Anno nuovo o una seconda vita? François Jullien

Anno nuovo  o una seconda vita? François Jullien

31/12/2020 … finisce questo annus horribilis e mi aspetto una seconda vita da quello nuovo? Calma, parliamone…

Di certo non dipende solo dagli eventi esterni, da coronavirus o altro, se la mia vita avrà una svolta. E certamente non esiste una cesura netta, non può esserci un semplice “prima e dopo” o, peggio ancora per la nostra intelligenza, sperare che si possa semplicemnte “tornare alla normalità”. Di che normalità stiamo parlando? Di quella che ci permetteva di pensare ad un potere infinito, senza limiti, in cui il nostro umano ingegno ci portava verso uno scenario di magnifiche sorti e progressive? Ma perfavore…guardiamoci attorno.

Che cosa possiamo realisticamente progettare ce lo suggerisce François Jullien in “Una seconda vita. Come cominciare ad esistere davvero” edito da Feltrinelli. Il sottotitolo sembra quello di un manuale americano per il successo personale, non proprio azzeccato direi.

  • Vi risparmio spiegazioni pseudodotte su chi è Jullien per dirvi solo che ho saputo della sua esistenza da una mia studentessa che confidando nella vastità del sapere del suo professore di filosofia mi ha domandato: Prof, cosa ne pensa di Jullien e del suo modo di far dialogare le cultura orientali con quella europea? Alla domanda sono sbiancato perchè ignoravo chi fosse il filosofo in questione. In un attimo mi è passata di fronte tutta la mia vita, da quando mia madre mi portò a comprare il mio primo orsetto (primo ricordo, avevo 5 anni) in poi. Non trovando alcuna soluzione nelle strategie pregresse per evitare una brutta figura, ho ammesso la mia ignoranza con la studentessa (meglio ammettere la propria ignoranza che arrampicarsi sugli specchi in maniera rumorosa e indecente: non è una strategia vincente, ma onesta). Il giorno dopo comprai il mio primo libro di Jullien.
  • Faticoso l’inizio del saggio, un linguaggio non proprio immediato. “Questo scimmiotta un pò Heidegger, un pochino Martino Martini, con tracce di Marion e un pizzico di Levinas”. Mi dicevo inizialmente per mitigare la mia colpevole ignoranza. Poi però, andando avanti, ho capito quanto sono ignorante.

Il buon Jullien in realtà ti accompagna per mano, in poche pagine (circa 120) verso una lucidità, come lui stesso la chiama, che alcuni altri non sono in grado di darci parlando di un tema come la possibilità di riformare la nostra esistenza, se non in modo oscuro, retorico, moralistico o altisonante.

Di buoni propositi siam sempre pronti a farne e più si va avanti nella vita più restiamo uguali a noi stessi, commettendo sempre gli stessi errori. Forse sbagliamo con questa idea che ci vuole una cesura, un taglio, una diversità. Magari la soluzione sta nel guardare diversamente noi stessi e il mondo con una “illuminazione” diversa, liberata dalla drammaticità dell'”aut aut” o dalla epicità delle scelte fondamentali, così come dalla rassegnazione di restare quel che siamo.

  • Ecco allora alcune frasi di Jullien, tratte dall’ultimo capitolo, che possono fare bene al nostro ultimo giorno del vecchio anno o primo giorno del nuovo anno.

A partire dai piccoli spostamenti percepiti nel corso della vita, infatti, si può decidere lentamente di riformare la propria vita oppure di lasciarla andare nel suo corso continuando a rinviare. Abbiamo qui un’alternativa e, di conseguenza, una frattura riguardo ciò che in fondo è la scelta etica. Si può dispiegare passo dopo passo la propria libertà – che non è concessa in un colpo solo – attraverso inflessioni sempre più risolute, riflesse, a partire dalla vita passata; oppure ci si può compiacere ingenuamente nell’illusione di scegliere senza essersi dotati della capacità di farlo. Sprigionando la propria vita, ci si può “mantenere fuori” dalla chiusura del mondo – in senso proprio, “ex-istere”. Diversamente si può lasciare sprofondare la propria vita vincolandosi all’orizzonte basso di ciò che fa mondo. Ci sono le vite che si riprendono, le vite riformate, e le altre. Le nostre vite infatti si misurano in base alla capacità non tanto di sopportare le disgrazie che le colpiscono dal di fuori, in conformità al noto modello stoico, quanto di tenere gli occhi aperti sul negativo interno della vita stessa attivando contestualmente la vita. E senza compensazioni o sostituzioni. Di qui discende la lucidità, che costituisce il punto di appoggio per un rilancio della vita e la possibilità di una seconda vita.