Genesi. Dal Caos al Cosmo. Intervento di Gianfranco Ravasi al festival filosofia 2026 –

Introduzione: il caos e la circolarità tra ordine e disordine
Inizio con una piccola malizia. Ascoltando gli interventi precedenti, ho ricordato un proverbio arabo: “Chi parla per ultimo nel consesso dei sapienti è meglio per lui che si alzi, taccia ed esca”. Le relazioni appena concluse sono di grande rilievo e finezza: hanno allargato il perimetro del mio intervento, inevitabilmente più modesto. Partiamo da una premessa: svilupperò questo tema sterminato come un trittico. La prima tavola raffigura il caos, la seconda il creato e la creazione, la terza la decreazione: il ritorno al caos. Il riferimento testuale sarà sempre la Genesi. Ammiro un pubblico così numeroso e attento: l’ascolto è a volte molto più importante del parlare, richiede profonda sintonia ed empatia.

La musica come metafora della Creazione e del Caos
Avrei voluto iniziare con l’ascolto di un brano musicale. Vi invito a recuperare un oratorio straordinario di Franz Joseph Haydn: *Die Schöpfung*, la Creazione. È il Natale del 1800: il primo console è Napoleone Bonaparte. Durante la stesura, il musicista confessava la propria emozione: “Non mi sono mai sentito così pio come lavorando a questo oratorio. Ogni giorno cadevo in ginocchio e pregavo Dio: chiedevo la forza necessaria al felice compimento dell’opera”. La partitura culmina in un coro finale straordinario: “Tutte le voci inneggino al Signore, lo ringrazino tutte le sue opere, risuoni un cantico corale di lode alla gloria del suo nome. La gloria del Signore duri in eterno. Amen”. Questo è il trionfo finale, ma l’inizio è l’elemento cruciale: la rappresentazione sonora del contrasto tra creazione e caos. La musica si apre con un disperdersi dei suoni: i fili sonori sembrano sfilacciarsi in un autentico caos acustico. All’improvviso irrompe un potente do maggiore: riunisce le note disperse e dà inizio all’armonia del creato. I rumori disordinati rappresentano il caos: il do maggiore incarna l’irrompere della parola divina.

La prima tavola: il Caos nella Genesi
Riservo la prima tavola del mio trittico al caos. La Bibbia privilegia il tempo rispetto allo spazio: la storia è caotica, ma percorsa da un segreto filo d’oro messianico guidato da Dio. Analizziamo la rappresentazione del caos nel primo capitolo della Genesi. Il versetto 2 recita: “La terra era in principio *tôhû wābôhû*”. L’espressione ebraica è una pura onomatopea: evoca la dimensione informe e confusa della materia originaria. Il francese conserva questa nobile formula: la usava persino Racine: *Tohu-bohu*. Non c’è armonia in queste parole: sono la traduzione sonora del caos. La terra era informe e deserta. Il secondo elemento è l’oscurità: le tenebre (*ḥōšeḵ*) ricoprivano ogni cosa. La tenebra è la negazione della luce: rappresenta una realtà inconsistente e priva di figure, uno spazio percorso a tentoni. Il terzo elemento è l’abisso: l’ebraico usa la parola *Tĕhôm*. Il termine richiama *Tiāmat*: la divinità negativa delle cosmogonie orientali, in perenne lotta contro il dio creatore Marduk. L’abisso biblico è il vuoto: la rappresentazione plastica del nulla e del caos. Il quarto elemento caotico sono le acque: lo spirito di Dio vi aleggiava sopra.

Tiriamo le fila: *tôhû wābôhû*, tenebra, abisso, acque. Il gioco continuo tra l’essere e il nulla si muove su due categorie limite. La prima è l’opposizione tra luce e tenebra. La Bibbia usa la luce per rappresentare il divino. Il motivo è semplice: la luce del sole è immanente, ci attraversa, ci specifica, permette la visione. Allo stesso tempo proviene dall’alto: è inafferrabile, invincibile, trascendente. La tenebra è l’opposto: sigla biblica della morte, del nulla, del caos. Nel libro di Giobbe, il protagonista descrive così il proprio sprofondamento: “Paese di tenebre e di ombre mortali. È il paese della caligine e dell’opacità, dell’oscurità e del caos, in cui la stessa luce è tenebra fonda” (Giobbe 10,21-22). La luce nera: l’assoluta negazione. Il concetto biblico di creazione non è panteistico. L’umanità abita il limite: siamo fragili e in bilico su un crinale diviso tra il versante luminoso dell’essere e quello tenebroso del nulla.

L’acqua come metafora della divinità creatrice
Passiamo alla seconda tavola: l’irruzione di Dio. La dinamica della creazione biblica è sorprendente e scandita da un ritmo preciso nell’originale ebraico: *Wayyōmer ĕlōhîm yĕhî-‘ôr wayhî-‘ôr*. Dio disse: “Sia la luce!”, e la luce fu. Il creato è frutto di una parola: nasce da un imperativo divino. Le altre cosmogonie antiche descrivono una lotta marziale tra la divinità dell’essere e quella del nulla: la Bibbia sceglie l’immagine della parola. Essa è la realtà più fragile in assoluto, ma al contempo la più potente: cattura l’attenzione e trasforma l’ascoltatore, ma può lasciare tracce viziose e distruttive. Nel Deuteronomio (4,12) Mosè riassume così l’esperienza del Sinai: “Dio vi parlò di mezzo al fuoco, voce di parole, suono di parole, voi ascoltaste. Immagine alcuna, voi non vedeste. Soltanto una voce”. Dio è la grande voce: non una statua. L’unica vera immagine di Dio (Genesi 1,27) è l’uomo: maschio e femmina. Il Dio creatore è rappresentato dal due unito nell’amore: genera e continua la creazione.

L’inno iniziale del Vangelo di Giovanni riprende questo concetto: “In principio c’era il Verbo, il Logos”. Nel Faust di Goethe, il protagonista fatica a tradurre il termine *Logos*. Valuta *das Wort* (la parola), *die Kraft* (la potenza creatrice), *der Sinn* (il senso della realtà): sceglie infine *die Tat*, l’atto. È una traduzione imperfetta per il tedesco, ma intimamente aderente al testo biblico: l’ebraico usa un’unica parola, *dābār*, indicando inseparabilmente parola e atto.

La Genesi ripete per sette volte la formula: “Dio vide che era *ṭôb*”. Raggiunto l’uomo, il testo adotta il superlativo: *ṭôb mĕ’ōd*. Il termine ebraico *ṭôb* è polisemantico: significa “buono”, “utile” e soprattutto “bello”. Esiste una radicata dimensione estetica dell’essere: la bellezza testimonia la vittoria sul caos e sul nulla. Il Libro della Sapienza ricorda la via analogica: dalla grandezza e bellezza delle creature si contempla il loro artefice. Il Libro dei Proverbi (capitolo 8) descrive la sapienza creatrice di Dio come una fanciulla (*’āmôn*): “Ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui ogni istante sul globo terrestre”. Per la sapienza antica i grandi universali erano *verum*, *bonum* e *pulchrum*: l’essere riunisce verità, morale e bellezza.

La terza tavola: il destino umano e la caduta nell’abisso
Arriviamo alla terza e ultima tavola: il destino umano. Sulla faccia della terra irrompe l’uomo. Nell’originale biblico il termine *’ādām* non è un nome proprio: possiede l’articolo, *hā-‘ādām*, e indica l’umanità intesa come personalità corporativa. Un filosofo annotava: “Adamo è mio padre, sono io ed è mio figlio”. Esiste un’unica razza umana: disseminata in mille etnie e forme, ma intrinsecamente unica.

La Genesi assegna a questo individuo un duplice compito. Il primo lo rende viceré del creato: deve soggiogare e dominare gli animali. I verbi originali delineano un orizzonte preciso. Il verbo *kāḇaš* (soggiogare) significa esplorare e mappare un territorio: conoscere il contesto circostante. Il verbo *rādāh* (dominare) richiama l’azione del pastore: guida il gregge dall’alto, lo conduce verso le oasi e lo fa crescere. L’uomo è il pastore dell’essere.

