L’intelligenza senza ormoni.

All’intelligenza artificiale serve  un “cuore” oppure possiamo affidarci alle sue decisioni, precise e rapide, senza farci altre domande? L’intelligenza artificiale si sostituisce agli esseri umani per liberarli dal lavoro manuale e renderli più felici o per farne dei consumatori passivi di prodotti e servizi a beneficio di quei pochi che possiedono e sfruttano il know how tecnologico? Se ne parlerà a Trento mercoledì 21 novembre alle ore 20.30 presso la Sala della Cooperazione (Via Segantini) in un convegno organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler dal titolo “Angeli e demoni dell’intelligenza artificiale”. Interverranno vari esperti:  Piero Poccianti, Presidente Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, Francois Pachet, direttore di Spotify Creator Technology Research Lab, Francesco Profumo, presidente FBK, Michela Milano, vice-presidente dell’Associazione Europea per l’Intelligenza Artificiale e Carlo Casonato, vice-presidente del Comitato Etico per la sperimentazione con l’essere umano (Università di Trento). A Casonato abbiamo chiesto quale sia la questione più importante attorno agli sviluppi dell’intelligenza artificiale.

“Certamente il problema del futuro del lavoro umano è rilevante, ma la questione cruciale riguarda le macchine che in futuro avranno potenzialità di decisione autonoma. La prima auto a guida autonoma inizierà ad essere venduta negli USA dal prossimo dicembre: quando quest’auto si troverà di fronte alla scelta se investire un pedone, salvando i suoi passeggeri o schivare il pedone andando a schiantarsi contro un muro, mettendo a rischio gli uomini nel suo abitacolo, cosa deciderà? Sulla base di quali criteri “etici”? Il tema centrale  dunque è quello di una tecnologia innovativa che permetterà di prendere decisioni autonome in vari ambiti: ci sta bene perdere, come uomini, il ruole esclusivo di decisione? Ci sono strumenti in campo medico che sono in grado di fare diagnosi e indicare prognosi al posto dei medici: è questo il nostro futuro? Siamo pronti a delegare buona parte dei nostri dilemmi a macchine che attraverso l’autoapprendimento non potremo più controllare?”

Dovremmo dunque capire cosa significa “intelligenza”? Può un apparato tecnologico sviluppare quella caratteristica intelligenza che chiamiamo “emotiva”, la capacità cioè di non usare solo la razionalità calcolante, ma anche gli aspetti affettivi?

“Molti dicono che alle macchine mancano gli ormoni e quindi saranno sempre inferiori all’essere umano.  La sfida è decidere se lasciare la macchina autoapprendente a svolgere le sue funzioni al posto nostro o meno. La macchina ha veramente capacità di autonomia decisionale oppure si tratta di semplice “automazione”? L’autonomia deve rimanere in mano all’essere umano, con i suoi aspetti emotivi, ponendo dei limiti alla tecnologia in vista di una centralità della figura umana nella società del futuro. Non siamo pronti per una sostituzione dell’essere umano”.

Dunque tra angeli e demoni qual’è la direzione che prenderà l’intelligenza artificiale? “Siamo noi che ci comporteremo da angeli o da demoni. La possibilità di regolare le macchine ci costringe a riflettere su noi stessi e su che ruolo vogliamo mantenere. L’intelligenza artificiale è come uno specchio: ci costringe a ripensare l’intelligenza umana”.

A livello globale però sembra che lo sviluppo delle tecnologie non abbia come punto di riferimento l’etica, ma piuttosto l’economia.

“Dobbiamo iniziare a parlare di questi temi, e il convegno di FBK serve  anche a questo. Quando ci sono interessi economici è difficile che etica e diritto possano dettare legge. Però esistono tutta una serie di azioni, comitati etici, luoghi e occasioni in  cui si sente il bisogno di ragionare su queste cose. Anche i ricercatori spesso si autoregolamentano: quando è apparsa l’ingegneria genetica sono stati i ricercatori a darsi dei limiti. Una macchina, con intelligenza artificiale,  può oggi comporre musica, fare arte, scrivere un articolo di giornale. Ma al momento gli mancano gli ormoni e la possibilità di soffrire o gioire: questo è il più grande limite che la tecnica non può superare se l’uomo stesso non glielo permetterà”.

(Pubblicato su L’Adige del 21 novembre 2018)

 

Come se non ci fosse un domani….

