Del mangiar carne al tempo di internet.

Da simbolo a icona: ovvero la carne al tempo di internet ha perso il suo significato profondo, quello tradizionale, fatto di riti e tradizioni, ed è diventato un’icona, infinitamente riproducibile, quasi virtuale. “Del mangiar carne” è il titolo del seminario, organizzato dallo zooantropologo e veterinario Giuseppe Pallante, con il patrocinio della Regione Trentino Alto adige, Il Muse e il contributo della Azienda agricola Foradori, che si è tenuto  venerdì 24 marzo presso Il Muse (sala convegni). Sono intervenuti  Elia Richetti, rabbino di riferimento per il Trentino e Alto Adige, Massimo Montanari, dell’Università di Bologna, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, (Direttore Comitato Etico Halal Italia, COREIS Comunità religiosa islamica italiana), Massimo Giuliani (Università di Trento) Roberto Marchesini (Centro Studi Filosofia Postumanista) e Francesco Sinni (Fotografo Freelance – Pisa).

“La caratteristica della parola carne è di essere un simbolo trasversale – ci ha spiegato Pallante – in qualsiasi contesto religioso, filosofico o etico ha un significato che va oltre la sua rappresentazione. Pensiamo solo alla “carne di Cristo”. Inoltre a livello umano la discriminante che ci ha resi onnivori è stato il fatto di mangiare carne: fa parte del nostro processo evolutivo. A prescindere o meno dalla volontà e consapevolezza di mangiare carne siamo ad essa legati”.

 

Perché a suo avviso nella cultura occidentale attuale molti scelgono di diventare vegetariani o vegani? “Ho paura che in diversi casi si tratti di una banalizzazione. Ci sono due estremi: da una parte vediamo un consumo eccessivo di carne, senza alcuna consapevolezza del suo valore e dall’altra può esserci la radicalizzazione appiattita ed estremista del suo rifiuto per motivi salutistici, senza la costruzione di un’etica specifica. La carne, proprio perché simbolica, è identitaria. Se al suo rifiuto corrisponde una consapevolezza, come accade in alcune religioni o per determinati periodi di tempo, va benissimo. Altrimenti è un appiattimento semplificatorio dove consumo e rifiuto della carne si equivalgono perché non hanno motivazioni forti a loro sostegno”.

 

Per mangiare carne occorre uccidere: si può giustificare quella violenza? “Chi compra la fettina di carne incellophanata dimentica che si tratta di un animale. Il problema non è evidenziare o giustificare la crudeltà, ma dare un senso ad un gesto che può rimandare a motivazioni religiose, identitarie, che costruisce relazioni. Non dimentichiamoci che è il mangiare carne che costruisce “socialità”: l’erbivoro magia da solo. Il carnivoro deve cacciare insieme agli altri e poi consumare e condividere il pasto. Oggi però siamo passati dalla carne simbolo alla carne icona: il primo contiene dei valori, rimanda a delle tradizioni, dei riti. L’icona invece è l’immagine infinitamente riproducibile, come nelle opere di Andy Warhol. Una percezione superficiale che nulla dice o pensa del contenuto profondo. Il simbolo parte da lontano: l’icona è ferma sul presente, non ha passato e non può generare futuro”.

 

Anche la carne, ai tempi della globalizzazione e delle interconnessioni della rete è diventata virtuale? “La carne ci ha permesso, all’epoca  in cui siamo scesi dagli alberi ed abbiamo smesso di essere solo erbivori, di mangiare in modalità sociale.  Di condividere la preda cacciata. Oggi siamo vicini alla fabbricazione dell’hamburger in laboratorio. Ma anche in questo caso emerge la nostra necessità di essere legati alla carne: i vegetariani mangiano comunque hamburger anche se vegetali, salami  “vegetali”. Il legame con la carne, almeno nella forma, resta. Viene surrogato  un bisogno che comunque resta vivo nelle profondità”.   

 

Pubblicato su L’Adige del 23 marzo 2017

 

Complessità.

Sopravvalutiamo la semplicità del tempo antico: abbiamo nostalgia di un passato che ci sembrava semplice solo perché non era ancora messa a fuoco la complessità. La vera  novità di oggi è l’interdipendenza e lo sviluppo tecnologico che hanno vinto vincoli e confini. Ne ha parlato  Chiara Saraceno nella prima delle tre serate della Cattedra del Confronto, (appuntamento annuale offerto dall’Ufficio diocesano cultura e università di Trento) lo scorso  lunedì 20 marzo.  

 

Alla Saraceno abbiamo chiesto cosa significhi che oggi c’è più complessità.

“Forse, più semplicemente, adesso siamo più consapevoli di un tempo delle varie dimensioni delle nostre relazioni con gli altri e con la società. Dalla dimensione familiare a quella globale ci sono vari gradi di complessità. Quindi la questione non è se oggettivamente viviamo in contesto di maggiore complessità, quanto il fatto che ne abbiamo maggiore consapevolezza. Il Voltaire delle “Lettere Persiane”  si domandava: come avrebbe reagito un persiano a Parigi? Tutto gli sarebbe apparso strano e complesso. Oggi noi siamo quel persiano, non solo abbiamo tanti persiani tra di noi. Non possiamo più dire che non esista la complessità e di conseguenza non ci è dato rifugiarci in semplificazioni”.

 

Una delle paure della complessità nasce dalla sensazione di “dipendere” da fattori che non possiamo controllare? “Un tempo esistevano interdipendenze molto forti, vincolanti: il ceto a cui si apparteneva, la famiglia. Oggi siamo coscienti di dipendere quasi direttamente da quello che dice Bruxelles, dalle decisioni di Trump o Putin. E’ più chiaro che la rete in cui siamo è molto vasta: noi siamo solo un piccolissimo nodo”.

E’ cambiata, sociologicamente parlando, la percezione degli altri? “La coscienza dell’interdipendenza ci sta cambiando. Vorremmo ignorare a volte il fatto di dipendere dagli altri: ma siamo di fronte al fatto che quel che gli altri pensano di noi, come si comportano con noi, può avere un’influenza enorme sulla nostra vita”.

 

Aspetti positivi di questa interconnessione? “Il dipendere dalle tecnologie e l’uso dei social ha di molto aumentato la capacità di essere informati. Superando i nostri limiti. Dall’altra parte siamo maggiormente esposti al rischio di un’informazione falsata e manipolatoria. Oppure di una diffusione delle nostre immagini e informazioni che non desideriamo. Non siamo dunque solo vittime della complessità: credo che dovremmo sviluppare maggiore capacità di autocontrollo, autolimitazione. Un mondo complesso ci impone di avere un “indirizzo intelligente” da raggiungere. Necessariamente siamo sollecitati ad essere consapevoli di ciò che siamo e che facciamo. Anche a livello politico: non possiamo continuare a pensare che si possa delegare, ma dovremmo essere in grado di prenderci più direttamente delle responsabilità”.

Tornando al persiano che è in noi e accanto a noi: come è cambiato il rapporto con le diversità? “Il diverso da noi c’è sempre stato: era segregato. Nei manicomi, ad esempio. C’erano ruoli di genere molto rigidi e la semplificazione aveva costi altissimi ma poteva essere rassicurante. Oggi invece con fatica la diversità cerchiamo di affrontarla, senza immediatamente definire una graduatoria che stabilisca la normalità e vari gradi di diversità. Un’operazione faticosa, ma alla lunga arricchente. Potremmo scoprire la nostra di diversità”.