Nel secondo capitolo l’uomo è chiamato a “coltivare e custodire” la terra. Ritorna il rischio della caduta nel caos: la custodia può degenerare in cieco sfruttamento. L’uomo abita sotto l’albero della conoscenza del bene e del male: un albero della morale. Il frutto viene donato: bene e male sono realtà oggettive, antecedenti ed eccedenti l’individuo. La libertà spinge l’uomo a strappare il frutto: pretende di decidere autonomamente il confine tra bene e male.

Le conseguenze colpiscono il creato: “Maledetto il suolo per causa tua. Spine e cardi produrrà per te”. L’inquinamento e la devastazione ecologica riportano la creazione verso il caos: i terreni inariditi odierni offrono una triste testimonianza. Una parabola musulmana illustra la genesi dei deserti. Dio crea il mondo come un giardino verdeggiante, ammonendo l’uomo: “Ogni volta che commetterai un’ingiustizia, lascerò cadere un granello di sabbia”. L’umanità ignora l’avvertimento: il susseguirsi di egoismi e prevaricazioni accumula sabbia e genera i deserti.

In questo scenario interviene il diluvio: la decreazione e il ritorno al caos. Il sesto capitolo della Genesi riporta un severo giudizio divino: “La malvagità degli uomini era grande sulla terra, ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male sempre”. Dio si pente e decide di cancellare l’umanità assieme agli animali. La perversione umana provoca l’irruzione distruttiva del caos. L’ultima parola appartiene però alla speranza. Sopra le acque emerge l’arca di Noè: una minima resistenza del bene. Alla fine Dio disegna l’arcobaleno: depone l’arco da guerra e sancisce una nuova alleanza.

**Conclusione: un appello all’impegno**
Concludo richiamando su questo palco due figure lontanissime. La prima è Henry Miller: scrittore americano fieramente anticristiano, autore di dirompenti opere scandalo. Nel descrivere il nostro tema annota: “Caos: vocabolo col quale indichiamo un ordine che non riusciamo a comprendere e a decifrare”. Il caos è un’illusione strutturale: nasconde un senso sfuggente come il male stesso. L’anagramma di “caos” è “caso”: un termine scientificamente riconsiderato rispetto al passato. Parlare di caos significa affrontare frontalmente la realtà tangibile del male.

La seconda testimonianza appartiene allo scienziato danese Niels Steensen: noto in Italia come Niccolò Stenone. A lui si devono il “dotto di Stenone” e le leggi base della cristallografia. Non fu un semplice studioso: divenne sacerdote, vescovo di Hannover e infine Beato. Vi lascio con una sua formidabile massima: “Belle sono le cose che si vedono. Più belle quelle che si conoscono. Bellissime quelle che si ignorano”.

(NB: trascirzione quasi letterale dell’audio registrato durante la conferenza tenuta a Modena il 19/09/2026 dalle ore 15 alle 16. I tiloli dei paragrafi sono stati generati da intelligenza artificial)