 

 

La “curva a mazza da hockey”  Michael Mann l’ha iniziata a usare alla fine degli anni ‘90, per cercare di svegliare i dormienti, o i negazionisti, che continuano spudoratamente a usare i propri suv (magari diesel, euro 5, le cui emissioni sono in media due etti , abbondanti, di CO2 ogni km percorso) come se non ci fosse un domani o alternative di mobilità, a mangiare cibi per la cui produzione si immettono nell’atmosfera quantità indecenti di anidride carbonica (per produrre un kg di carne di manzo si immettono in atmosfera 40 kg di CO2), che d’estate fanno andare i loro condizionatori a manetta  (circa 340kg di CO2 finiscono nell’aria per rinfrescare 20mq per quattro mesi, sei ore al giorno) e d’inverno riscaldano le loro case come saune (parliamo di circa 2500kg di CO2 per scaldare, col gas metano, in un inverno un appartamento di 50mq, ma se ci accontentiamo di 20 gradi in casa. Ogni grado in più pesa circa 100kg di CO2 ). Un crescendo di anidride carbonica, alla faccia delle evidenze scientifiche del global warming, che sta rendendo inabitabile il pianeta, provocando migrazioni e disastri ambientali. Michael Mann, (statunitense, pluripremiato scienziato  del clima, fisico e climatologo, il primo ad aver pubblicato una precisa ricostruzione della temperatura media nei secoli passati) è stato a Trento lunedì 18 giugno   al Muse, anche per presentare il suo libro scritto a quattro mani con Tom Toles (giornalista del Washington Post) “La terra brucia” (Hoepli). Dialogheranno con lui Christian Casarotto, glaciologo del Muse e Roberto Barbiero, climatologo dell’Osservatorio Trentino sul clima.

Mann destò scalpore con la pubblicazione dei suoi dati e con l’impennata delle temperatura attorno al 1850 (prima era praticamente piatta) quando iniziò una industrializzazione seguita da un indiscriminato uso di combustibili fossili. Quella curva sul grafico è appunto la “mazza da hockey”, per la quale ha subito numerosi attacchi dai negazionisti.

Al climatologo abbiamo domandato se c’è evidenza dai dati che solo quando smetteremo di bruciare combustibili fossili saremo in grado di salvare il pianeta.

“Il tasso di riscaldamento senza precedenti del secolo scorso può essere spiegato solo dall’aumento delle concentrazioni di gas serra. La mia ricerca mostra che c’è ancora tempo per ridurre le nostre emissioni di carbonio in misura sufficiente per evitare i cambiamenti più pericolosi e potenzialmente irreversibili del clima”.

Quali aspetti della sua ricerca ritiene più rigorosi e importanti?

“Sto indagando su vari aspetti del cambiamento climatico. La ricerca che ritengo più importante è il mio lavoro paleoclimatico, e in particolare quello su  la curva “hockey”. Con i miei co-autori la pubblicammo due decenni fa (anche se ancora è poco nota, ndr): dimostra quanto il riscaldamento moderno sia senza precedenti. Tuttavia, svolgo anche ricerche su vari aspetti della scienza del clima, tra cui ricerche sulla variabilità del clima naturale, previsione del clima e, più recentemente, sugli impatti dei cambiamenti climatici su eventi meteorologici estremi”.

Quindi a suo avviso siamo ancora a tempo per tornare indietro con le temperature o abbiamo superato il “punto di non ritorno”?

“La nostra ricerca mostra che possiamo limitare il riscaldamento a meno di 2 gradi rispetto al preindustriale. Ma già solo  mantenere il riscaldamento al di sotto dei 2 gradi richiederà un’azione concertata che vada ben oltre, ad esempio, agli impegni assunti dalle nazioni del mondo, tra cui l’Italia, nell’accordo di Parigi di diversi anni fa. Occorre fare molto di più”.

 

Negli Stati Uniti lei è stato molto criticato dai negazionisti del riscaldamento globale: le cose stanno cambiando oggi, sotto l’amministrazione Trump?

“Come spiego nel  mio libro “The Madhouse Effect” stiamo affrontiamo una sfida monumentale negli Stati Uniti proprio adesso, dove il nostro intero governo, il nostro presidente e il congresso,  sono controllati dai politici negazionisti del “global warming”. Ciò significa che i progressi possono e devono arrivare a livello locale e statale, con Stati come la California e il governatore Jerry Brown, un mio amico, che svolge un ruolo chiave nella direzione di una nuova consapevolezza del problema clima. Il prossimo novembre il popolo americano ha la possibilità di cambiare direzione rifiutando il Trumpismo ed eleggendo politici che agiranno sul clima. Una parte importante del mio messaggio in questi giorni in cui parlo con il pubblico americano è basato proprio sull’importanza del voto nelle prossime elezioni. È la nostra migliore speranza per superare l’ostacolo  Donald Trump”.

 

Cosa deve fare la comunità scientifica per far crescere la consapevolezza del problema clima?

“È fondamentale che la comunità scientifica faccia il possibile per comunicare al pubblico in termini inequivoci che il cambiamento climatico è reale, causato dall’uomo e una grande minaccia se non agiamo. Dobbiamo anche comunicare, chiaramente, che c’è ancora tempo per agire. E con la transizione dai combustibili fossili verso le energie rinnovabili, possiamo sia raggiungere la prosperità economica sia sostenere il nostro ambiente e il nostro pianeta”.

 

Una persona qualsiasi invece che può fare per contribuire a invertire la rotta del riscaldamento?

“Ci sono cose che possiamo fare nella nostra vita quotidiana per ridurre la nostra “carbon footprint” (impronta di carbonio): usando l’energia rinnovabile, risparmiando energia e risorse, pedalando invece di guidare. E in molti casi queste sono azioni “no regrets” (senza rimpianti): ci rendono più sani, ci fanno risparmiare denaro. Ma per raggiungere la riduzione del carbonio ed evitare il catastrofico riscaldamento planetario, abbiamo bisogno azione al più alto livello. Ciò significa fare pressione sui nostri politici, sia qui in Italia che negli Stati Uniti. E smettere di votare i politici che si rifiutano di farlo!”