 

Accanto a lei a discutere di complessità ci sarà un monaco: a suo avviso la religione si presta di più alle semplificazioni o è in grado di affrontare la complessità? “Dipende dalla religione. Ma anche da come viene vissuta. Le religioni sono state sia strumento di rottura rispetto ad una spiegazione del mondo, introducendo complessità, ma anche strumenti di semplificazione. Per diverse religioni la spiegazione del mondo è una e abbastanza rigida. Le religioni possono offrire rassicurazioni, ma potrebbero instillare anche dubbi e aprire dimensioni del sé inesplorate e più complesse. Non darei dunque una spiegazione univoca su quel che possono fare le religioni”.

 

Uno dei settori sociali dove la complessità sembra aver fatto più breccia è la famiglia: esiste ancora una definizione semplice di famiglia? “Non è mai stata un luogo semplice. Si intrecciano ruoli, generi, funzioni, generazioni. Una costruzione per cui oggi non esiste più una definizione univoca. Non c’è mai stata in realtà. Nel tempo e da una società all’altra sono stati attribuiti valori diversi. L’esperienza contemporanea ci fa vedere che la diversità è nella nostra stessa società: si chiede il diritto di essere famiglia da parte di soggetti in passato esclusi da tale possibilità. Stili di vita che chiedono legittimità, anche se ancora qualcuno non vorrebbe concederla loro. Non sto pensando solo alle famiglie composte da persone omosessuali: già il divorzio ha prodotto una grande rottura. L’idea che ci si potesse risposare, che i figli potessero avere nuove figure genitoriali in nuovi assetti familiari, già tutto ciò ha rotto i confini della famiglia tradizionale. Ora le tecniche di riproduzione assistita, prima ancora di arrivare alla gestazione per altri, hanno introdotto una fortissima novità che va ripensata. Cosa vuol dire fare intenzionalmente dei figli anche se non dal punto di vista biologico? Un figlio può essere intenzionalmente e non biologicamente di una padre o di una madre? La generazione è diventata molto più complessa”.

 

Cosa le suggerisce la recente sentenza di Trento in merito al riconoscimento della secondo genitore maschio di un bambino nato con tecniche artificiali? Sembrano essere i giudici in Italia a decidere le politiche familiari e non la politica. “Da sempre non è la natura a fare la famiglia ma le norme: religiose o giuridiche. E’ la giurisprudenza a innovare, evidenziando dei comportamenti che richiedono di essere riconosciuti e normati. La sentenza di Trento è una attuazione della dichiarazione internazionale dei diritti del bambino di essere collocato in una filiazione.  Mette in luce la complessità dell’esistenza di sistemi giuridici e norme diverse in paesi diversi, ma ormai collegati tra loro nella globalizzazione”.

 

La complessità è “donna”? “Le donne hanno maggiormente l’esperienza della complessità: un’immagine del femminismo degli anni ‘70 era quella della donna giocoliere, capace di tenere in equilibrio tanti piatti senza farli rompere. L’esperienza della complessità è molto femminile, nei ruoli familiari, nel lavoro, nella società, anche se non teorizzata ma più vissuta”.

 

Ad una maestra di scuola elementare che deve attrezzare i propri bambini ad affrontare questo mondo complesso cosa suggerirebbe? “Di insegnare loro ad essere individui, con la loro libertà e differenza, chiamati a cooperare con  altri individui”.

 

Intervista pubblicata sul quotidiano L’Adige del 19 marzo 2017.

Di che genere è Dio?

Dio è del genere che gli attribuiamo, a seconda di cosa vogliamo dire o di chi ne parla. E’ una delle tesi sostenute in “Il genere di Dio” (edizioni la meridiana), saggio della teologa Selene Zorzi, romana. Lo ha presentato a Trento venerdì 3 febbraio, alle 17.30  a Palazzo Trentini, Sala Aurora, (Via Manci 27) in un’occasione promossa da Arcigay del Trentino.

Perché un libro sul genere di Dio?

“Negli ultimi anni in Italia si è iniziato a parlare del Gender. A molti è parso però che si trattasse di un dialogo spesso confuso. Anzi: specialisti del settore, come le teologhe da anni impegnate negli studi di genere, si sono rese conto che nella Chiesa Cattolica mancavano gli strumenti di base per parlare di tali argomenti. Il libro nasce dunque con tre intenti: chiarire la terminologia che occorre conoscere per parlare di genere; divulgare la conoscenza di questa materia, finora rinchiusa nelle nicchie degli accademici; infine contrastare la tendenza di quelli che una mia amica definisce i “catto-coranici”, una sorta di talebani del cattolicesimo, che diffondono un terrore generalizzato sul Gender, per uscire dalla dinamica del “muro contro muro” e tentare, come dice Papa Francesco, di creare dei ponti con la società odierna anche in merito a questa questione.”

 

Proviamo subito con il termine principale: il “gender”. Cos’è? Una ideologia? Un concetto?

“Esistono vari significati della parola genere: il conflitto ruota attorno a due di questi. Da una parte c’è l’accezione più nobile data da chi si occupa di studi di genere e che distingue sesso e genere: Il primo legato alla biologia e alla distinzione maschio e femmina in senso fisico, il secondo che ha a che fare con i significati culturali di questi. Dall’altra parte c’è l’accezione fuorviante che gli attribuiscono i detrattori della cosiddetta ideologia del Gender, che non sanno distinguere tra sex e gender, provocando grandi confusioni”.

 

Ma cosa sarebbe allora l’ideologia del genere?

“Mi pare che essa esista solo nella bocca di chi la critica e per come viene presentata sembra che chi ne parla non sappia nulla degli studi di genere o non li abbia compresi”.

 

Qual’è il vostro obiettivo nello studiare il genere?

Il concetto di genere aiuta a rilevare come le differenze che appaiono tra uomini e donne a livello sociale e politico, nel ricoprire ruoli di potere, non derivano unicamente dal fatto che siamo maschi o femmine. Piuttosto la loro origine va cercata in alcuni dispositivi di potere in atto in mentalità sessiste e discriminanti: gli studi sul genere sono una sorta di cartina tornasole, o se vogliamo un ago della bilancia, strumenti che rilevano – in questo caso – la misura della discriminazione di una società. Dare la colpa alla bilancia del nostro peso è un pochino contraddittorio. Fuori di metafora: incolpare gli studi di genere perché ci fanno accorgere della disparità di trattamento tra uomini e donne o nei confronti delle minoranze, è decisamente fuori luogo. Gli studi di genere aiutano in questo senso anche all’interno della teologia e della Chiesa Cattolica”.

 

Nella Chiesa Romana non c’è bisogno di grandi strumenti per verificare che c’è una disparità di trattamento tra donne e uomini. Basti pensare al ruolo sacerdotale riservato esclusivamente ai maschi. Per questo spaventano gli studi di genere?

“All’inizio questi studi hanno fatto molta paura forse perché sembravano particolarmente complessi. Il mio libretto vorrebbe aiutare a mitigare questo timore. La  complessità della materia sta soprattutto nel fatto che per misurarsi con essi è necessaria una fatica: quella di smascherare le nostre ideologie sessite. Questo è un lavoro che ciascuno  deve compiere innanzitutto su se stesso, sui propri modelli introiettati e sui percorsi della sua identità. Questi sono i passi più difficili. Il differente trattamento e il sessimo lo si vede più chiaramente in istituzioni patriarcali, ma anche  in quelle più laiche e aperte si fa fatica a liberarsene”.

 

Ma la Chiesa Cattolica come può  uscire dal maschilismo?