Caos, cosmo, dinamica della trasformazione. Salvatore Natoli

Intervento di Salvatore Natoli al Festival Filosofia 2026, Modena sabato 19 settembre 2026.
“Caos, cosmo, dinamica della trasformazione”. Questa mia riflessione si dividerà in due parti: un quadro generale o cornice per delineare che cosa si debba intendere in modo più determinato con il termine caos-cosmos, e la seconda parte perché parlare proprio oggi di caos. Perché il festival della filosofia non ha scelto questo titolo, questo lemma a caso. Allora, un quadro generale sul significato caos-cosmos: perché oggi parlare del caos.
​Ora, la parola caos-cosmos è già indicativa di una circolarità. Cioè il caos non si dà mai in assoluto separato dal cosmo. Genera ordine, l’ordine precipita nel disordine, il disordine rigenera ordine in una circolarità infinita. Il termine caos-cosmos, diciamo che lo ha coniato nel ’39 Joyce, in questo poema, questo macro poema in quattro volumi, Finnegans Wake, che sostanzialmente è il racconto, la veglia di un sogno, un sogno raccontato, che ha la caratteristica di una contaminazione linguistica, è costruito dalla combinazione di 40 lingue circa, con riferimenti culturali i più diversi, ecco, appunto una scrittura caotica che vuole raccogliere dentro di sé tutto il mondo, il tutto. E questa parola caos, caos-cosmos appare una sola volta nel poema. E appunto la formula intende essere una descrizione del tutto, “ogni persona, posto e cosa di alle” (ecco il termine tedesco per tutto) “in qualsiasi maniera”. Ecco qui il gioco linguistico, il conio di parole nuove: “gruppichino”, “stava muovendosi e cambiando per ogni parte del tempo”, “il calacorno”, “il viaggio”, “gli scritti”, “vocaboli che col passare del tempo saranno variamente declinati, diversamente pronunziati, altrimenti compitati, mutevolmente espressi”. Ecco, questa circolarità, circolarità agitata, non è il ciclo della ripetizione, ma è la ripetizione della composizione e della scomposizione. Ma non a caso lui apre con la parola “riverrun” che è un’altra invenzione linguistica, dove il riferimento è al giro del fiume, ma anche “er”, all’eterno errare, al vagare, anche allo sbagliare. Ecco, quindi nella composizione di questo poema Joyce si è ispirato anche alla circolarità a spirale di Vico, ai corsi e ricorsi, però non sulla stessa linea, ma nel congiungimento di fine e origine, origine e fine. E qui torniamo alla parola origine.
​L’origine del Caos nel pensiero greco: apertura e potenza generante
​Cosa vuol dire caos? Più o meno in tutte le relazioni di oggi troverete il riferimento alla parola greca caos, quindi sarò breve nell’indicare questa provenienza. Ecco, caos per i greci non era confusione, che è il modo corrente con cui si intende caos. Caos per i greci era l’apertura, l’aprirsi, l’origine. Infatti deriva dal verbo casco, caino, che vuol dire mi spalanco, mi apro. Ma notate bene, non l’aperto come il già aperto. Ma l’aperto nell’atto stesso dell’aprirsi. Perché il già aperto è dominabile dallo sguardo, anche se abissale e contenibile, dominabile. Ma l’aprirsi nell’atto dell’aprirsi, o lo spalancarsi, non è qualcosa che tu osservi e domini, ma è la dimensione germinale del tutto. Non a caso il significato della parola caos ha a che fare con lo sbadiglio, l’apertura aperta. L’apertura aprentesi, e quindi, capite bene, che il significato profondo del caos non è la confusione, ma è l’esplosione della forza. È l’esplosione dell’energia ed è una energia che nel suo esplodere non ha ancora l’articolazione della differenza, è la pura potenza, la pura forza. Ecco, ragionando in termini di fisica e di cosmologia, il caos greco è equivalente al Big Bang dei fisici, è questo aprirsi, questo spalancarsi.
​Però questa dimensione della forza, della generazione, era ben presente in Esiodo, perché caos appare nella teogonia, ed è l’origine. Ciò che per primo esiste è il caos, protista caos. Però, subito dopo, Esiodo aggiunge un verbo: geneto, caos geneto. Cioè si è generato da se stesso, quindi nella parola stessa genesis, generare, c’è questa dimensione del caos come apertura, potenza generante, forza. Ora questa forza nell’espandersi si determina in forme. Se questa forza non si determinasse in forme, se questo indifferenziato non producesse forme svanirebbe, ed è solo nel formarsi che consiste. Quindi questa esplosione ha una forza che tende alla metamorfosi in figure, in forme. Non a caso, nella teogonia, appunto da questa dimensione caotica come apertura comincia la genealogia del cielo e degli dei, il sistema ordinato dell’universo. Notate bene che il primo dio che indica la potenza generante che emerge dal caos, vale la pena ricordarlo, è eros. Caos genera eros, legatelo a egeneto e vedete che il caos è forza e potenza generativa. E quindi una disposizione, un movimento verso le forme.
​Diciamo che ci sono delle parole anche in altre lingue che corrispondono al caos di Esiodo. Per esempio il tedesco Ursprung, springen, lo si dice dello scaturire di una fonte, dell’uscire dall’acqua, anche qui una dimensione energetica. E anche in modo più morbido, ma che dà l’idea di questa forza che prende forma, è nel latino origo, orior, che vuol dire levarsi, il sole che si innalza. Ecco, quindi vedete, la dimensione del caos è questa potenza. Ora una potenza ho detto che genera ordine ed è predisposta all’ordine, quindi si può parlare in un certo senso del caos come una morfogenesi, una generazione di forme. E quindi nel differenziarsi emerge qualcosa di determinato. Il caos si determina al modo di fenomeni emergenti. La fisica contemporanea parla appunto delle teorie del caos come fenomeni emergenti.
​Morfogenesi e fenomeni emergenti: la vita come costante trasformazione
​Il nostro fisico Parisi definisce la proprietà emergente in questo modo: la presenza di innumerevoli agenti, atomi, molecole, ma anche piante, animali che interagendo tra loro producono comportamenti collettivi che si presentano solo quando il numero degli agenti è estremamente elevato. E porta un esempio molto semplice: l’acqua, l’ebollizione o il consolidamento. Se non ci fosse una massa consistente di molecole non si potrebbe parlare di evaporazione, solidità. Ecco, il sistema caotico è un sistema fatto di diversi elementi che si compongono secondo forme.
​Ora questa dinamica della composizione del molteplice secondo una linea e un orientamento vale per la cosmologia, vale per la storia della natura, ma la teoria della complessità, questo comporsi e regolarsi vale per tutti i sistemi variabili. Variabili e al tempo stesso ordinati. E quindi vale soprattutto per la vita. Il metabolismo è sostanzialmente una dimensione costante di trasformazione di ciò che l’organismo riceve e di ciò che l’organismo espelle. Un vivente vive della sua stessa trasformazione. Nel momento in cui non si trasforma più, si decompone, ma la stessa decomposizione, la stessa morte, questo già lo sapeva la filosofia presocratica, i fisiologi, la stessa morte non è dissoluzione, ma la stessa morte è matrice di una ricomposizione. Gli elementi che si dissolvono producono nuova vita. C’è tutta una grande letteratura, una poesia che in un certo senso raffredda la dinamica distruttiva della morte, sottolineando che l’elemento è quello della trasformazione. Si vive in altro, ecco, ci sono dei poeti che dicono che dalla corruzione nasce il fiore, gemma la pianta. Ed è singolare quasi, guardando le cose da questo punto di vista, che se c’è una zona normalmente popolata di verde, a parte il freddo dei marmi, sono i cimiteri. Quasi a ricordare le fronde, il fiore, che non è solo un atto di devozione, ma è una riaffermazione di vita. Ecco, questa è la dimensione della vita come metamorfosi.
​Questo vale anche per l’attività umana, vale per gli ecosistemi, perché gli ecosistemi sono tutti sistemi di trasformazione con una pluralità di elementi. Già da tempo i naturalisti lo sapevano, già da tempo immemorabile, ma oggi è diventata anche una vulgata letteraria la dimensione della sensibilità delle piante, la capacità che le piante hanno di lottare tra di loro e nello stesso tempo di proteggersi. Una pianta cede vita all’altra pianta se è necessario, gli dà l’alimento, ma nello stesso tempo la aggredisce. Io avevo un amico che era un cultore di rose, e allora c’era un albero, un rampicante di rose che ha dovuto tagliare perché soffocava la pianta. Ecco, vedete questi elementi caotici che sono distruttivi ma anche rigenerativi, costruttivi.
​La prevedibilità del Caos e i sistemi aperti e chiusi
​E questo vale per la vita, vale per gli ecosistemi, vale anche per gli elementi di variabilità introdotti dagli uomini. Perché gli uomini con la loro azione generano complessità. Uno dei luoghi eminenti della variazione, della variabilità, del cambio di valore, è la borsa. Nella borsa noi ci troviamo sostanzialmente di una variazione di valore che può essere lenta o accelerata. Tutto questo cosa vi suggerisce? I fisici questo lo sanno, che il caos non solo non è confusione, non solo è potenza che si ordina, ma proprio perché è potenza che si ordina in qualche modo il caos è prevedibile. Cioè si può individuare la tendenza verso cui si muove, i fisici parlano: i movimenti caotici hanno degli attrattori. E questo per esempio si ha nella previsione del tempo. La previsione del tempo è più giusta per un arco di tempo più lungo di quanto non lo sia per il giorno successivo. Perché nell’arco lungo c’è l’attrattore del movimento, si coglie una regolarità. Parisi ha preso il premio Nobel proprio in quanto ha studiato i sistemi complessi.