 

RE-VELATION

Ri-velare. E’ il verbo più adatto per quel copricapo leggero sulla testa delle donne occidentali fino al secolo scorso. Oggi diventato simbolo di appartenenza sui capelli delle donne islamiche, arabe, indiane.  Il velo vela e svela. Ri-vela nel senso che demistifica l’universo di significati che l’uomo, nel suo maschi

lismo, carica sul quel tessuto più o meno leggero. Allo stesso tempo manifesta l’indole seducente del nascondere: quel che è prezioso va scoperto.

 

Sul velo Maria Grazia Muzzarelli, professore associato di “Storia medievale” presso l’Università di Bologna, ha scritto un saggio, A capo coperto. Storie di donne e di veli
(Il Mulino). Ne ha parlato l’ 8 marzo, Festa della donna, (ore 17.30) al Museo diocesano di Trento (Piazza Duomo, 18)  in un incontro dal titolo: “Il velo: un’eredità, una permanenza, un paradosso, un oggetto che fa discutere”. Al diocesano si tiene in questi giorni e fino al 30 aprile la mostra” RE-VELATION”, a cura di Clelia Belgrado e Domenica Primerano. Si tratta di una serie fotografica di Carla Iacono sul tema della manipolazione delle differenze culturali, a partire dalla situazione delle donne musulmane immigrate in Europa.

 

Alla Muzzarelli abbiamo domandato cosa sta “sotto il velo”, che oggi ci fa paura sulle teste delle donne immigrate.

“Anziché  considerarlo come oggetto di timore bisognerebbe guardarne la storia. Il velo  è un oggetto “in mezzo a noi, ma anche parte rilevante della cultura mediterranea.

Credo sia necessario disincrostare questo il simbolo, per far emergere bellezza e anche seduzione. Occorre eliminare i significati più severi e cercare di considerarlo come un oggetto per veicolare messaggi diversi,  non necessariamente per suscitare timore. Nella nostra cultura non c’è più l’uso di stare regolarmente a capo coperto tra le donne: ma è una trazione mediterranea e addirittura il mondo cristiano ha utilizzato il velo come pubblicità delle virtù delle donne. Basti guardare gli ordini monastici femminili. Una esperienza che è stata presente fino alla metà circa del novecento”.

 

Cosa a suo avviso ha “tolto il velo” alle donne occidentali?

“La moda: è una delle tesi contenute nel mio saggio.  Inizialmente ha permesso al velo di diventare un elemento ornamentale, seducente come la famosa “veletta” sugli occhi delle donne del XIX secolo. E’ uno dei paradossi più grandi: quel che doveva essere un elemento di sottomissione ai dettami della religione e della cultura maschilista è diventata occasione per cambiare lo sguardo sulle donne”.

 

Oggi sono tante le giovani donne, islamiche o comunque di cultura araba, che portano il velo a scuola come in ufficio, in mezzo a noi. Perché ci fanno paura?

 

“Se il velo è una scelta allora vuol dire che le scelte non sono mai fatte in un mondo iperuranico, sono legate alla realtà che ogni singola donna vive. Di per sé il velo non è un elemento di mancata emancipazione: può essere invece l’affermazione della propria identità. Se ad una ragazza giovane fa piacere portare il velo per sottolineare la propria appartenenza che problemi abbiamo noi di culture diverse ad accettarla?   Trovo inaccettabile invece che diventi un blocco ad una vita di relazione. Il velo non è imposto dal Corano: ci sono solo alcune sure che vi fanno riferimento e non sono prescrittive”.

 

Il messaggi erotici, sensuali, passano quasi esclusivamente dal corpo delle donne: è uno dei punti chiave per leggere la tradizione del velo?

 

“Recentemente sono stata in Tunisia per alcune conferenze: delle ragazze del luogo mi hanno avvicinato chiedendomi come valutavo il fatto che per  vendere un’automobile in occidente si usa l’immagine di una donna nuda. “Questo è vero abuso del corpo delle donne”, mi hanno detto. Ho dovuto dar loro ragione. La mercificazione del corpo femminile a fine pubblicitari è oggettivamente un elemento che immiserisce e annichilisce le donne. Non è solo responsabilità degli uomini, ma anche di quelle donne che si prestano a questo “gioco delle parti”. Posso solo dire che il velo è una forma di copertura che ha in sé dell’ambiguità.

Copre e scopre allo stesso tempo. Vorrebbe distogliere gli sguardi in realtà li attrae. Credo che sia uno degli aspetti più belli e sensuali della relazione erotica. Vedere e non vedere, la lucentezza, l’attrazione, la leggerezza al posto di una esplicita esposizione “senza veli”.

 

Concludendo lo chador va bene anche a scuola, anche in ufficio?