“Guardando il messaggio evangelico e alla pratica che Gesù stesso ha avuto nei confronti delle donne. La comunità che Gesù ha pensato non era strutturata in modo patriarcale. Non così nei primissimi decenni. Anzi, possiamo dire che proprio grazie alle spinte evangeliche, la cultura occidentale ha promosso l’emancipazione delle donne.Oggigiorno  la stessa Chiesa si sta ponendo delle questioni circa la leadership femminile nelle comunità ecclesiali, che al momento è riservata solo agli uomini ordinati. Ma come si è visto Papa Francesco ha dato vita ad una Commissione che studi la possibilità  dell’ordinazione diaconale delle donne.

 

Rispondiamo alla domanda del titolo: di che genere è dunque Dio?

“Siccome Dio non ha sesso, Egli è del genere che gli attribuiamo a secondo di cosa vogliamo dire, o a seconda di chi ne parla. Il genere di Dio è maschile, femminile, neutro, ma forse anche entrambi. Egli è il sempre altro. Di Dio si può parlare solo in metafore che possono provenire da esperienze  maschili o femminili, ma anche naturali. Più abbiamo metafore per dire la nostra esperienza con Dio  più la nostra vita spirituale risulterà ricca”.

 

Quindi anche l’omosessuale parlerà di Dio con le sue metafore? “Attenzione! Si ricordi che un omosessuale è sempre di un sesso o dell’altro. Per cui la questione qui non riguarda la sua sessualità, ma semmai la sua relazione affettiva. Come per ogni persona che fa esperienza di una relazione d’amore, anche per una persona omoaffettiva la fede in Dio sarà in grado di dire qualcosa sulle sue relazioni affettive. Viceversa le sue relazioni affettive diranno qualcosa di Dio.

Per quanto riguarda il Dio nel cristianesimo la sua immagine è trinitaria: Dio è amore. In se Dio è una relazione d’amore, di rispetto, dove l’altro è valorizzato. A questo tipo di Dio dovremmo commisurare le nostre relazioni. Come esistono relazioni della famiglia naturale che non hanno nulla di trinitario, così potrebbero esserci segni dell’amore divino anche in una relazione omoaffettiva.

 

Per quanto riguarda Dio nelle altre religioni? Parlare di genere è ancora più faticoso nell’Islam?

“Come Il femminismo è trasversale a tutte le religioni patriarcali così lo è la questione del genere:  proprio a Trento recentemente  in una tavola rotonda organizzata da Religion Today Filmfestival, con una rappresentante della religione buddhista e una islamica ci siamo rese conto che l’approccio delle femminista nelle varie religioni è lo stesso. Ci siamo ritrovate tutte a mettere in evidenza come il messaggio originario delle nostre religioni non è assolutamente escludente rispetto alle donne, ma si data loro successivamente una impostazione in senso patriarcale.

 

Uno degli spauracchi dei detrattori dell’ideologia gender è l’insegnamento nelle scuole. Quanto è importante invece che sin da piccoli si impari a distinguere, capire  e rispettare? “Di fronte all’emergenza della violenza sulle donne diffusa a vari livelli nella società o del bullismo, diventa una emergenza educare i bambini al rispetto delle differenze: di genere, di cultura e di religione. Di fatto anche quando diciamo ad un bambino che cade e si fa male “se sei maschio non piangere”, o se gli facciamo vedere certa pubblicità sessista, trasmettiamo una intera educazione di genere sessista, senza che nessuno se ne renda conto. E’ urgente quindi un intervento nelle scuole, ma anche nelle Chiese, nelle aziende, in ogni agenzia formativa. Superiamo il cortocircuito per cui l’educazione di genere significhi insegnare ai bambini ad essere gay. In realtà gay si nasce, e non ci si diventa. Quel che deve essere insegnato è il rispetto per ogni persona nella sua dignità in quanto persona creata ad immagine di Dio”.   

 

Articolo pubblicato su L’Adige del 1 febbraio 2017

Il dialogo non è utopia.

tariq-ramadanUn’identità islamica ed europea non è un’utopia: ma dovremmo cambiare registro, linguaggio, iniziare ad usare il “noi” quando si parla di europei, laici o cristiani, e islamici che vivono nel vecchio continente. Ne parlerà Tariq Ramadan, noto filosofo e islamologo svizzero, che è stato a Trento venerdì  2 dicembre presso l’Auditorium Santa Chiara per l’evento finale di “Utopia 500” promosso dalla casa editrice “Il Margine”. “Occidente e islam: il dialogo non è un’utopia” era il perno attorno al quale si è articolato  l’intervento di Ramadan, introdotto da Massimo Campanini. Il professore egiziano insegna studi islamici contemporanei dell’Università di Oxford, docente anche in Giappone, Qatar, Malesia e Marocco; è considerato un innovatore nel pensiero islamico contemporaneo ed è impegnato nel dialogo interreligioso. Presidente di Emn (European Muslim Network) di Bruxelles ha scritto diversi saggi tra cui: “La riforma radicale. Islam, etica e liberazione”; “Jihad. Violenza, guerra e pace nell’islam, Il pericolo delle idee” (con Edgar Morin). Il più recente è “Le génie de l’islam”.
Due sono i capisaldi del suo pensiero: il contesto e la riforma, due concetti strettamente legati tra loro. Il primo indica la necessità di passare dall’idea di integrazione a quella di partecipazione: un islamico non può essere più considerato un “corpo estraneo”, ma una parte attiva di una cultura nuova, nascente. Un contesto dove l’islam e chi lo segue partecipa alla creazione di nuove prospettive. E’ in questo ambito che Ramadan affronta il tema della riforma. Ma non si tratta di semplici cambiamenti perché “lo straniero si adatti al mondo occidentale”: è il mondo, globalizzato, che ha bisogno di essere riformato. In senso etico, verso una giustizia più concreta, fatta di scelte dei governi che non guardano aspetti formali, come il velo sul capo delle donne, ma sostanziali, come il salario equo per tutte, donne europee o di origini orientali.
A Ramadan abbiamo chiesto come sia possibile realizzare questa “utopia”. “Non la considero più un’utopia – ha risposto il professore da Oxford – è una realtà. Nella vita quotidiana di tanta gente occidentale che vive fianco a fianco con immigrati di seconda o anche terza generazione. Non dobbiamo parlare più di integrazione, come se si trattasse di dover adattare una mentalità, quella islamica, all’altra, quella occidentale. Ma il vero cambiamento avviene lì dove c’è partecipazione. Di tutti, di entrambe le culture, verso la costruzione di una nuova identità condivisa. L’idea che dobbiamo perseguire è quella di lavorare assieme, con uno scopo comune. Questo può avvenire solo tramite l’educazione, paziente, a partire dai giovani, nelle scuole come nei media. Sono i primi a doversi convertire verso una dimensione del “noi” tra islam e occidente”.

Uno degli elementi comuni della cultura occidentale è il capitalismo, con tutte le conseguenze del caso: l’ingiustizia e la diseguaglianza eretta a sistema. L’islam può aiutare l’occidente a cambiare strada su questo versante?
“Credo che in Europa e in genere nel mondo occidentale le alternative al capitalismo ci siano già. Verso forme di economia più giuste. Certamente nella dimensione del noi tra cultura islamica e occidentale, possono venire fuori nuove forme di giustizia sociale ed economica. E’ la logica che deve cambiare: che si abbia un retroterra culturale e religioso islamico o cristiano l’idea di giustizia è la medesima. E’ uguale il desiderio di un mondo dove non ci sia la povertà e tutti vivano nella dignità. Ma questo è possibile se non iniziamo a collaborare? Avverrà se prevale la logica delle individualità e tradizioni da difendere? Non è mai stato così nella storia. Quindi in conclusione non è l’islam che può aiutarci a trovare maggiore giustizia sociale: siamo noi tutti che dobbiamo aprirci ad una riforma radicale del nostro modo di vivere assieme”.