​Quindi c’è una possibilità di individuare un ordine, però, ecco l’importante, non un ordine lineare. Non il passaggio di causa ad effetto in modo lineare e continuo, ma piuttosto in modo caotico. E questa dimensione del caos cosmos nella fisica è apparsa fondamentalmente già matura lungo il corso dell’Ottocento. Non voglio dilungarmi molto ma non voglio sostituirmi ai fisici, alcune premesse di questo ci sono già in Newton, poi vengono riformulate in Poincaré e poi in modo esplicito nel 1969 da Lorenz studiando appunto le variazioni climatiche ed termiche. E a questo punto non citerò un qualcosa che ormai è diventata sostanzialmente una formula diffusa e notoria, della farfalla in Brasile che genera l’uragano in Texas. Che cosa vuol dire questo? Che mentre nei sistemi chiusi e ripetitivi la dimensione del ciclo è stabile e ricorrente, e quindi essendo lineare permette di prevedere esattamente il futuro, non solo, ma anche di ritornare nel passato, un po’ come il moto degli astri. Se voi prendete il moto degli astri e poi lo proiettate al contrario, vedete che tornerà. Mentre nei fenomeni caotici, la piccola differenza all’inizio può diventare l’uragano. E questo perché? Perché noi non possiamo mai identificare nella realtà in modo perfetto i fenomeni iniziali. L’inizio non è mai puntuale, perché nell’inizio si può produrre una piccola divergenza che poi diventa una grande divergenza e produce un fenomeno caotico, che a suo modo è disordine, ma si struttura in modo ordinato.
​Se io ho visto sostanzialmente un po’ gli abstract degli interventi, di tutti gli interventi di questo festival, più o meno ognuno a seconda del tema e dell’ambito che ha scelto ha sviluppato la stessa tesi. Caos cosmico, circolarità, ordine, disordine, disordine, ordine, a seconda dei vari ambiti, perché ho già visto che questa dinamica di fondo si applica a tutte le strutture del reale. La teoria del caos, e quindi da questo punto di vista, il primato dell’accadere. Non la stabilità dell’essere, ma il primato dell’accadere. Qui mi viene in mente Wittgenstein, tanto per citarlo, “il mondo è la totalità di ciò che accade”. È l’accadimento. Non c’è un momento fisso, ecco questo c’è. In natura c’è perché ci sono sistemi isolati e ripetitivi. E sono sistemi quelli isolati e ripetitivi che tendono a perire definitivamente. Qui c’è stato il grande lavoro di Prigogine che ha mostrato che un sistema chiuso tende a morire, un sistema aperto tende a rigenerarsi. Un sistema chiuso, immaginate una piastra che riceve calore. Questo calore si diffonde man mano, alla fine tutto perde energia e si torna al freddo. Se la piastra è isolata. Ma se c’è un calore che la alimenta, allora noi abbiamo un caos che fluisce ordinatamente. Quindi i sistemi chiusi deperiscono. Soltanto i sistemi aperti, e la natura è un sistema aperto regolato sullo scambio, è costitutivamente rigenerativa.
​Dalla fisica antica al crollo del dualismo tra cielo e terra
​Ora dico di passaggio perché non posso dilungarmi, se questo mostra che il caos genera, che il caos in qualche modo è misurabile, perché si può individuare una tendenza, c’è un attrattore che lo indica, se questo è vero, è anche vero che il caos è una dimensione distruttiva. Cioè nel caos qualcosa si perde. Allora è vero che per un verso tutto si rigenera, però la entità determinata si perde, perisce. L’individuo, quando torna alla terra, nutre la terra, ma in quanto individuo sparisce. Quindi nel caos non solo c’è qualcosa che si perde, ma negli stadi finali, quando ci si allontana dall’equilibrio, prima che si apra una biforcazione che permette il riprodursi di un’altra forma, c’è lo spasmo. Quando qualcosa deperisce ed è arrivato al massimo della sua instabilità c’è lo spasmo della fine, ma lo spasmo della fine è l’emersione della forza del principio. Questo oggi lo ha scoperto la scienza contemporanea, e non voglio muovermi oltre perché non voglio togliere il posto a degli scienziati che parleranno di questo meglio di me. Ma voglio soltanto indicare che questa idea era in qualche modo già intuita dai fisiologi, vedi anche presocratici, dove il mondo è sostanzialmente composizione e scomposizione.
​Pensate a Empedocle, i quattro elementi che si compongono e si scompongono. Pensate all’atomismo, gli atomi che si compongono e si scompongono, pensate alle omeomerie di Anassagora. Tra l’altro questi personaggi sono stati anticipatori perché una delle ragioni per cui Anassagora fu condannato è quello di dire che il sole era una pietra incandescente. E quindi una dimensione unificata di cielo e terra. Mentre nella tradizione, ecco, e qui veniamo ad un punto che riguarda l’altro aspetto, cioè l’elemento del cosmo, la terra è stata sempre disordinata. Il mondo sublunare è stato sempre disordinato. Ma gli antichi avevano l’idea di cosmo che era data dal movimento dei cieli. Quello che ho detto a partire da Newton ha mostrato che tra cielo e terra non c’è differenza. Che il movimento dei cieli, anche lì ci sono delle piccole variazioni. Newton, la meccanica celeste di Newton da questo punto di vista è interessantissima. Gravitazione universale, va bene, tutti i pianeti gravitano intorno al sole, però l’attrazione gravitazionale è anche dei pianeti tra loro. Questo produce nel tempo un differenziale minimo delle orbite, tant’è che lo stesso Newton diceva “questo differenziale minimo delle orbite può portare al collasso dell’universo, e siccome l’universo lo ha creato Dio per evitare il collasso ogni tanto interviene a regolare le orbite”. Quello che ha scoperto la fisica contemporanea è che questo tipo di ragionamento è sbagliato, perché già Heisenberg parlava del principio di indeterminazione, quindi le varianti, il movimento dell’insieme, non più considerare la composizione dei movimenti partendo dai singoli movimenti, ma definire i singoli movimenti dal movimento complessivo. E così che, Parisi dice, si muovono gli stormi. Si muovono non sommando i movimenti singolari del singolo uccello ma della dinamica del gruppo. Dove non c’è nessuno che trascina, non c’è nessun capo, ed è la tendenza del gruppo.
​Ora, questa dimensione è quindi presente sin dal mondo antico, solo che nel mondo antico appunto c’era la differenza tra cielo e terra. Il cielo sempre ordinato, la terra disordinata, fino al Medioevo, pensate alla cosmologia dantesca. Il mondo sublunare, il mondo della generazione, della corruzione, e quindi del caos, della scomposizione, i cieli, il mondo della rotazione eterna, perfetta, senza scomposizione. Ecco, larga parte dell’umanità ha maturato questa idea, è vissuta sotto il cielo. Larga parte dell’umanità è vissuta sotto la stabilità del cielo. A partire dalla modernità i cieli sono stati sfondati. Tutta la grande cosmologia moderna ha messo in movimento, e quindi si è tornati fondamentalmente a un’idea integrale della natura come insieme cosmo caotico.
​Identità e scambio: la teoria dei sistemi e la differenziazione sociale
​Ora, credo che questo grosso modo abbia dato la cornice, e intuitivamente io già ve l’ho indicato, questa dimensione appare in ogni sistema. Perché la caratteristica del sistema, un passaggio molto breve, ogni forma, ogni struttura, è posta in un ambiente. Tutto ciò che nasce, nasce in un ambiente, e ha una sua struttura, una sua forma, una sua modalità di riproduzione e di conservazione. Dicevo il metabolismo del vivente. Ma il metabolismo cos’è? È due cose insieme. È un sistema aperto ed è un sistema chiuso. È aperto perché si nutre da quello che viene fuori. Ma quello che viene fuori, quando entra nell’organismo, viene trasformato dalla macchina dell’organismo. Cioè non resta come è fuori, viene elaborato. E come viene elaborato dal corpo? Secondo la sua regola, secondo la sua conformazione, secondo la sua struttura. È chiaro che questa struttura deve essere rigida, deve essere chiusa, altrimenti non potrebbe trasformare se non distruggendosi. Ma nello stesso tempo non è isolata. È aperta, quindi il sistema universo, il sistema vivente è uno scambio tra forme aperte e chiuse. Aperte perché senza la relazione con l’ambiente deperirebbero come il sistema chiuso, chiuse perché se non avessero la loro identità si dissolverebbero. Quindi capite bene molto, e questo si può applicare alla vita, alla politica. Identità e scambio. L’identità assoluta è putrefazione, l’identità e scambio è trasformazione. E quindi la vita è un universo di relazioni.