 

“A patto che sia un elemento di identità, di appartenenza. Ma non diventi la punta dell’iceberg della sottomissione femminile. Il velo può essere un elemento di grazia, una forma di fedeltà ad una tradizione assolutamente legittima in tutti gli ambienti. Con dei limiti certamente: devo poter capire chi ho davanti. Ci sono delle regole che la nostra civiltà occidentale impone: credo tutte legittime. Ma il velo non è un oggetto a cui attribuire necessariamente significati negativi. Anche perché è parte della nostra storia. Non solo il velo è “fra noi” in testa a donne di altre fedi o tradizioni,  ma è nelle pieghe della nostra storia recente. Le nostre nonne hanno continuato a coprirsi il capo. Mia nonna non usciva di casa senza un cappello, e lo teneva anche in casa di amiche. Questa non è una storia che risale a chissà quanti secoli or sono. E’ la nostra storia. Dalla nostra latitudine la moda ha fatto cadere l’uso di coprirsi il capo. Allo stesso tempo è aumentato lo spazio di consapevolezza delle donne: questo è il vero valore.

 

Genome editing:

E’ giusto intervenire sul genoma umano? Quali sono i rischi, non solo dal punto di vista medico e scientifico, ma etico e morale? E’ lecito modificare il genoma umano in modo che le generazioni future siano più resistenti? Ne ha discusso Lucia Galvagni, ricercatrice al Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento, in un suo recente intervento a Belgrado dal titolo: “Genome editing: biomedical and ethical perspectives”, organizzato dal Center for the Study of Bioethics (Belgrado), in collaborazione con l’Hastings Center (New York) e la NYU School of Medicine. Galvagni ha parlato di “Enhancement umano e tecnologie di genome-editing: nel dibattito c’è un posto e un ruolo anche per le religioni?”

Migliorare la nostra umanità dal punto di vista genetico – abbiamo domandato alla ricercatrice di Trento – non le sembra una cosa “buona e giusta” se guardiamo a quanto recentemente accaduto ad un bimbo al Bambin Gesù di Roma che grazie ad una modificazione genetica ha sconfitto la leucemia?
“Certamente è una cosa buona. Ma credo si debbano fare delle distinzioni: ci sono delle modificazioni genetiche su individui adulti o su bambini. La si fa da tempo e viene chiamata terapia genica somatica. Nel momento in cui sono state fatte le dovute sperimentazioni e verifiche, viene considerato un intervento valido dal punto di vista clinico e lecito dal punto di vista morale e legale. E’ invece molto in discussione oggi la possibilità di intervenire con terapia genica sulle cellule iniziali di un embrione, la cosiddetta terapia genica germinale”.
Quali sono i motivi di discussione su questo tipo di terapie: non sono comunque orientate al benessere di una persona che dovrà nascere? “Permangono forti dubbi rispetto ai rischi: se si interviene a modificare uno zigote cosa succederà nello sviluppo successivo? Si può essere sicuri di prevenire una malattia con un intervento genetico, ma non si può essere altrettanto certi di non indurre indirettamente un danno biologico. Sugli interventi diretti sul genoma umano abbiamo ancora molti punti di domanda: cosa potrebbe succedere sul medio e lungo periodo? Quali possono essere le conseguenze a livello metabolico? Non possiamo sapere infatti se la modificazione potrà dare degli effetti nello sviluppo dell’individuo. La convenzione di Oviedo del ‘97 esclude interventi genetici a livello germinale”.

Questo per quanto riguarda un livello medico e scientifico: eticamente invece quali sono i dubbi? “Ci sono posizioni diverse: per qualcuno il fatto stesso di poter migliorare le condizioni di vita del nascituro giustifica un intervento sul genoma, anche con dei margini di incertezza. In Europa in particolare però ci sono molte resistenze a livello morale e molti sono stati i pronunciamenti che invitano alla cautela. Ci sono troppe incertezze e per ora gli interventi riguardano soprattutto forme di terapia genetica. Il miglioramento invece non è previsto”.
Quale potrebbe essere il ruolo delle religioni in questa discussione? “Al Convegno di Belgrado sul “genome editing” ho presentato le ricerche che stiamo svolgendo in FBK a Trento, in particolare quel che è emerso dal recente simposio “Making the cut? Scientific possibilities and ethical, legal and social challenges of gene-editing” con vari esperti da tutta Europa. C’è stata discussione su un punto: è lecito, oltre all’intervento terapeutico, pensare di migliorare la condizione di adattamento delle generazioni umane future ad alcune condizioni ambientali avverse? A Belgrado una delegazione di esperti di Oxford su questo punto è stata chiara: è un dovere morale lavorare per migliorare le condizioni di adattamento dell’uomo alla vita e all’ambiente”.
Questa posizione lei la condivide? “Noi rispetto a questo scenario stiamo cercando di capire quali sono i limiti, i rischi, di un intervento genetico. L’incertezza non è mia: è la comunità medico scientifica che avanza dubbi. Come in tutte le scoperte scientifiche dobbiamo pensare agli effetti che non possiamo prevedere in questo momento. I danni potrebbero essere superiori al beneficio che oggi vediamo. A Belgrado altri ricercatori di New York, medici, hanno detto chiaramente che non intendono avviare un percorso di miglioramento del genoma umano fintanto che non ci saranno conoscenze più solide”.