Qual’è il valore in comune tra islam e cristianesimo che predilige? “La dignità dell’uomo, dell’essere umano. E’ su questo fondamentale valore che dobbiamo far crescere i nostri bambini. Secondariamente dobbiamo occuparci dei comportamenti, del bene e del male. Solo infatti se per prima cosa riconosciamo la dignità di ognuno, donna, uomo, omosessuale che sia, allora possiamo parlare di bene e di male, di giustizia sociale. Dobbiamo farlo tutti noi assieme”.

Dai media in generale però ci arriva il volto violento dell’islam, il terrorismo, l’ISIS. “I media non devono di certo tacere la verità e non far vedere cosa accade quando c’è il fondamentalismo, da qualsiasi parte arrivi. Però il loro ruolo dovrebbe anche essere quello di educare, informare le persone, perché siano veramente in grado di capire e scegliere. E l’islam non è l’ISIS”.
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Donna e islam è un binomio che crea ancora diversi problemi: come fare a superare questo scoglio, per rendere partecipi le donne islamiche della vita pubblica occidentale a pieno titolo? “Se si ragiona in termini di fondamentalismo non è possibile. Ma anche se certi governi si fissano sulla questione del velo, dell’abbigliamento esteriore e non guardano alla sostanza della vera uguaglianza delle donne agli uomini nulla cambierà. Mi risulta che in Italia le donne ancora oggi percepiscano dei salari inferiori a quelli degli uomini a parità di livello e di lavoro. Proviamo innanzitutto a pareggiare i salari delle donne, orientali o europee che siano”.

Cosa cambia nel mondo con l’elezione di Trump? “Non credo molto. Obama mi ha deluso. Non è stato un grande presidente così come avrebbero voluto tutti quelli che hanno sperato in lui. Ha detto tanto e fatto poco. Per cui non penso che cambierà granché e non credo che Trump possa nuocere più di tanto. Sono più ottimista di molti altri in questo senso. I veri cambiamenti non arrivano dall’alto, dai presidenti, ma dalle persone umili e dalle piccole scelte quotidiane”.

Pubblicato su L’Adige del 30 novembre 2016

Il Corano è misericordia.

L’ignoranza è la peggior nemica dell’umanità. Spegne il dialogo, accende la paura, si nutre del terrore e mastica slogan. Misericordia è intelligenza: guardare dentro le cose, approfondire, conosparola-settimana-misericordia-colincere. Chi parla del Corano senza averlo mai aperto, chi giudica il tutto avendo a che fare solo con una parte, chi pensa che tutte le donne nell’islam siano ignoranti e sottomesse di fronte a Sharzad Housmand Zadeh, teologa islamica di origine iraniana, docente di Studi Islamici pressol’Univeristà Gregoriana di Roma, dovrà ricredersi. Ha studiato teologia nel suo paese e poi in Italia ha continuato con la Teologia fondamentale presso la Pontificia università dell’ItaliaMeridionale.

Le abbiamo domandato, visto il momento storico particolarmente difficile, per parlare di islam e dialogo, tra Isis, terrorismo e paure sei ha qualche suggerimento per riprendere speranza.amore-parola-settimana-colin-260x195

“Il popolo mussulmano oggi conta un miliardo e settecento milioni di persone. L’Isis non è nemmeno l’1% di questo vasto popolo. Dobbiamo ricordarci che Isis uccide sopratutto i mussulmani: più del 90% dei massacri avviene a discapito di persone dalla fede islamica. Chi si mette contro progetto ideologico e politico di Isisi è considerato un nemico da annientare. Per quanto riguarda il momento storico dobbiamo ricordare che più di 1400 anni di storia dell’islam, più di 2000 di storia del cristianesimo, hanno sempre portato con loro elementi di scontro, di tensione accanto ad altri d’incontro e dialogo. L’intelligenza e la capacità di gestire le situazioni sono l’unico strumento per favorire, promuovere, la vita, l’incontro, la speranza. Anche dall’attuale crisi del terrorismo, detto islamico, ma che non può assolutamente esserlo, perché “chi uccideuna sola persona è come se uccidesse l’intera umanità”, recita il Corano, possiamo produrre un bene. Approfittando della crisi, del cosiddetto “scontro culturale”, l’intelligenza e la spiritualità dell’uomo di oggi può trarre una nuova vita e una diversa via per promuovere l’umanità”.

Lei a Trento è stata chiamata per parlare del tema del Giubileo cattolico indetto da Papa Francesco: la misericordia. Misericordioso è uno dei 99 nomi di Dio: cosa significa per voi?

“Il Corano ha 114 capitoli: in 113 capitoli si inizia con la formula “Nel nome di Dio, pienezza di amore e misericordia”. Questa formula trina, che non equivale alla trinità cristiana, usa tre nomi, per parlarci del Dio coranico. Uno è Allah, il nome proprio di Dio, gli altri due sono Amore e Misericordia. Questi sono i sommi nomi di Dio, del Corano e dell’Islam”.

Ma che valore date a questo nome, cosa significa per gli uomini? “Misericordia è avere affetto perla propria famiglia, per la nazione in cui si vive, per l’umanità tutta, nelle relazioni interpersonali. La misericordia si traduce anche negli atti indicati dalla sharia islamica: per esempio la stessa zakat, ovvero il dovere del sostegno economico del povero, è atto di misericordia. Oppure il perdono: “chi ama essere perdonato da Dio, perdoni a sua volta il suo prossimo” dice il Corano. “Quando ricevi un male non rispondere con un male più grande ma con un bene più grande”, stascritto sempre nel nostro libro “vedrai che così chi ti era nemico ti diventerà caloroso amico”. Misericordia dunque è operare per il bene, anche economico, per la giustizia a favore del popolo umano”.

Eppure chi non ha mai aperto il Corano pensa ci siano scritte solo violenze e incitazioni alla guerra santa: consiglia di leggerlo direttamente questo testo tanto menzionato e poco conosciuto?

“Questa è una parola per gli uomini”: si presenta così il Corano. C’è un invito ad ogni persona umana, già nel nome stesso di “Corano”. E’ un invito ad essere letto e meditato. Scopriremmo dunque non solo misericordia, amore e perdono, ma anche personaggi e storie deivangeli”.

Chi è Gesù nel Corano?

“Un personaggio d’eccezione. Non solo un profeta: è il Santo, il piùprossimo a Dio, addirittura si dice di lui che è il verbo di Dio e il suo spirito. Nasce dalla Vergine Maria: il Corano conferma questa idea dei Vangeli del parto miracoloso. Sono state scritte migliaia di pagine della spiritualità islamica sulla centralità della figura di Gesù. Anche le confraternite mistiche dei sufi spesso si riferiscono alla figura di Gesù. Pera Maria basti pensare che è l’unica donna menzionata col suo nome proprio in tutto il testo coranico”.

Perché allora un certo terrorismo si dice islamico e legato al Corano? Se il fondamentalismo è tornare alla radice del libro sacro il fondamentalista islamico dovrebbe fondarsi su amore e misericordia.

“L’ignoranza è il nemico più grande dell’essere umano. Lo dice anche Papa Francesco: una buona evangelizzazione parte dalla conoscenza dell’altro. E più volte ha ripetuto che i testi sacri dell’islam conservano una gran parte della verità cristiana”.

Difficile sperare che si diffonda la lettura del Corano in Europa e nel mondo cristiane dal momento che anche le Bibbie e i Vangeli sono sugli scaffali di molti, ma per prendere polvere.