​Ora questo vale, dicevo, per ogni sistema. Vale per i sistemi naturali viventi, vale per i sistemi prodotti dagli uomini, che sono i sistemi organizzativi. Cioè il metabolismo non l’ha organizzato l’uomo, è il frutto di una lunga evoluzione, di una storia evolutiva. Ma quando gli uomini hanno cominciato a organizzarsi sulla terra, è chiaro che l’organismo per vivere, perché il metabolismo funzioni, ha bisogno evidentemente di scambiare con l’esterno. Però il cibo bisogna procurarselo. E allora a questo punto ci vuole un’azione rispetto all’esterno. E quindi tutti i viventi a loro modo per stare al mondo si sono organizzati. Quindi la natura è tutta cosmocaotica, ma a seconda dei contesti noi abbiamo un definirsi del cosmo e del caos a seconda della dimensione. Cioè nella natura accade in un modo, e la natura trova il suo equilibrio. L’uomo, per un verso immette caos, per l’altro produce ordine. L’umanità ha prodotto caos e ordine. Innovando ha prodotto caos perché ha rotto una regolarità, ma poi per durare si è stabilizzata in un ordine. La società umana, le relazioni umane sono sistemi di ordinamento della forza, di coordinamento della potenza. E allora come ci sono i sistemi cosiddetti naturali, frutto di una evoluzione della storia naturale, così ci sono le organizzazioni umane che però sono organizzazioni e quindi anche quelle hanno una dimensione di chiusura e di apertura di regole. E questa la teoria dei sistemi l’ha sviluppata, la società si è differenziata in sottosistemi. Quando lo stato era nelle mani di un potere unico o ristretto, c’era una centralizzazione del potere, man mano che si sviluppano le funzioni sociali, che aumentano le prestazioni, allora ciò che prima era unito comincia a dividersi, dall’unità del potere l’articolazione del potere a seconda di quello che deve ordinare. E allora nascono i ministeri, il ministero della finanza, il ministero dell’organizzazione della salute, questo già a partire dalla Chiesa. L’organizzazione della Chiesa, la struttura organizzativa della Chiesa, i cardinali, i dicasteri sono anticipazioni di questo. Allora i sistemi di differenziazione e di ordinamento sono progressivamente cresciuti e quindi la nostra è una società fondamentalmente caotica per la quantità di elementi, ma nello stesso tempo ordinata, perché questi elementi non devono collidere tra di loro. E quindi abbiamo un’articolazione. Abbiamo il sistema della salute che è la medicina, abbiamo il sistema del diritto che regola i rapporti di tendenza di corrispondenza tra gli altri. Allora ogni sottosistema funziona per sé, però nello stesso tempo c’è un’influenza di un sistema sull’altro. Per cui la medicina che è il sistema della cura, ha bisogno della organizzazione sanitaria, e quindi ha bisogno del diritto. E nello stesso tempo il diritto, in quanto deve regolare gli interessi delle diverse persone e dei diritti, deve provvedere a che la cura sia a parimenti servita e diffusa. Ecco, quindi siamo sostanzialmente in una dinamica caotica, di ordini che costantemente si riordinano.
​La sfida della complessità e il sapere come fondamento di libertà
​Capite bene che più si alza la complessità, e più bisogna essere all’altezza della complessità. Più si alza la complessità, più bisognerebbe essere all’altezza del sistema. Ma molte volte non si è all’altezza del sistema. E quindi si è trascinati dal sistema. Si è regolati dal sistema. Allora, la cosa importante è capire quanto la dimensione della competenza sia fondamentale per renderci soggetti trasformatori e non ingredienti passivi di una macchina più grande di noi. E capite per sapere in questo caso, come sempre è stato detto, il sapere non è conoscenza vana, ma come già diceva Bacone “scientia est potentia”. E quindi da questo punto di vista, la dimensione del sapere, se la guardiamo dal punto di vista soggettivo è un obbligo morale, e dal punto di vista dell’organizzazione sociale è un dovere assoluto, perché soltanto dando conoscenza, crea libertà.
​La rottura col passato e l’illusione delle ideologie del progresso
​E allora è venuto il tempo di entrare nella seconda parte. Anche intuite bene che avrei da dire qualche altra cosa sulla prima, ma siccome il quadro è cornice, credo che sia sufficiente per capire che cosa è, cosa si intende per caos-cosmos. Perché caos oggi? Perché gli organizzatori del convegno hanno scelto caos? Perché gli è venuta in mente? Io credo che la ragione ci sia, perché oggi viviamo in una situazione di grande disequilibrio, perché è venuto meno un ordine politico sociale che ha retto, per farla breve, almeno dalla fine del secondo dopoguerra. La prima parte del Novecento è stata una parte drammatica, con un brutto finale tragica. Fortemente innovativa, ma tragica, tutta la grande fisica matura già nella prima metà del Novecento, e poi fiorisce nella seconda metà. Ma la prima metà del Novecento, le due guerre, chiudono qualcosa che aveva segnato la modernità, chiudono le filosofie del progresso. Qual era il tratto delle filosofie del progresso? Il progresso nasce nel moderno, il moderno produce una inversione della temporalità, la prima grande inversione della temporalità. Dinanzi alle culture del ciclo, del dominio del passato, della ripetizione, nella modernità c’è la confutazione del passato. Il moderno nasce rompendo col passato, poi lo riprende sotto banco, e come lo riprende. Però nasce rompendo. Cartesio col dubbio, tutto si mette in dubbio. Hobbes con la guerra, contro Aristotele l’uomo animale sociale, no, l’uomo è diviso. Lasciamo stare in questo momento quali siano gli argomenti e le ragioni, voglio sottolineare soltanto che c’è una confutazione del passato, il passato è considerato come errore. Gli illuministi hanno inventato il Medioevo, il mito del Medioevo come barbarie. Quando si dice “il Medioevo”, oggi noi abbiamo una grande rivalutazione del Medioevo. Gli storici, già da tempo, adesso è diventata anche una cultura diffusa, ma già Marc Bloch nella prima metà del Novecento, c’era una riscoperta del Medioevo. Poi a livello di coscienza collettiva gli storici hanno cominciato a mostrare che no, lì c’era già una sapienza, anche loro regolavano il caos, anche loro avevano delle grandi logiche, cioè uno dei meriti fondamentali del “Nome della rosa” di Umberto Eco è di avere mostrato che quello che si diceva sul Medioevo era un grande errore.
​Però perché era nato questo errore? Perché c’era una spinta in avanti, il passato pesava. E quindi il moderno si apre al futuro. Un futuro costruito dall’uomo, altro grande passaggio. Perché prima il futuro umano c’era, ma il futuro vero era nelle mani di Dio. Nella concezione medievale l’uomo faceva i suoi progetti, e faceva bene a farli, ed era doveroso li facesse, ma a chiudere la partita sarebbe stato il ritorno del Signore che chiudeva la storia. Vi ricordate il passaggio di San Paolo: “arriverò come un ladro”. A voi cosa tocca? Tocca la vigilanza, tocca l’ordo amoris. Ma chi chiude la partita non sarete mai voi. Quindi il movimento dell’uomo verso il futuro era fondamentalmente un’attesa di un futuro che veniva verso di lui. Il moderno spezza questo, e siamo in una dimensione caotica, cioè tutta la dimensione centrata su Dio, che aveva retto secoli, viene frantumata, o quantomeno viene problematizzata. Quindi il futuro fa aggio sul passato, e che cos’è? È lo spazio del progetto umano.
​Però ha un difetto dentro, un difetto dentro, per un verso si sviluppa nella modernità quella differenziazione di cui parlavamo prima, perché la società diventa più complessa, nasce l’industria, l’organizzazione sociale, l’economia. Quindi il sistema si differenzia progressivamente, con una tendenza infinitaria. Però le ideologie del progresso hanno avuto l’idea di potere dirigere in modo lineare un qualcosa che si svolgeva in modo a ventaglio, in modo complesso, disarticolante. Quindi dentro la modernità maturava il principio della sua dissoluzione. E dove muore il moderno? Il moderno muore nella pretesa non di chiudere la storia, perché non è nella possibilità degli uomini, ma di fare uscire definitivamente l’umanità da uno stato di minorità. L’uomo nuovo, il marxismo, finisce la storia ma non che finisce la storia come tempo, finisce la storia dello sfruttamento. Oppure dal punto di vista opposto, no, c’è una parte di umanità destinata a perire, una parte di umanità destinata a regnare, il Reich millenario. Si pensa poco al background delle due guerre. Due esiti nell’intenzione opposti, nulla ci poteva essere di più opposto, l’uomo nuovo, l’umanità selezionata, la specie superiore. Nulla di più opposto, con tutte le conseguenze. Ma c’era un qualcosa di comune. E il qualcosa di comune cos’era? L’idea di chiudere la storia. È chiaro che allora non potevano che confliggere fino alla fine, perché erano una lotta di due verità. E sono fallite tutte e due. È l’umanità, la differenziazione sociale è andata avanti e ci ha portati alla contemporaneità. Ecco un momento caotico, che dissolve un progetto e rigenera un nuovo orizzonte. E siamo ad oggi.
​Il fenotipo odierno: accelerazione, ambivalenza e futuro come rischio
​Voglio soltanto leggere due testi per indicare il passaggio, e poi mi limiterò a indicare la condizione caotica di composizione e scomposizione in cui siamo noi. Voglio leggere un testo di un grande scrittore e poeta, Gottfried Benn, che dice che dal secondo dopoguerra comincia ad emergere un nuovo fenotipo, in cui la componente morale, ormai del tutto sfaldata, è sostituita dalle leggi, dall’igiene, rintracciarla nella forma di un sentimento genuino è ormai non rintracciabile. Una società quindi caratterizzata da una dimensione ambivalente, oscillante. E scrive: “Il fenotipo del dodicesimo e tredicesimo secolo celebrava l’amore cortese”, notate bene che sono cesure, punti catastrofici. “Il dodicesimo e tredicesimo secolo celebrava l’amore cortese, quello del diciassettesimo spiritualizzava i fasti, quello del diciottesimo secolo secolarizzava il sapere” (progresso). “Quello odierno integra l’ambivalenza, la fusione concettuale di tutto col contrario di tutto”. Due parti in lotta. “Con le decadenze e le stigmate del tormento, demolizioni della forma sino al gioco bizzarro con le parole, dall’altra l’amaros per lexis, questa espressione già al momento del conio con le sue cifre di casualità e di intermittenza.” Ecco la caratteristica della contemporaneità: il dinamismo senza chiarezza della destinazione. E quindi l’ambivalenza. Ecco che cosa ha prodotto il secondo dopoguerra, un altro ribaltamento degli assi della temporalità. Perché se il moderno ha voluto disfarsi del passato in funzione del futuro, la contemporaneità non vede più con sicurezza il futuro. È finita così male. E allora il futuro è rimasto indeterminato, enigmatico. Non si sa dove andiamo, e quindi proprio perché non si sa come andiamo, camminiamo a brevi passi. Il futuro si presenta più nella forma del rischio (nel doppio significato, il rischio d’impresa, quindi l’iniziativa, ma anche l’angoscia e la paura del fallimento). E questa è una delle ragioni per cui tanto oggi si torna a parlare di speranza. Ma perché c’è un fondo molto forte di disperazione.