Quindi si tratta solo di sperimentare, aspettare e controllare gli effetti, non ci sono remore di altro tipo? “ Si tratta di tempo a c’è anche bisogno di avviare delle sperimentazioni più mirate. Rispetto ad una determinata malattia prima dobbiamo stabilire se non esistono farmaci o altre tecniche per contrastarla. Solo allora possiamo decidere di intervenire a livello genetico. La questione a monte è abbastanza semplice: il genome editing serve anche per prevenire malattie, ma anche per modificare il genoma di piante e animali. Sono tecnologie molto promettenti dal punto di vista umano che sono di fatto già applicate in agricoltura e zootecnia. Sull’uomo crediamo sia meglio avere pazienza. Per ora è meglio concentrarci su quelle malattie dell’uomo che hanno una prevalente o esclusiva componente genetica, cosiddette monogeniche, che però sono molto poche”.

La strada comunque è aperta: un uomo “migliore” è possibile? E’ superato il dualismo naturale-artificiale? “Su questo il dibattito etico e filosofico è aperto. Abbiamo di fronte una specie di “superuomo” di nietzschiana memoria? Capace di avere delle performance fisiche e cognitive superiori? Su questo punto le religioni hanno atteggiamenti diversi e quello che una tempo era un caposaldo, la distinzione tra naturale e artificiale, oggi è meno semplice da definire. Abbiamo forzato il limite naturale su tanti versanti: quel che si fa in terapia intensiva è artificio. Un arresto cardiaco è la morte naturale di un individuo: noi oggi possiamo intervenire “artificialmente” per salvare una vita. Un tempo si parlava di “fecondazione artificiale”, oggi parliamo di “fecondazione assistita”, non a caso. Naturale a volte diventa artificiale oggi, culturalmente è stato ampiamente superato il dualismo”.

Le religioni stanno a guardare? “ Sulla trasmissione della vita ci sono posizioni diverse: le tecnologie della fecondazione assistita sono viste con cautela nelle religioni d’occidente, monoteiste, del libro. Prevale la domanda: una coppia deve avere a tutti costi un figlio? Mentre tra le religioni orientali prevale il criterio della trasmissione della vita, mettendo in secondo piano le tecniche di fecondazione. Le componenti culturali delle diverse religioni sono determinanti. le religioni poi, in generale, aiutano a riflettere sulla finalità delle tecniche biomediche: perché facciamo qualcosa? Con che obiettivi?”.

Infine c’è un problema di giustizia sociale: chi può accedere a questo tipo di tecnologie per il miglioramento della condizione umana? Quali sono i costi? “La ragione per cui le tecnologie di editing del genoma sono diventate oggetto di forte discussione è proprio questa: negli ultimi tempi, con la CRISPR technology, un sistema molto efficace per intervenire sul genoma, i costi si sono molto abbassati. Fino a quando per l’editing genetico i costi erano alti non si poneva il problema. Ora si tratta di tecniche facilmente accessibili. Proprio per questo si discute: abbiamo delle tecniche semplici, efficaci e convenienti. Perché non usarle? In realtà si tratta comunque di pratiche possibili solo in laboratori specializzati: ne esistono nei Paesi cosiddetti più sviluppati, ma non dovunque nel mondo. Ecco che si pone ancora la questione della giustizia: se parliamo di genome editing non possiamo estenderlo ad un livello globale, ma per ora solo ad alcune zone del mondo”.

 

Articolo pubblicato su L’Adige del 20 febbraio 2018

In principio erano i bit.

Da “iConfess”,  per confessarsi, con ironia, tramite il proprio smartphone, fino al metafisico Planescape Torment, videogioco per meditare sulle conseguenze del credere, il linguaggio virtuale e digitale sta colonizzando la trascendenza. Ne parleranno due giovani ricercatori Vincenzo Idone Cassone e Mattia Thibault, dell’Università di Torino, per una conferenza  dal titolo “In principio erano i bit: genesi e fede dei mondi videoludici” che si è tenuto martedì 6 febbraio alla Fondazione Bruno Kessler, promosso dal Centro per le scienze religiose. Ai due ricercatori, esperti di semiotica e che da alcuni anni si occupano dei mondi videoludici digitali abbiamo chiesto  cosa intendono  con relazione tra trascendenza e videogioco?

 

I giocatori in un videogioco agiscono tramite la proiezione di un avatar – spiga Thibault – un personaggio digitale che incarna e traduce le azioni su un piano digitale,  in un ambiente virtuale sul quale hanno un controllo limitato. La struttura, le leggi e i contenuti di quel mondo non dipendono in alcuna maniera dai giocatori, ma sono decisi dagli sviluppatori del gioco e messi in campo dal programma ludico stesso. In questo senso la relazione tra il giocatore/avatar e le istanze che hanno dato vita agli spazi in cui si muove è configurabile come una forma di trascendenza.

 

Ma che tipo di religiosità emerge, con quali connessioni con la “vita quotidiana” del “videogamer”?