“In ogni modo la libertà venuta dal creatore permette di abusare non solo dei testi sacri ma del primo e assoluto testo sacro che è la vita stessa di ogni uomo. Il creato stesso è abusato e massacrato per l’opera dell’uomo. Questo non vuol dire che la creazione in se abbia il seme della violenza: un ragionamento simile va fatto per i testi sacri e in particolare per lo stesso Corano che al suo interno porta la vita, proponendo in tutti i suoi capitoli riferimenti alla creazione, alla natura, alla bellezza della vita sulla terra.

A noi abituati a pensare agli imam, magari con la barba, come gli interpreti del Corano, sembra strano vedere una donna insegnare teologia islamica. Come stanno le cose nel suo paese, l’Iran?

“In tutti i paesi islamici ci sono le facoltà teologiche, alcune statali: nell’istituto teologico sciita dove ho studiato in Iran, ci sono attualmente più di 8000 donne che studiano il Corano. Ma ne troviamo molte anche in altri paesi, come il Marocco”.

Articolo pubblicato su L’Adige del 25 febbraio 2016

Gender si nasce, non si diventa.

Fare chiarezza su ciò che non esiste: l’ideologia gender. E’ uno degli obiettivi, anche se paradossale, del nuovo libro di Michela Marzano “Papà, mamma e gender” (UTET).
“Nel momento in cui non si accetta la possibilità di una parola che sia Altra, se non si fa spazio in sé all’alterità, non esiste nemmeno la possibilità dell’ascolto, senza il quale non si genera il dialogo. Condizione per iniziare a comunicare e capirsi è l’ascolto e le argomentazioni non hanno genere femminile o maschile. Sono logiche, giuste, corrette oppure non lo sono”. A sostenerlo è la filosofa e parlamentare del PD, professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes, invitata da Arcigay di Trento il 12 dicembre scorso in una affollata sala 3 del Centro servizi culturali Santa Chiara, per tentare di fare chiarezza sul “mare magnum” di imprecisioni e superficialità che circolano attorno al termine gender, alla cosiddetta ideologia gender, alla differenza di genere e all’educazione sessuale nelle scuole. “Non ho scritto rivolgendomi agli “antigender”, ma a tutti coloro che sentono il bisogno di capire meglio. Forse l’ho pubblicato troppo tardi: tra genitori e famiglie ormai si è diffusa la paura di un tentativo di chissà quale gruppo intento a distruggere i valori tradizionali e l’idea di famiglia”. Le argomentazioni dunque devono essere rigorose: occorre essere chiari nella terminologia e non disorientare come tendenzialmente fanno coloro che paventano l’esistenza di una “ideologia gender”. Confondono differenza di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale, pratiche sessuali, differenza di sesso e identità di genere. “Ho sentito alcuni utilizzare il termine genere, affermando che ne esisterebbero tre tipi: omosessualità, transessualità e pedofilia. Da qui nascono le incomprensioni, i fraintendimenti”. Secondo la Marzano da tali ambiguità terminologiche nasce la malcelata tendenza a generare confusione per indurre paura e smarrimento tra chi deve approcciarsi a questi temi. “La pedofilia è un reato – detto in maniera chiara – non un genere”.
Provando a fare il punto. Esistono solo tre orientamenti sessuali: eterosessuale, omosessuale e transessuale. Non lo si sceglie e non è possibile cambiare orientamento sessuale o educare qualcuno a cambiarlo (tranquilli i genitori impauriti dalla possibilità che a scuola il proprio figlio cambi orientamento a causa di qualche lezione di educazione sessuale): “E’ un sentimento precoce, profondo e duraturo: non una scelta libera”. Altra questione è il genere: “Esiste una molteplicità di studi sul genere, ma nessuno mai ha messo in dubbio che esista la differenza di sesso: uomo e donna. Ma ci sono modi diversi d’essere donna ed essere uomo. Talvolta non ci si percepisce in armonia con il proprio corpo e in questo caso si parla di transessualità: ma sono una minoranza”. Esempio: “L’orientamento sessuale non ha nessun impatto sull’identità e viceversa: ci siamo sentiti ripetere per tantissimo tempo che una ragazza è necessariamente attirata da un ragazzo. Ma una ragazza che non viene attirata da un ragazzo, ma da una ragazza allora non è più una donna? Essere donna significa necessariamente essere attirati da un uomo? No: una donna può restare tale ed essere attirata da altre donne. Si è utilizzato per anni l’orientamento sessuale come costitutivo dell’identità di genere, mentre in realtà l’identità di genere è indipendente dall’orientamento sessuale”.
Marzano ha ricordato come sia importante essere precisi quando si parla di questi temi: occorre ricordarsi che dietro ci sono persone, a volte molta sofferenza, dolore. E non è un caso che il numero di suicidi in passato e ancora oggi sia alto tra persone omo e transessuali. Vittime di un clima culturale. Qualcuno ancora pensa che l’omosessualità sia una scelta: è un atteggiamento devastante contro chi vive questa condizione.
“Sono eterosessuale e cattolica – ha proclamato la Marzano – per anni ho atteso il principe azzurro della mia vita poi mi sono accorta che non dovevo attendermi dalle persone che amavo il riempimento di quel senso di vuoto che ognuno di noi si porta dentro per sempre. Con Camille Claudel ho realizzato che: “c’è sempre qualcosa di assente che mi perseguita”. Fa parte della nostra condizione umana”. La sua cattolicità l’ha dichiarata nell’incipit del libro con un accenno a Carlo Maria Martini, che nel suo ritiro gerosolimitano dopo aver lasciato Milano, incontrò il fratello della Marzano, omosessuale in cerca di pace per i suoi sensi di colpa indotti da una cultura ancora incapace di accogliere la sua differenza.
Per finire la scuola: “Deve essere in grado di generare spirito critico: dare strumenti. Sopratutto deve insegnare che bambini e bambine sono uguali. Universalità dell’uguaglianza nonostante le differenze. La famiglia delega alla scuola l’educazione dei propri figli: non decide sui contenuti. Oggi molti insegnanti sono terrorizzati dal parlare di queste tematiche come l’uguaglianza tra bambine e bambini perché hanno paura di genitori che li possono accusare d’essere seguaci del gender”. Per tutti quei genitori che invece volessero capire e non giudicare a pancia o condannare, ora c’è anche il libro della Marzano da poter leggere. Su tutto ciò incombe quello che i sociologi chiamano “knowledge gap”, il divario conoscitivo: chi è già informato e tende ad approfondire senza giudicare superficialmente non ha bisogno di questo libro. Gli altri continueranno a spaventarsi guardando qualche talk show televisivo o leggendo un messaggio “terroristico” sullo smartphone che minaccia la fine della famiglia tradizionale e l’arrivo dei fantomatici “mostri gender”.

(Articolo pubblicato su L’Adige il 15 dicembre 2015)

Ci vorrebbe un nuovo concilio.