​E per dirla ancora con Benn: “Tutto è solo un continuo fuggire, non terra promessa, non sosta. Forma, difformità, sconnessioni, scorcio, tutto è solo un continuo fuggire. Ora le Ande, primordi, aggrinziti, nulla per geodeti. Anoetico, apoietico, mondo marginale lasciato correre”. Un correre che è anche un fuggire. Il tratto fondamentale della nostra contemporaneità è l’accelerazione senza fine. Diventiamo presto obsoleti. L’eco dei telefonini, dell’intelligenza artificiale. Diventiamo obsoleti, siamo sorpassati dall’accelerazione che abbiamo introdotto. E quindi caos, ambiguità. Questo non-essere, per non essere senza meta, può essere pensato come una disperazione (non so dove vado) ma anche come una sperimentazione: “trovo la strada caso per caso, passo per passo”. E questo dà un’idea di libertà. La meta costringe, e quindi noi ci troviamo in una situazione per un verso di definalizzazione, per l’altro di uno sperimentalismo che è per un verso creativo, per un altro distruttivo, è un andare a vuoto, l’eccedere del bene e del male. In questo caos, quanto diventiamo protagonisti, e lo sappiamo cavalcare.
​I molti volti del Caos contemporaneo: geopolitica e crisi sociale
​E ora a questo punto non posso che limitarmi a dare solo delle indicazioni, degli indicatori del caos in cui siamo. Non sviluppo l’argomento a meno che non mi diate soluzioni, ma faccio un promemoria. Qual è il caos dove noi siamo stati? Il paesaggio è quello che di fronte a un futuro indeterminato si vive a breve. E quindi la dimensione del provvisorio che per un verso accresce l’insicurezza, per l’altro verso dà l’idea di libertà. Pensate alle relazioni affettive, che sono quelle che vivono tutti e gli affetti sono le dimensioni più elementari. Tutti li amano anche se non hanno studiato. E nelle relazioni affettive cosa c’è? Si teme la stabilità, siamo allo sperimentalismo. Però lo sperimentalismo è un battere a vuoto, e quindi si aspira anche alla stabilità, e quindi c’è questa oscillazione. Pensate alla scomposizione della famiglia e al bisogno di famiglia. Dopo un momento in cui la famiglia è stata condannata negli anni 60, la famiglia come prigione, come codice normativo, la dimensione esplosiva della libertà dei corpi, e oggi questo produce effetti di spaesamento. Abbiamo tanto lottato per essere liberi, e ci troviamo soli. Come la mettiamo? La geopolitica, accenno, perché ci sono altre sedi dove ne parleranno specificatamente. Il crollo di un ordine. Grande ordine del dopoguerra, la dimensione di due potenze che regolavano il mondo. Non è che non ci siano state guerre, c’erano le guerre, anzi dal dopoguerra le guerre non sono mai finite. Dalla guerra di Corea a tutte le guerre di liberazione dei vari popoli, Algeria, ecc. a tutti i colpi di stato che ci sono stati. Al Vietnam, come si fa a dire che non c’erano guerre, ci sono di oggi le guerre, i boomer lo sanno. Qual era la differenza? Che c’erano due potenze che come le aprivano e spesse volte le sollecitavano avevano la forza di chiudere. Perché c’era un tavolo solo a decidere. Oggi non c’è il tavolo, e i protagonisti fanno il doppio gioco, e quindi il tavolo non si chiude, non può chiudersi. Perché Trump vuole dividere la Russia dalla Cina? Ma come fa la Russia senza la Cina, e la Cina appoggia la Russia senza crederci perché non vuole che vada nelle braccia di Trump, e si giocano l’Ucraina. E la guerra non si chiude. Perché tutti hanno un doppio gioco delle parti. Capite bene che altri amici parleranno di questo, ma qui siamo in una situazione caotica dove il gioco non si chiude.
​Io sono relativamente ottimista, i costi che pagheremo sono tanti, li stiamo pagando di sangue, di perdite, ma ritengo che prima o poi il tavolo si chiuderà, si può lavorare in questo senso, ma i costi del tempo intermedio, quelli che stiamo pagando sono altissimi. C’è un qualcosa di importante del caos come perdita e non solo come ricomposizione. Che nelle guerre c’è qualcosa che non torna. C’è qualcosa di irrisarcibile, e sono le vite. Una scomposizione dell’ordine sociale. Abbiamo vissuto le cosiddette “età dell’oro”, l’età della ricostruzione. Grande espansione. C’era più povertà di oggi. I vecchi lo sanno. Ma c’era un futuro di crescita, cioè non c’era il futuro indeterminato, le famiglie (quasi analfabete) investivano sullo studio dei figli. I professori erano apprezzati in quanto davano cultura, non erano aggrediti. I genitori dicevano “sii severo con mio figlio”, lo faccia crescere bene. Oggi c’è il sindacato dei genitori contro i professori. Professori depressi che evidentemente sono nevrotici e insegnano male, perché pagano una disistima sociale. Chi vuole fare il professore oggi? Chiedo a voi. Chi vuole tra di voi che i vostri figli facciano i professori. L’altro mito i finanzieri, il mercato, il mercato.
​Il paradosso del desiderio: dalla liberazione all’oggettualizzazione dei corpi
​Ecco, un fatto caotico, cioè una società che aveva vissuto la crescita pensate che tra il 62 e il 63 in Italia si era raggiunta la piena occupazione. C’era soltanto il 2,5 di disoccupazione. Nel 63. Oggi abbiamo il lavoro precario. Anche qui la flessibilità come capacità di iniziativa, bene, sono bravo allora cambio lavoro. Sono bravo e lo trovo. No, di più, sono bravo e mi cercano. Vero, ma per quanta percentuale di popolazione? Il grosso non è flessibilità in avanti, il grosso è precarietà del lavoro. E come fai a costruire il futuro? La scomposizione, ricomposizione del caos che siamo noi stessi. Noi siamo realtà caotiche. Ma lo sapeva già Agostino: cor inquietum, cor inquietum, regio dissimilitudinis. E questa dimensione dell’anima inquieta c’era già nel mondo greco. Il tragico, la poesia lirica, l’uomo ha fatto sempre i conti con la sua inquietudine, con la sua irrequietezza, con le dinamiche del desiderio. Ecco, nella cosiddetta età dell’oro e quindi con i grandi movimenti di emancipazione degli anni 60 avevamo accennato “liberare i corpi” dalle regole, dai costumi, quindi l’ordine familiare, le relazioni sessuali, la sessualità libera e quindi la libertà del corpo. Ma l’esito qual è stato? Che l’energia libidica in quegli anni (erano usciti un testo l’economia libidinale, tenete presente bene che quegli anni, anni 60, sono anni di celebrazione del desiderio, le macchine desideranti, Lacan, il successo di Lacan è il desiderio, l’altro). Cioè il risultato qual è stato? Che questa dimensione energetica del desiderio è stata gestita dal potere capitalista, che induce il desiderio. Ci dice cosa dobbiamo scegliere, ma la cosa interessante è che ci dice quello che dobbiamo scegliere simulando le scelte, perché c’è l’individualizzazione del consumo. “Per consumare di più”. Credi di scegliere (hai il gadget). Ma sei tu davvero che scegli, se tu pensi tutta la pubblicità che lo sostiene. Persino Clio, come dice la pubblicità che era la dea del passato e della storia fa macchine oggi. E allora qual è stato il risultato? Per da un lato la liberazione del desiderio, dall’altro l’assuefazione al desiderio. Non a caso molti psicologi oggi parlano di caduta del desiderio. Perché quando il desiderio diventa una ripetizione decade. La grandezza dell’amore romantico era lo spasmo. Il fatto di non potere arrivare all’oggetto ti faceva puntare l’oggetto. Ho usato una parola bruttissima, “oggetto” se era una cosa, ma nelle relazioni umane è l’altro. Raggiungere l’altro è una cosa ben diversa da trattare l’altro come un oggetto. Perché per raggiungere l’altro tu raggiungi chi ti viene incontro, o corri dietro a qualcuno che vuoi conoscere. Se lo riduci come oggetto è allora la liberazione sessuale che cosa ha fatto? Ha oggettualizzato i corpi.
​Dal disagio dell’inciviltà all’etica del viandante: abitare il Caos
​Di qui il trionfo immane della pornografia, revenge porn, cioè questa è, ecco, un caos generante libertà degenerato in schiavitù e ripetizione, in frustrazione. E vi dico un passaggio (l’ultimo che faccio): dal disagio della civiltà descritto da Freud al disagio dell’inciviltà di oggi. Se il disagio della civiltà, secondo Freud, era la costrizione del desiderio, oggi c’è il disagio dell’espressione del desiderio perché essendo espresso, delude e cade nel vuoto, la dipendenza, la droga, non so cos’è. Ed è la depressione contemporanea. Come usciamo da questo caos, e finisco. Uscire dal caos con un ordine lineare? Non è possibile. Il caos va governato. Una dinamica trasformativa. Una dinamica trasformativa. E allora se mi passate il termine la soluzione è sempre caotica, se caos vuol dire che le soluzioni nascono dalle circostanze e dai contesti. Come in una pandemia. Per curare una pandemia o salvarsi c’è bisogno del medico, dell’infermiere, dell’amministratore e del politico. Ognuno per la sua competenza ma tutti in concorso. La salvezza sta nel concorso. Non nella derivazione, e quindi la transdisciplinarità, le azioni corali, c’è speranza oggi per chi ha paura, speranza per i costruttori. E allora se c’è questa dimensione corale (chiudo proprio) per poterlo fare se il nostro è un tempo caotico occorrono virtù caotiche. E da dove le attingiamo virtù all’altezza del nostro tempo? Ci sono sempre state (vi ho detto), andiamo a ripescarle. Dal mondo antico. Due grandi virtù della cultura pagana: le virtù del ritirarsi, le virtù stoiche ed epicuree. Non l’aggressione ma il ritirarsi, il resistere per ricostruire l’ordine intorno a sé. Quello che chiamo l’etica del viandante. Il viandante non ha meta, ma il cammino. Ma nel cammino non va mai allo sbaraglio, cerca di comporre i passi e di evitare i burroni. Le virtù stoiche, le virtù di chi cammina con attenzione e consapevolezza. Virtù della cura e dell’attenzione.