In molti giochi le relazioni di trascendenza non sono in alcun modo problematizzate – risponde Idone – il giocatore non è invitato ad interrogarsi sulla realtà del mondo virtuale con cui interagisce e si muove al suo interno in modo “ingenuo”. Altri giochi, però puntano proprio su questa relazione per offrire un’esperienza significativa. I giocatori, allora, saranno costretti a porsi degli interrogativi: possono davvero fidarsi di quello che il gioco dice e suggerisce? Esiste forse un “qualcosa” al di là di ciò che si manifesta nella simulazione? Si tratta di una questione di fede e quindi, in un certo modo, collegata con la religio, con il sentimento religioso.

 

Esistono dei videogiochi pensati per aumentare la “fede” dell’utilizzatore per un particolare “dio”? Video giochi cristiani, islamici, induisti?

Esistono certamente dei giochi confessionali, ma sono una minoranza e hanno tutto sommato poco successo.  Qualche tempo fa si è molto parlato di mod, ovvero giochi modificati, usati dallo Stato Islamico per fare proseliti, ma non si trattava di convogliare messaggi religiosi quanto guerrafondai. Esistono poi molte app semi-ludiche, che imitano le caratteristiche dei giochi, che possono essere usate come supporti alla preghiera, per dire il rosario ad esempio; oppure che trattano la religione con tema ironico – come la app iConfess che permette di “confessarsi” con il proprio telefono.

 

Nella conferenza parlerete di relazione tra creazione/natura e videogioco: aumenta il senso di onnipotenza di chi “gioca a fare la parte di Dio”?

Non parleremmo di onnipotenza – precisa  Ivone – anche nei god games, chiamati così perché il giocatore ha il controllo su un vastissimo numero di personaggi e cose, quasi fosse una divinità, i giocatori devono sempre sottostare a delle regole che limitano il potere e la portata delle loro azioni. I videogiochi che lasciano più libertà creativa, poi, fanno appello più a un sentimento demiurgico che ad una sete di potere: in altre parole, il giocatore si sente realizzato nel creare,  talvolta nel distruggere, le proprie creazioni, piuttosto che nell’esercitare controllo assoluto su di esse.

 

Quali aspetti delle nuove tecnologie sono a vostro avviso utili per sviluppare il senso critico anche in chi ha una fede religiosa?

Le cosiddette nuove tecnologie sono un ambito molto vasto – secondo  Thibault –  ma restando sul videogioco vi sono meccaniche che possono offrire molti spunti per sviluppare il proprio spirito critico, indipendentemente dal fatto di essere religiosi, atei o agnostici. È proprio l’incontro tra la trascendenza delle istanze istitutrici del mondo virtuale e la fede che il giocatore deve avere nei loro confronti che può dare vita a strategie narrative in grado di portare i giocatori a riflettere attentamente riguardo a cosa credere e a chi concedere la propria fiducia.

 

5) Potete  farci alcuni esempi di videogiochi particolarmente interessanti dal vostro punto di vista?

Ve ne sono diversi: The Talos Principle, ad esempio propone proprio una riflessione su questi temi in un’ambientazione fortemente ispirata alle religioni abramitiche. Altri, come the Stanly Parable, pur non citando mai direttamente la religione, pongono le questioni della fede, della fiducia, della creazione e della trascendenza in modo fortissimo – e anche molto divertente. La serie Nier, attraverso il confronto con figure opposte,  ma simili agli uomini, automi e androidi, propone una riflessione sulla fede e il rapporto con l’autocoscienza. Un gioco meno recente, come Planescape Torment, è interamente fondato sulle conseguenze del “credere” e come le forme di credenza possano cambiare la natura degli uomini e della realtà.

 

Intervista Pubblicata sul quotidiano L’Adige del 6 febbraio 2018.

Scetticismo e libertà.

Essere scettici, anche del proprio scetticismo. Per lasciare spazio di libertà al prossimo, alle idee, al pensiero. Perché solo chi è veramente libero può vivere dei momenti di felicità. Lo sostiene Giulio Giorello, filosofo milanese, esperto di Bertrand Russell, un ateo sui generis, che legge e apprezza le encicliche papali e ha dialogato con porporati attorno alla scienza e alla morale.

A Giorello abbiamo domandato dov’è l’attualità del pensiero del filosofo inglese. “Oggi più che mai ci insegna a vivere in una società libera. Mentre filosofi pragmatisti come William James parlavano di “volontà di credere”, Russel ribatteva: “meglio sarebbe aver volontà di dubitare”. Quello che una volta si chiamava scetticismo diventa garanzia per evitare prevaricazione, intolleranza e oppressione. Nei “Saggi scettici” del 1928 troviamo la potente funzione liberatrice dello scetticismo. Senza farne però un dogma: noi dovremmo essere capaci, qualche volta, di essere scettici nei confronti dello scetticismo stesso. Si tratta di un riferimento ad una forma di filosofica prudenza che non esclude l’audacia intellettuale in più di un settore: sia nella vita sociale sia nella ricerca scientifica.

 

“Non esiste nessuna verità” infatti è un paradosso: se non esiste verità allora nemmeno lo scetticismo può essere vero o sempre valido.