Ci vorrebbe un nuovo concilio, non un sinodo, per passare da una Chiesa che propone ancora principi e doveri tratti dal diritto canonico a una comunità ecclesiale capace di misamore-contaericordia e accoglienza. Lo sostiene Luigi Sandri, giornalista e scrittore: gli hanno fatto eco in tanti al convegno “La sessualità e la famiglia dal Concilio Vaticano II al Sinodo”, organizzato dal Museo Storico in Trento, sabato scorso nella sala rosa della Regione.“Sandri, storico trentino, (autore dell’opera “Dal Gerusalemme I al Vaticano III: i concili nella storia tra Vangelo e potere” (Il Margine) ) ha preceduto gli interventi di associazioni, cattoliche e non, convocate e coordinate da Silvano Bert, insegnante, scrittore e in prima linea sul tema del rinnovamento della Chiesa. C’era anche Arcigay: “Il Concilio Vaticano II non ha mosso nulla per gli omosessuali: sappiamo benissimo cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: è oggettivamente disordinata l’inclinazione omosessuale, peccaminosa, se esercitata. Ma la nostra condizione, anche solo dal punto di vista laico, è di discriminazione: se è vero che aborto e divorzio, pur non essendo leciti secondo la Chiesa, vengono regolati da leggi dallo Stato italiano, quando si parla di omosessualità Stato e Chiesa sono sulla stessa linea. Stato laico fino ad un certo punto, dunque: l’ingerenza della Chiesa ha fatto si che in Italia non si permetta ancora alle persone omosessuali di sposarsi. A noi non è concesso avere una famiglia come avviene in tantissimi altri Stati d’Europa”. Così Paolo Zanella, Arcigay, ha sintetizzato la condizione degli omosessuali al convegno. La posizione di chiusura della Chiesa Cattolica dunque non riguarda solo i credenti, ha poi spiegato Zanella, ma tutte le persone omosessuali: “sappiamo di credenti e omosessuali che si sono rivolte ad altre confessioni cristiane, proprio perché si sentono esclusi e giudicati in ambito cattolico. La chiesa valdese è certamente più aperta su questi temi”. Per quanto riguarda il Sinodo, voluto da Papa Francesco, Zanella è stato piuttosto scettico: “Ci vorrebbe piuttosto un nuovo Concilio per affrontare alla radice questi temi: vediamo però dei piccoli segnali di apertura. La base ci sembra molto più avanti delle gerarchie”. Un accenno alla posizione del teologo VIto Mancuso: le argomentazioni bibliche e della legge naturale sono deboli. Dovrebbe prevalere la capacità della Chiesa di includere. “Sono fiducioso per le persone omosessuali credenti” – ha concluso Zanella, citando sempre Mancuso, “la maturità della comunità cristiana si manifesta nella sua capacità di accogliere tutti i figli di Dio così come sono venuti al mondo, nessuna dimensione esclusa”.

Che ci voglia un Concilio Vaticano III Sandri lo va predicando da tempo: la sua relazione sulla sessualità e la famiglia nella Chiesa Cattolica ha toccato tutti i nodi principali su cui oggi il sinodo si trova a discutere. Contraccezione, divorzio (con la questione della comunione negata ai risposati), aborto e omosessualità. Tutte questioni su cui però è necessario rivedere profondamente l’atteggiamento della Chiesa: non si tratta cioè per Sandri di aggiustamenti. Basterebbe tornare al Vangelo: “per Gesù Cristo la questione della sessualità è certamente secondaria. Ne parla in rare occasioni. Se l’avesse ritenuta importante e decisiva per la salvezza dell’umanità ne avrebbe parlato molto più ampiamente”. A parte alcuni punti sul ripudio nel matrimonio, nel Vangelo non si trovano altri grandi riferimenti al sesso. Perché la Chiesa Cattolica invece ha così a cuore questo tema? In ogni caso, secondo Sandri, basterebbe guardare a come fanno le altre confessioni religiose, prima di tutto gli ortodossi: per il caso del divorzio è riammesso a nuove nozze religiose il coniuge “innocente” (quello cioè a cui non è imputabile la rottura del vincolo matrimoniale). Per la questione della contraccezione Sandri ha richiamato il percorso per cui a fine ‘800 il Magistero cattolico iniziò ad opporsi al controllo delle nascite: si rispondeva agli anglicani che avevano ammesso la contraccezione, guardando alla condizione degli operai per cui avere tanti figli non er più un bene (come per i contadini bisognosi di braccia per i campi) ma un costo. Da allora in poi la Chiesa Cattolica non ha mai veramente abbandonato l’idea che la sessualità vada praticata solo in funzione della procreazione. Per Sandri infine occorre rileggere la parabola del Samaritano e riscoprire la misericordia verso chi è emarginato. Il dottore della legge e il sacerdote, nella parabola evangelica, non si sono fermati a soccorrere chi aveva bisogno. La Chiesa deve ritrovare l’atteggiamento del Samaritano.

pubblicato su L’Adige del 6 ottobre 2015

Desiderio d’aggregazione…

filo d'erbaDall’atomo alla libertà e spiritualità dell’uomo c’è un unico filo conduttore: il desiderio di aggregazione. Ecco perché, nella vita, anche d’un filo d’erba, si può rintracciare il divino. Questa vita: conoscerla, nutrila, proteggerla è il titolo del libro che sta per uscire (il prossimo 23 aprile per Garzanti), di Vito Mancuso , noto teologo e scrittore, che sarà a Rovereto (oggi alle 17, Teatro Rosmini , per la VI edizione di «Educa» che si apre oggi). Gli abbiamo chiesto qualche anticipazione.

«La filosofia della vita nella cultura dominante, l’evoluzionismo neodarwinista, parla di selezione naturale. Nel mio libro non nego questo dato: noto però che affinché qualcosa possa essere oggetto di selezione, prima di tutto deve esistere. La logica secondo cui gli enti vengono all’esistenza è quella aggregativa. Vale per tutti i fenomeni: già a partire dall’aria che respiriamo, unione di azoto e ossigeno. Gli stessi atomi sono aggregazioni. Qualsiasi cosa che venga all’essere è il frutto di una logica aggregativa. Ci sono chiaramente momenti di disgregazione, però sono sempre funzionali ad un’aggregazione maggiore. Fin dall’apparizione della vita dalla materia inerte, fino all’intelligenza dell’uomo e infine alla libertà. Ossia la dimensione dello spirito che permette alle persone di discutere, filosofare, indagare, amare».

Lei verrà a parlare di educazione: quella dimensione spirituale che lei indica come il vertice della vita, non le sembra sempre più lontana dal mondo dei giovani e dalla cultura dominante?

«Nei giovani, e non solo, vedo un rifiuto delle categorie tradizionali. Esiste una difficoltà a recepire l’impostazione religiosa classica assieme alla visione del mondo dalla scienza e dalla filosofia. Le persone che, nonostante tale divario, si dichiarano ancora credenti, spesso lo fanno con un senso di disagio misto a insicurezza. Quando si riesce invece a conciliare la prospettiva di fede con ciò che la cultura dominante propone, la possibilità di raccordare tensione spirituale e visione del mondo, nasce un grande interesse. I giovani avvertono una ricerca autentica quando non si impone loro un principio di autorità, ma piuttosto uno spirito d’indagine simile a quello della scienza attuale. La sete di spiritualità ci sarà sempre: l’uomo consiste in questo. Quando la si concilia con la scienza allora c’è una grande festa della mente. Vedo nascere gioia e una luce particolare negli occhi di chi intravede dei percorsi. Si tratta semplicemente di rintracciare piste plausibili, rinnovando fortemente il linguaggio».

La conoscenza, l’educazione, passa necessariamente attraverso la dimensione affettiva? L’amore genera conoscenza?

«Senza eros la conoscenza non avviene. Vale per tutti. Si conosce veramente ciò che si ama e si ama solo ciò che si conosce veramente. Rileggendo l’etica di Spinoza si capisce chiaramente: da un lato l’essenza dell’uomo è il desiderio. Dall’altra esiste la volontà di porre la ragione matematica come canone ultimo. Cos’è vero? L’una e l’altra cosa: noi siamo conoscenza e affettività unite. Dio stesso è logos ed amore. La vita stessa è logos e caos assieme».

Tornando alla questione della vita: come va declinato il tema del mondo animale e del rispetto, della cura, di ogni forma di vita?