Un altro passo

Un altro passo

Un passo diverso in tema di affettività e sessualità: dobbiamo farlo urgentemente se vogliamo smettere di piangere femminicidi e violenze su donne e omosessuali. La necessità di ricostruire le relazioni è al centro del nuovo saggio di Lucia Fronza Crepaz “Un altro passo” (ViTrend edizioni). A Fronza Crepaz, pediatra e saggista, deputata DC al parlamento (1987-1994), abbiamo chiesto di spiegarci il perché del titolo e la direzione impressa all’opera.

“Il libro parte da una domanda: come fare a spiegare il valore cristiano di matrimonio, convivenza e sessualità alla gioventù odierna, ai nostri figli e ai loro amici? Dopo le interviste contenute nel testo, la mia conclusione è netta: ci vuole un altro passo. Significa incontrare i giovani dove sono, senza aspettarli a casa nostra. È un altro modo di camminare insieme a loro: non dobbiamo andare avanti dicendo «seguiteci perché questa è la direzione giusta», né rincorrerli; dobbiamo camminare accanto. I giovani non sono un deserto valoriale. A differenza della nostra generazione, che era in opposizione a quella precedente, i ragazzi odierni hanno voglia di averci accanto, pur sentendosi diversi”.

Nel saggio cita Bonhoeffer: il matrimonio non si regge su un semplice amore privato, ma su un’investitura e un ufficio. Oggi c’è una forte tendenza alla privatizzazione dell’amore: legato al sentimento, sempre meno una questione sociale. Una famiglia giovane, immersa nella precarietà economica e lavorativa, come fa ad assumersi questa pesante investitura?

“Dobbiamo liberarci di un cliché: noi cattolici abbiamo spesso in testa l’idea della famiglia perfetta, quella formata da un uomo e una donna indissolubilmente legati con tanti figli. L’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco lo dice chiaramente: un modello non esiste, esistono tante famiglie in cammino. Dobbiamo cercare quotidianamente di aprirci e di accorgerci di ciò che ci circonda, passando dall’ascoltare al sentire. Nei diversi modelli di famiglia c’è una potenzialità da tirare fuori. Spesso è il nostro sguardo che cambia le persone: una visione preconcetta costringe l’altro dentro un modello e lo fa sentire rifiutato. Tenendo lo sguardo largo, diamo all’altro la possibilità di essere se stesso. La sfida per queste coppie in difficoltà è comprendere una verità: più si danno e più ricevono”.

Nel sesto capitolo parla di neuroscienze e orfanità educativa, citando Paul MacLean e il cervello trino. La scuola arranca e gli adulti fuggono le responsabilità genitoriali per rifugiarsi nell’aspetto puramente legale dei diritti del figlio. Possiamo ricostruire una pedagogia dell’affettività concreta, lontana dal vecchio moralismo e vicina ai reali bisogni dei ragazzi?

“Questo capitolo non era previsto: sono state le interviste dei giovani a impormelo. Tutti loro hanno espresso la preoccupazione per la generazione che li segue. Sentono il bisogno di mostrare ai più giovani una sessualità bella, intesa come dono e conquistata pian piano, valore dopo valore. Lo psichiatra Alberto Pellai spiega che gli adolescenti non hanno ancora sviluppato il lobo frontale: noi adulti dobbiamo essere il loro lobo frontale. Senza incarcerarli con regole, ma con l’esempio, con l’accompagnamento e con il perdono. Da pediatra e da nonna di un’adolescente avverto questa responsabilità: essere un lobo frontale fatto di no, ma anche di spiegazioni e di capacità di ricominciare sempre, qualunque cosa sia successa”.

La Chiesa fatica a rinnovare i propri linguaggi, nonostante la spinta di Papa Francesco. Quale passo pratico dovrebbero compiere le parrocchie per accogliere l’istanza di parità assoluta chiesta dai ragazzi? E cosa si può fare, anche a scuola, per superare le chiusure ideologiche verso l’educazione all’affettività?

“La Chiesa possiede una risorsa splendida che ancora non sfrutta appieno: le famiglie. Ancora non sono considerate veri compagni di viaggio per il Magistero, eppure hanno una capacità di accompagnamento unica nell’abituare i figli, fin da bambini, a essere uomini e donne. Sanno spiegare cose che vescovi e sacerdoti, pur con altri carismi importantissimi, non sanno comunicare. Questo è il primo passo. Il secondo è il discernimento, metodologia indicata da Francesco e da Leone: mettersi insieme a capire il tempo attuale alla luce della Parola di Dio. Bisogna applicarlo a matrimonio, convivenza e sessualità. Dobbiamo educare i bambini fin da piccoli alla diversità, liberi dagli stereotipi: il bambino può piangere e la bambina può arrampicarsi sull’albero. Serve la consapevolezza di essere un corpo sessuato, trattata con delicatezza a seconda dell’età. Imploro i governanti, locali e nazionali, perché la famiglia da sola non ce la fa. La scuola deve fare educazione alla relazione e all’affettività, senza la paura infondata di insegnare il sesso ai bambini. Ogni età ha la sua capacità di ricezione; esistono molti studi, anche di autori cattolici, su come affrontare questi temi. Guai a non affrontarli, soprattutto oggi: attraverso internet i ragazzi hanno un primo approccio alla sessualità violento, improntato sulla misurazione delle prestazioni e sulla sottomissione della donna”.

In Italia, nel 2026, accadono ancora episodi drammatici: padri che, davanti alla confessione dell’omosessualità del figlio, reagiscono con la violenza dicendo «meglio morto che omosessuale». Questo accade in una nazione cattolica. C’è una responsabilità della Chiesa in tutto questo?

“Una ragazza da me intervistata afferma che le religioni a volte hanno cementato la cultura patriarcale. Si sono occupate più della sessualità maschile che di quella femminile; si sono concentrate sul consenso al momento del «sì» perpetuo, trascurando il consenso quotidiano dentro la coppia. Il consenso non è un documento burocratico in cui si stabilisce cosa uno può o deve fare, come ironizza certa cultura patriarcale. Consenso significa occuparsi dell’altro, capirlo, farsi uditori delle sue richieste ed esprimere le proprie. In questa visione, l’omosessualità non è una scelta peccaminosa, è uno stato. È una realtà che scopri dentro di te, non qualcosa che si diventa. Manca la cultura su questo tema. Oggi, dentro una parte della Chiesa, ci sono pagine bellissime che devono diventare patrimonio di tutti: l’omosessualità è uno stato che va rispettato. Siamo tutti figli dello stesso Padre, ed è possibile realizzare un grande disegno in ciascuna persona”. (intervista pubblicata su L’Adige del 29 luglio 2026)

Addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività.

Addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività.