“Per Russell lo scetticismo è un metodo, non un dogma o un sistema filosofico omnicomprensivo. E’ invece un modo di non farci vincolare troppo a forme di vita che potrebbero rivelarsi oppressive, sia nei nostri confronti che verso il prossimo. Da questa sua posizione si capisce l’attività politica: era un nemico della guerra, ai tempi del primo conflitto globale, ma nonostante ciò fu deciso ad un intervento militare quando si profilò in modo concreto il pericolo del nazismo. Cambiavano le idee di questo grandissimo pensatore: non vorrei fosse dimenticato che Russell è stato uno dei grandi protagonisti della logica e della ricerca nel campo della matematica. Anche in questo caso è interessante come sia passato da un bisogno originario di certezza a una prospettiva che ho chiamato di “scetticismo metodologico”. Non senza qualche travaglio personale: da giovane era pervaso da quella che lui stesso definì una “lucida disperazione”. Ciononostante scrisse delle opere fondamentali della logica, si occupò della teoria della relatività come di temi morali e infine si impegnò in significative campagne politiche”.

 

La disperazione richiama il suo opposto: cos’è la felicità per lei?

“E’ indissolubile dalla libertà. Uno schiavo non può essere felice. Questa è la mia personale lettura dell’idea di felicità in Russell: non è possibile una qualche forma di felicità umana senza una condizione di libertà. Con tutti i limiti del caso: la felicità umana può durare un momento. Ma forse essere felici significa saper cogliere l’attimo giusto. Non è la condizione degli dei o del diavolo: felicità, come molte altre cose umane, è tipicamente fragile”.

Tra felicità, libertà e ateismo c’è una qualche relazione? “Non credo che solo gli atei siano felici o, viceversa, solo i credenti abbiamo la ricetta della felicità. Ognuno  arriva alle proprie convinzioni attraverso una lenta formazione nella vita.  Conosco tanti credenti o atei felici nel loro quadro di riferimento: personalmente penso che la questione dell’ateismo si leghi a quella della libertà, ma non alla felicità individuale. Società che condannano pubblicamente l’ateismo, tramite la coercizione, sono oppressive. Così come lo sono società che impongono una religione. Nell’uno o nell’altro caso nessuno, sulla base delle proprie convinzioni, può permettersi di arrecare danno ad altri. Ciascuno la pensi come meglio si sente, viva con le sue idee guida, ma non pretenda di guidare gli altri. In una società libera e aperta può esserci collaborazione tra credenti e non credenti”.

Certo che il periodo che stiamo vivendo non è dei più felici sul versante della tolleranza. Spesso prevale il fanatismo. “Non amo nessun fanatismo: il fanatico fa più male di altri alle idee religiose che vorrebbe imporre. Il fanatico religioso fa male innanzitutto alla propria religione. Dio sia liberato dai fanatici!”.

 

Perché nonostante  la “morte di Dio” decretata da alcuni filosofi e atei, la religione continua ad avere un ruolo così importante da determinare gli assetti geopolitici?

“E’ un dato di fatto. Ricordo però che la nostra tradizione intellettuale ha avuto una grande fase: l’illuminismo.  Non è un caso che i “Saggi scettici” di Russell siano dedicati a Voltaire. La tradizione dei lumi, l’atteggiamento illuministico, mi sembra un elemento che possa avere un ruolo non banale in una società  multireligiosa”.

 

Passando alla questione della scienza: uno dei problemi più impellenti è il “global warming”, l’innalzamento della temperatura terrestre. La scienza, con la sua tecnica, ha di certo contribuito a questa drammatica situazione in cui la natura non riesce più ad assorbire le sostanze inquinanti prodotte dall’uomo. Con il rischio, concreto, di distruggere la natura e l’habitat umano. C’è da fidarsi ancora della scienza? “Il riscaldamento globale è frutto di uno sfruttamento senza restrizioni e limiti. Ma è proprio dalla comunità scientifica più illuminata che arrivano le parole di più attenta cautela. Sarebbe ora che i politici ci pensassero seriamente: ma a guardare le recenti posizioni della presidenza americana c’è poco da stare tranquilli. Credo però che debba essere l’opinione democratica dei vari Paesi a farsi sentire”.

 

Papa Francesco ha lanciato un appello a tutte le coscienze sul tema del riscaldamento globale nella sua enciclica “Laudato si”.

“Mi sembra una svolta nella tradizione della Chiesa cattolica romana. Vedremo se a queste indicazioni di buona volontà seguiranno degli atti politici concreti. Certo che molte parole di Francesco toccano tutti noi, non solo i cattolici romani. Torna un respiro universalistico come quello che trovai nel cardinal Carlo Maria Martini, quando ebbi il piacere e l’onore di partecipare a due delle sue “Cattedre dei non credenti” a Milano. Ho imparato molto in quella occasione e mi impressionò l’enorme senso di tolleranza di Martini. Il suo sforzo primario era di proporre le sue motivazioni in modo che risultassero comprensibili anche ai non credenti. E la distinzione per lui non stava tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti.  

 

Intervista pubblicata su L’Adige del 13 gennaio 2018.