«La vita è qualcosa che ci contiene tutti: uomini, animali e piante. Senza le piante e gli animali non saremmo qui. Nel nostro corpo abbiamo un numero di micro-organismi maggiore delle nostre cellule: non è stupefacente? Dentro di noi c’è un arcipelago incredibile di microesseri. Proprio perché la nostra vita è estremamente connessa a quella degli altri esseri viventi dobbiamo salvaguardare l’ambiente e praticare un’alimentazione nonviolenta. Questa è la strada per la costruzione di una natura-spiritualità. La vita si nutre di vita e non è possibile uscire dalla catena alimentare. Anche l’alimentazione vegetariana è violenta, perché si nutre di vita vegetale. A mio avviso si può allentare questa catena: praticando un’alimentazione che contenga il meno possibile di violenza».

Lei quindi è vegetariano?

«Ancora mangio pesce, ma la carne l’ho abolita da alcuni anni».

Si vive bene lo stesso?

«A me sembra di vivere meglio per varie motivazioni. La prima è quella spirituale. Penso che l’attenzione alla sacralità della vita faccia parte di una cultura spirituale adeguata. Un’alimentazione che esclude la carne aiuta il nostro corpo. Infine gran parte dell’inquinamento dipende dagli allevamenti di animali».

Non ha timore che – dopo le varie accuse, compresa quella di gnosticismo, da parte dei difensori della tradizione e dei dogmi – verrà accusato anche di vitalismo panteista?

«Panteismo e gnosticismo sono due accuse che s’annullano tra loro. Gli gnostici antichi avevano una visione negativa della natura, al contrario dei panteisti. A volte, paradossalmente, vengo accusato contemporanemente delle due cose. “Ogni autentica spiritualità è panteista” sosteneva Albert Schweitzer. Chi pronuncia la parola Dio con non può non riconoscere che sta parlando di colui che contiene tutte le cose. Non esiste una sana spiritualità che non riconosca la presenza di Dio anche in un filo d’erba. Chiaro che Dio non si può ridurre alla natura. C’è differenza tra panteismo e pan-enteismo . Io appartengo alla seconda categoria: non credo che la materia esaurisca il divino. L’astrofisica attuale lo insegna: l’energia materiale visibile è solo il 5% del totale dell’energia dell’universo. Ma esiste il 95% di materia oscura, 25% di materia oscura unita al 70% di energia oscura, di cui non sappiamo nulla. Già solo l’astrofisica ci indica la non riducibilità dell’universo in quanto tale a ciò che possiamo vedere. Se poi vogliono darmi del panteista facciano pure. La nostra riflessione o si libera di questi schemi e pensa liberamente, per il bene, l’intelligenza e il cuore delle persone, oppure resta ancorata a vecchi e improponibili schemi».

Papa Francesco ce la farà a rinnovare la Chiesa cattolica?

«Non lo so. Ci sono segnali positivi e altri meno. Vediamo se la seconda puntata del Sinodo si chiuderà con un nulla di fatto. Fosse semplicemente solo la comunione ai divorziati risposati, se non la riscrittura dell’etica sessuale. Andrebbe messa da parte la questione della contraccezione e dei rapporti prematrimoniali: perché, così com’è, l’etica sessuale della Chiesa non viene seguita nemmeno dai cattolici praticanti. Ci sono statistiche che parlano di un 1-8% di coloro che frequentano le parrocchie a seguire le indicazioni sulle questioni sessuali. È un dato che indica la débâcle competa dell’etica sessuale. Non pretendo che si arrivi subito a riscrivere l’etica sessuale: almeno però si conceda, come il Papa vorrebbe, la comunione ai divorziati risposati. Se Francesco non ne ha la forza, allora il rischio è di un effetto boomerang: grandi attese, bei gesti, incapaci di tradursi in veri cambiamenti nella Chiesa».

 

(Articolo pubblicato su l’Adige del 18 aprile 2015)

 

Pleonexia.

pleonexiaIl desiderio di possedere non è un male in se e non servono moralismi e prediche inutili per evitare la brama del possesso. Meglio regole chiare e cultura “del limite e del giusto mezzo”. A sostenerlo è il filosofo Umberto Curi, professore ordinario di storia e filosofia all’Università di Padova, giunto a Trento assieme al monaco Sabino Chialà per la prima serata della Cattedra del Confronto organizzata dalla Diocesi di Trento mercoledì 11 marzo Si parla di “tentazioni” quest’anno alla Cattedra e la prima sarà la brama dell’avere.

A Curi abbiamo chiesto in quale misura sia lecito parlare del desiderio di avere come di una“tentazione”?

“Credo sia opportuno evitare un approccio moralistico. Nella storia della filosofia viene analizzata e spesso anche censurata, la “brama dell’avere” ma non ci si riferisce al desiderio di possedere. Quest’ultimo non è evidentemente disdicevole. Piuttosto è la sua esasperazione ad esserlo. Il più della volte assume la forma della pretesa di avere più di quanto sia giusto e necessario. Non credo sia corretta una riflessione sulla disposizione di avere in quanto tale: diventa disdicevole solo nel caso in cui essa vada oltre il limite e si configuri come una vera e propria patologia. L’avere è una propensione fisiologica. Di per se uno stimolo alla crescita e a costuire qualcosa di significativo. Non credo sia immaginabile né desiderabile una condizione in cui non si avesse nessuno stimolo a possedere qualcosa. Perché è evidente che si arriverebbe ad un appiattimento totale della vita dei singoli e anche della collettività. Mentre certamente è criticabile la tendenza patologica a possedere. Possiamo prendere spunti da due autori: nella “Storia del Peloponneso” Tucidite disapprova e considera socialmente pericolosa la rapacità e avidità nel tentativo di accaparrarsi risorse. Per Platone invece in “La Reppublica” la pleonexia, smania di avere più del giusto, è quanto di più distruttivo e destabilizzante ci possa essere per la società. Possiamo rileggere anche l’Antico testamento e l’episodio che si trova nell’Esodo: il vitello d’oro. Considerato tradizionalmente una delle espressioni più compiute nella smania di accumulare ricchezza”.

Una delle tentazioni a suo avviso può essere quella di trasformare le persone in “oggetti daavere”, confondere amore e possesso, amicizia e potere?

“Nel quinto libro dell’”Etica Nicomachea” Aristortele commenta e critica questa tendenza esasperata di possesso e la vede come un estremo rispetto ad una attitudine, corretta, del “giusto mezzo”. Il desiderio di possedere non è un male in se stesso. Nella giusta misura è “neutro”, né buono né cattivo. Se ciò che muove non è la necessità o l’esigenza di procurarsi qualcosa che serva ed è utile, ma il desiderio di possesso in quanto tale, è evidente che non si potrà mai raggiungere una piena soddisfazione. Siamo di fronte ad un desiderio che si alimenta di se stesso. Possiamo evocare qualche riferimento icnongrafico: nel ciclo di Giotto, Cappella degli Scrovegni a Padova, l’avidità è rappresentata come una vecchia che brucia nei piedi ed ha una lunga lingua che gli si ritorce contro. Quasi a dire che c’è un’autocombustione dell’avaro costretto a soffrire per il suo stesso desiderio. Impossibilitato com’è ad appagarlo completamente”.

L’altrenativa “essere o avere” che riflessioni le suscita?