Siamo costantemente connessi, eppure profondamente isolati. Per l’antropologo Pietro Vereni l’uscita dalla nevrosi individuale impone una scelta netta: ri-ritualizzare la vita sociale attraverso la presenza viva dei corpi. Vereni è docente all’Università “Tor Vergata” di Roma e ricercatore con varie esperienze sul campo. Ad FBK di Trento ha tenuto il seminario “Fusione o identificazione? Rituali, memoria e (dis)connessione sociale tra isolamento e comunità”. L’evento era organizzato dal Centro per le Scienze Religiose (FBK-ISR): si inserisce nel ciclo “Solitudine e comunione nella religione e nell’etica”, coordinato dal direttore Massimo Leone.

Vereni rovescia un luogo comune: la solitudine odierna non deriva dall’assenza di appartenenze. Il problema è qualitativo: troppa identificazione astratta, poca fusione reale. Esorta a un cambio di passo: meno decostruzione, più ricostruzione. Gli abbiamo domandato quali possono essere i mattoni concreti per edificare nuovi riti civici
“Il primo mattone è la consapevolezza: la postura rituale è una necessità evolutiva della nostra specie – risponde Vereni – ma abbiamo bisogno di decisori politici capaci di attivare sequenze rituali socialmente riconosciute. L’antropologo Harvey Whitehouse evidenzia un paradosso nel suo libro “L’animale rituale”: durante il Covid implementare rituali significativi sarebbe stato più utile dell’imporre solo comportamenti strumentali. Il rito ha un’opacità causale: è un comportamento di fronte al quale sfuggono le connessioni di causa ed effetto. La gestione britannica della pandemia ha fallito proprio qui: le regole cambiavano in continuazione, mentre le persone cercavano disperatamente pattern di azione e sequenze ordinate”.

Perché gli esseri umani hanno un bisogno così vitale di assecondare questa inclinazione rituale?
“E’ una modalità di adattamento: i gruppi di ominidi capaci di sviluppare questa postura rituale avevano maggiori probabilità di sopravvivere. Parliamo di sovra-imitazione: l’atteggiamento di copiare un comportamento anche senza capirne lo scopo. I primati non lo fanno: saltano la sequenza incomprensibile e puntano dritti all’obiettivo pratico. I bambini agiscono diversamente: imitano ogni passaggio, anche il più apparentemente illogico. Lo fanno per lanciare un messaggio chiaro alla persona imitata: io appartengo a questo gruppo. La motivazione profonda è l’inclusione sociale: partecipare a un rito serve a confermare e saldare la propria appartenenza”.

I rituali ad “alta intensità” generano fusione identitaria: il lato oscuro porta chiusura, esclusività, ostilità tribale verso l’esterno. Come possiamo pensare rituali aggreganti: pratiche capaci di densità relazionale senza degenerare in violenza?
“Questa è la sfida delle scienze sociali: offrire competenze per ricostruire. Dobbiamo addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività. Un metodo efficace è la defusione all’interno di gruppi chiusi: clan criminali, sette, frange estremiste. In Inghilterra hanno fatto incontrare ex detenuti e hooligans : condividere narrazioni neutralizza l’intensità della fusione. Il racconto decostruisce l’artificialità del ricordo originario. Possiamo applicare questo modello a traumi collettivi: i sopravvissuti a un terremoto faticano a ritrovarsi in un quadro sociale condiviso. Creare gruppi di ascolto strutturati attorno a piccoli riti aiuta a ricostruire l’orizzonte sbriciolato”.

Le piazze digitali estremizzano l’isolamento: ci identifichiamo in bolle ideologiche restando chiusi in casa. La ricostruzione necessita di un ritorno radicale all’esperienza fisica?
“Lo spazio digitale apre frontiere inesplorate. L’assenza del corpo rappresenta tuttavia un limite strutturale insormontabile. Senza la presenza dei corpi condivisi, la dimensione rituale si impoverisce: scivola verso la nevrosi individuale. Le comunità possono essere deterritorializzate o transnazionali: ma senza l’interazione effettiva del corpo sociale, il movimento si spegne. La soluzione esige fisicità: usare meno il telefono a favore di esperienze reali. Jonathan Haidt invita a limitare i consumi digitali sotto i 16 anni : stiamo abbandonando i nostri figli in uno spazio virtuale pericolosissimo per lo sviluppo cerebrale e per le interazioni sociali. Lo spazio può essere virtuale: il tempo impiegato non lo è. La pandemia ha frantumato i nostri ritmi : dobbiamo riritualizzare la vita sociale attraverso l’interazione reale dei corpi”.

(pubblicato sul quotidiano L’Adige di Trento marzo 2026)

Semplificare non è tradire: è seminare complessità

Semplificare non è tradire: è seminare complessità

Visitiamo il Louvre in due ore sentendoci appagati, impariamo le lingue con le app tra una notifica e l’altra, ma quando si parla di letteratura o filosofia ci trinceriamo dietro un rigido purismo: o l’opera omnia o il nulla. È il grande paradosso della cultura umanistica contemporanea: un sapere che rischia l’estinzione per eccesso di zelo. Serve un “bagno di umiltà” per scendere dalla cattedra e accettare che semplificare non significa tradire, ma seminare.
Ne parliamo con Lucia Rodler, docente di Letteratura applicata all’Università di Trento e curatrice di un convegno tenutosi a Trento lo scorso novembre dal titolo: “La comunicazione umanistica e scientifica: problemi e prospettive”.
Professoressa Rodler, partiamo dall’etimologia. Comunicare è munus: intreccio inestricabile di dono e dovere. Come si evita che la burocrazia della “Terza Missione” universitaria soffochi questa gratuità?
“La Terza Missione non può ridursi a mera valorizzazione economica o trasferimento tecnologico: è innanzitutto impegno civile. L’università deve cessare di essere torre eburnea per farsi permeabile: un luogo dove la cultura entra ed esce in osmosi con il territorio. Il munus è responsabilità verso la cittadinanza: un ascolto attivo delle esigenze della comunità per trasformare il sapere in un bene equitativo, accessibile a tutti. Non è solo un dettame istituzionale: è la volontà di rendere l’università un’esperienza tangibile, capace di radicarsi nel tessuto sociale”.
Siamo abituati a pensare che la scienza “dura” necessiti di traduzione, mentre diamo per scontata l’accessibilità della cultura umanistica. È un errore di prospettiva?
“Assolutamente: anche le discipline umanistiche necessitano di un bagno di umiltà. Il codice culturale condiviso del Novecento si è frantumato: i riferimenti che per i “boomer” erano immediati – dai Promessi Sposi ai testi biblici – oggi risultano oscuri alle nuove generazioni. Se i docenti non rinnovano i linguaggi, il rischio è l’estinzione di questo patrimonio. Dobbiamo abbandonare certi snobismi strutturalisti e recuperare la chiarezza: la divulgazione è semen, una disseminazione che accetta di perdere qualcosa in profondità per guadagnare in vita e diffusione”.

Esiste però il timore della banalizzazione: semplificare significa tradire la complessità?
“È un paradosso: accettiamo di visitare il Louvre in un giorno sentendoci arricchiti, o di approcciare le lingue con app come Duolingo. Eppure, sulla letteratura diventiamo intransigenti: o leggi tutto Joyce o nulla. È un atteggiamento autolesionista. Meglio che ottocento persone su mille accedano a una versione divulgativa della cultura piuttosto che riservarla a dieci specialisti. La divulgazione è un avviamento, una soglia: non sostituisce lo studio, lo propizia”.

I tempi lunghi dello studio umanistico sembrano cozzare con la “dinamite dei decimi di secondo” dei nuovi media. È una convivenza possibile?
“Deve esserlo. I media – dalla televisione di ieri ai social di oggi – sono potenti inneschi: io stessa mi avvicinai ai classici grazie agli sceneggiati Rai. Oggi l’editoria e le piattaforme offrono nuove bussole per orientarsi. La formazione del futuro non può più essere solo verticale: immagino una figura professionale a forma di “Pi greco” (Π). Due gambe solide fondate sulle competenze specialistiche e informatiche, unite però da un architrave orizzontale: la capacità di comunicare e di connettere i saperi in modo interdisciplinare. È questa la sfida per i nostri dottorandi: essere traduttori di complessità”.