrosi individuale impone una scelta netta: ri-ritualizzare la vita sociale attraverso la presenza viva dei corpi. Vereni è docente all’Università “Tor Vergata” di Roma e ricercatore con varie esperienze sul campo. Ad FBK di Trento ha tenuto il seminario “Fusione o identificazione? Rituali, memoria e (dis)connessione sociale tra isolamento e comunità”. L’evento era organizzato dal Centro per le Scienze Religiose (FBK-ISR): si inserisce nel ciclo “Solitudine e comunione nella religione e nell’etica”, coordinato dal direttore Massimo Leone.

Vereni rovescia un luogo comune: la solitudine odierna non deriva dall’assenza di appartenenze. Il problema è qualitativo: troppa identificazione astratta, poca fusione reale. Esorta a un cambio di passo: meno decostruzione, più ricostruzione. Gli abbiamo domandato quali possono essere i mattoni concreti per edificare nuovi riti civici
“Il primo mattone è la consapevolezza: la postura rituale è una necessità evolutiva della nostra specie – risponde Vereni – ma abbiamo bisogno di decisori politici capaci di attivare sequenze rituali socialmente riconosciute. L’antropologo Harvey Whitehouse evidenzia un paradosso nel suo libro “L’animale rituale”: durante il Covid implementare rituali significativi sarebbe stato più utile dell’imporre solo comportamenti strumentali. Il rito ha un’opacità causale: è un comportamento di fronte al quale sfuggono le connessioni di causa ed effetto. La gestione britannica della pandemia ha fallito proprio qui: le regole cambiavano in continuazione, mentre le persone cercavano disperatamente pattern di azione e sequenze ordinate”.

Perché gli esseri umani hanno un bisogno così vitale di assecondare questa inclinazione rituale?
“E’ una modalità di adattamento: i gruppi di ominidi capaci di sviluppare questa postura rituale avevano maggiori probabilità di sopravvivere. Parliamo di sovra-imitazione: l’atteggiamento di copiare un comportamento anche senza capirne lo scopo. I primati non lo fanno: saltano la sequenza incomprensibile e puntano dritti all’obiettivo pratico. I bambini agiscono diversamente: imitano ogni passaggio, anche il più apparentemente illogico. Lo fanno per lanciare un messaggio chiaro alla persona imitata: io appartengo a questo gruppo. La motivazione profonda è l’inclusione sociale: partecipare a un rito serve a confermare e saldare la propria appartenenza”.

I rituali ad “alta intensità” generano fusione identitaria: il lato oscuro porta chiusura, esclusività, ostilità tribale verso l’esterno. Come possiamo pensare rituali aggreganti: pratiche capaci di densità relazionale senza degenerare in violenza?
“Questa è la sfida delle scienze sociali: offrire competenze per ricostruire. Dobbiamo addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività. Un metodo efficace è la defusione all’interno di gruppi chiusi: clan criminali, sette, frange estremiste. In Inghilterra hanno fatto incontrare ex detenuti e hooligans : condividere narrazioni neutralizza l’intensità della fusione. Il racconto decostruisce l’artificialità del ricordo originario. Possiamo applicare questo modello a traumi collettivi: i sopravvissuti a un terremoto faticano a ritrovarsi in un quadro sociale condiviso. Creare gruppi di ascolto strutturati attorno a piccoli riti aiuta a ricostruire l’orizzonte sbriciolato”.

Le piazze digitali estremizzano l’isolamento: ci identifichiamo in bolle ideologiche restando chiusi in casa. La ricostruzione necessita di un ritorno radicale all’esperienza fisica?
“Lo spazio digitale apre frontiere inesplorate. L’assenza del corpo rappresenta tuttavia un limite strutturale insormontabile. Senza la presenza dei corpi condivisi, la dimensione rituale si impoverisce: scivola verso la nevrosi individuale. Le comunità possono essere deterritorializzate o transnazionali: ma senza l’interazione effettiva del corpo sociale, il movimento si spegne. La soluzione esige fisicità: usare meno il telefono a favore di esperienze reali. Jonathan Haidt invita a limitare i consumi digitali sotto i 16 anni : stiamo abbandonando i nostri figli in uno spazio virtuale pericolosissimo per lo sviluppo cerebrale e per le interazioni sociali. Lo spazio può essere virtuale: il tempo impiegato non lo è. La pandemia ha frantumato i nostri ritmi : dobbiamo riritualizzare la vita sociale attraverso l’interazione reale dei corpi”.

(pubblicato sul quotidiano L’Adige di Trento marzo 2026)