“L’enafasi su questa disgiunzione e l’insistenza sula necessità di non curasi d’avere preoccupandosi invece di essere, nel modo in cui è stata proposta negli utlimi anni, per lo più ha un’intonazione moralistica. Non pare però raggiungere alcun risultato: suona fastidiosamente come una predica che non cambia certamente inclinazioni, appetiti e desideri. Platone ha un approccio molto realistico su questo tema: è inutile predicare, magari ai giovani, di evitare la smania di avere. E’ connaturata e fisiologica e da un certo punto di vista non è negativa. Ha un carattere dinamico connesso con il processo della crescita. Per cui serve a poco l’esortazione a curarsi dell’essere. Sarà meno entusiamante ed edificante, ma vedo più reale puntare sul senso del limite, della misura. Dove si assume come incancellabile la tendenza all’avere: solo che non si raccomanda l’impossibile, ma il tenerla entro certi limiti. Compatibili con la sopravvivenza della collettività e con un’accettabile qualità morale dell’individuo. Eviterei qualsiasi colpevolizzazione, da cui non consegue alcun risultato positivo”.

Cosa direbbe allora ad un buddhista che pratica la soppressione del desiderio o ad un monaco che si spoglia di tutti i suoi averi?

“Hanno la mia massima ammirazione come ne ho per Francesco d’Assisi. E’ paradigma di un modo di concepire la vita. Ma Francesco credo fosse il primo a rendersi conto di proporsi come modello di Gesù stesso. Copia imperfetta. La santità è di pochi, non di molti e non può essere considerata una virtù sociale. Piuttosto che puntare alla santità si dovrebbe cercare quel che è raggiungibile: il giusto mezzo, il senso del limite, lo stare dentro le regole della vita associata. Quella di Francesco e di Gesù sono delle idee regolative, ma la loro vita e il loro esempio è raro”.

Quei personaggi, asceti o profeti che rinunciano ad avere, associano la loro scelta alla conquista della libertà: beato l’uomo che non possiede nulla perché è libero da qualsiasi vincolo. Sembrano dirci.

“Certo. Il loro è un vero processo di kenosis, svuotamento. Si rendono accoglienti a ciò che veramente conta, lo spirito, la Parola di Dio. Ho una grandissima ammirazione nei confronti di questa linea che però, proprio per non svilirla, va vista nel suo carattere individuale: non può essere virtù sociale. Bisogna poi rendersi conto che gli esempi ci fanno capire tutto lo scarto che esiste tra la nostra condizione e quella del modello: Gesù si è svuotato: lui era esempio, mai veramente riproducibile. Se ne parliamo poi come virtù sociale credo che nemmeno un buddista pensi di poter estendere la propria scelta ad ogni componente della societa”.

Questo uno dei motivi perché il comunismo ha avuto qualche problema nella realtà? Una buona idea, ma che possono praticare solo in pochi?

“Volere la giustizia completa su questa terra, come pensava il comunismo, nella realtà si è rivelata una visione idolatrica. Proprio perché puntava troppo in alto”.

Il popolo, “nel deserto”, se è troppo libero, troppo chiamato alla respoanabilità personale, poi si costruisce un vitello d’oro?

“Ci sono due narrazioni della consegna del decalogo da parte di Dio agli uomini. Mosè trascorre 40 giorni senza mangiare bere e dormire. Riceve le tavole incise direttamente da Dio. Torna dal suo popolo che però in quei 40 giorni ha preteso da Aronne che costruisse il vitello d’oro. Allora Mosè frantuma le tavole, impone che vi sia una dura repressione dei Leviti che hanno voluto l’idolo. Poi ritorna sul monte e a quel punto Dio non consegna unanuova copia, ma detta a Mosé quel che deve incidere. Circostanza per cui le tavole di Dio sono andate perdute. E tra le due consegne del decalogo c’è il vitello d’oro. Riflettere su questo episodio: credo sia promettente per capire la tentazione dell’avere.

Lo avrebbe una antidoto all’avidità di certi personaggi ai vertici della società che già tanto hanno e ancora vogliono, magari intascando tangenti? ”E’ necessaria la combinazione di due rimedi con la consapevolezza che non possono essere risolutivi. Ci vuole un lavoro sul piano culturale che non sia moralistico, ma tenda a far comprendere la non assolutezza dei valori dell’avere e quindi un approccio sanamente relativistico in grado di scoraggiare l’adozione del vitello d’oro. Poi occorre combinare tutto ciò con una rigorosa definizione di regole e di controllo della loro applicazione: la vera tentazione scatta quando mancano regole chiare e non esistono controlli. Così potremmo ricondurre la patologia entro limiti sopportabili.

Articolo pubblicato su L’Adige (10 marzo 2015)

Cambiare. Il capitalismo non è eterno.

Vitello d’oro, l’idolo immutabile dei nostri tempi è il capitalismo. Chi crede che sia un sistema economico «eterno» e anche di fronte alle diseguaglianze e ingiustizie che genera non pensa di cambiare strada è come se stesse idolatrando una divinità fasulla. Per Leonardo Becchetti, economista e docente presso l’Università Tor Vergata di Roma, si può invece cambiare modello in economia e si possono trovare le giuste strategie perché il cambiamento non sia traumatico, ma culturale e progressivo.
Alla Cattedra del Confronto il suo intervento, stasera, sarà attorno al tema del «cambiare il mondo» con modelli e pratiche economiche. Nel precedente incontro della Cattedra il banchiere Alessandro Profumo ha detto che il capitalismo è l’unico sistema economico attualmente possibile, altri sembra che non funzionino così bene.

Nessun cambiamento è dunque plausibile in economia? «Dobbiamo intenderci sul termine capitalismo. Se implica il sistema delle aziende intente a massimizzare il profitto e dove il vero portatore di interesse è chi mette il capitale e non i lavoratori, le comunità locali, i fornitori, allora questo non è il modello di “economia civile” che da alcuni anni stiamo elaborando e verso il quale stiamo indirizzando il cambiamento. Anche la dottrina sociale della Chiesa sostiene che la massimizzazione del profitto è il “vitello d’oro” dei nostri tempi.

La sua alternativa?
«Dobbiamo allargare l’orizzonte su tre fronti: l’uomo è persona e non “homo oeconomicus”, l’impresa non è massimizzazione del profitto, ma creazione di valore per tutti i portatori di interesse e il valore non è il pil ma il bes, benessere equo sostenibile. Questa è economia civile e quel che la dottrina sociale della Chiesa sostiene negli ultimi documenti. Il resto è “sistema tolemaico”, roba vecchia che ha mostrato ampiamente di non funzionare, con spinte autodistruttive come abbiamo constatato nel sistema bancario e monetario».
Dunque profitto sì, ma ben indirizzato?
«Verso imprese di tipo cooperativo, banche etiche, dove l’obiettivo non sia la massimizzazione del profitto per pochi. Siamo già sulla strada di questo cambiamento».

Lei parla di equità: che cosa intende esattamente?
«Per qualcuno può essere normale vivere in un mondo dove le 85 persone più ricche del mondo hanno la ricchezza dei 3 miliardi di persone più povere. Per me questo non è normale e neanche funzionale all’economia: è necessario che i ceti medio bassi abbiano la possibilità di consumare, comprare, per far funzionare l’economia. Non è un caso se le due più grandi crisi finanziarie, del 1929 e del 2007, siano scoppiate nei momenti di massima diseguaglianza. Equità significa ridurre questa profonda differenza».
Un povero, un disoccupato, come fa a partire da se stesso?
«C’è il “voto con il portafoglio” (titolo di un mio libro), se diventa un comportamento di massa. Comprare, in massa, solo quei prodotti che forniscano una certa garanzia di sostenibilità ed equità. Può essere una vera rivoluzione. Il mondo oggi non può restare al servizio dell’economia e sacrificare diritti e ambiente. Dal basso si deve votare con il portafoglio, dall’alto occorre stabilire delle regole fiscali o di partecipazione agli appalti che premino le filiere ambientalmente e socialmente più sostenibili».