Nel bosco per uscire dalla vacuità.

 

Uscire per un pò dalla vacuità per entrare in un bosco ad ascoltare la vita. E’ quanto ha proposto Paolo Cognetti,  in una passeggiata letteraria il 2 maggio, nel giardino botanico alpino delle Viote, organizzata all’interno del Trento Film Festival. Cognetti, prima documentarista, impegnato nel sociale, e poi dal 2004 scrittore, ha letto brani  del suo ultimo romanzo “Le otto montagne” (Einaudi).  

 

Gli abbiamo domandato cos’è che una passeggiata nel bosco  può aggiungere alla lettura del suo romanzo?

 

“Non è semplice rispondere. Forse può venirmi incontro Rigoni Stern che diceva: “Non si è mai soli in un bosco”. Intendeva probabilmente che il bosco è il luogo delle vite, non di solitudine. Diverso è andare in montagna dove ad una certa altezza non c’è vegetazione, ma roccie e ghiacciai. Il bosco è pieno di vite oltre alla nostra: animali e alberi a cui ci dobbiamo accostare con grande attenzione. Per riuscire a percepire queste presenze. Il bosco inizialmente si ritira e si nasconde. Leggere, dentro un bosco, può essere un modo per guardarlo meglio, per porvi maggiore attenzione. Quando sono venuto a vivere in montagna, a 2000 metri, in Valle d’Aosta, mi sembrava di essere, all’inizio, in un posto vuoto. Avevo con me “Arboreto selvatico”, il libro di Rigoni Stern, dove ogni racconto è un albero, come una persona da narrare. A 50 metri dalla mia casa c’è un bosco di abeti e larici: con il libro di Stern mi sembrava di capire meglio gli alberi, miei nuovi vicini di casa. Un libro letto in un bosco può aiutarci a capire, sentire meglio ciò che abbiamo attorno”.

 

In Trentino ultimamente si usa tagliare gli alberi e lasciare tronchi e rami sul posto. Il risultato estetico non è certo dei più esaltanti. Accade anche in Valle d’Aosta?

“E’ un argomento su cui sto leggendo tante cose: meglio lasciarli come sono i boschi? Pulirli o tagliarli? Ci sono valutazioni che non dipendono solo dall’estetica. Il bosco di pino silvestre accanto a casa mia è pieno di tronchi tagliati e abbandonati. La forestale ha pensato che sia un bene per il bosco lasciare del materiale a marcire sul terreno. Non so se questo sia del tutto vero, forse non è un’idea campata per aria: certo è che camminare in un bosco così, pieno di alberi tagliati, non è il massimo”.

 

Il titolo del libro, “Le otto montagne”, ha qualcosa a che fare con l’ottuplice sentiero buddhista?

“Esattamente: normalmente mi trovo a doverla mostrare questa relazione del mio romanzo con il buddhismo. Non viene percepita subito, ma è proprio questo il senso del titolo”.

 

Quindi come stanno assieme queste otto montagne coi sentieri del Buddha?

“Al cuore del libro c’è un’amicizia tra due uomini. Si conoscono da ragazzini e, tra lontananze ed alterne vicende, diventano adulti assieme. Uno dei due personaggi è il montanaro: per tutta la vita non si allontana dalla sua montagna. L’altro, Pietro, il narratore, cresciuto a Milano, il mio alter ego, fa molta fatica a trovare il suo posto nel mondo. Diventa una di quelle persone destinate a vagare. Durante un viaggio sull’Himalaya, uno dei suoi amori, trova un portatore nepalese ed è lui a spiegargli l’idea delle otto montagne. Al centro della ruota, simbolo buddhista che rappresenta l’ottuplice sentiero, c’è una montagna altissima, che nella tradizione induista-buddhista è il monte  Meru. Chi ha imparato di più: colui che ha fatto il giro delle otto montagne o chi ha scalato quella più alta? Pietro allora capisce il senso della sua amicizia con Bruno, il montanaro, che aveva trovato la sua montagna da scalare. La vita del protagonista  invece era stato un vagare tra le altre otto montagne”.

 

Il Buddha con l’ottuplice sentiero indica la strada per superare e spegnere il desiderio: è quel che desidera anche lei? “Sono molto combattuto tra le due tradizioni: quella orientale che vede nel desiderio qualcosa da oltrepassare e quella occidentale dove nella passione c’è un valore positivo, nell’innamorarsi, appassionarsi e anche soffrire. La filosofia orientale che ci vorrebbe senza passioni non riesco ad abbracciarla fino in fondo. Anche se sto bene  nella pace, nella tranquillità che appartengono all’oriente e alla montagna. Mi sento di oscillare tra  le due filosofie così come sono a metà tra montagna e città. In realtà non ho mai deciso definitivamente di andare a vivere in montagna e non posso fare a meno, ogni tanto, di tornare a Milano”.

 

Cos’è che le piace più dei nostri tempi e cosa non riesce a sopportare?

“Non sopporto la grande vacuità: sono innervosito dalla onnipresenza dei mezzi di comunicazione, il cui ruolo troppo spesso è il semplice intrattenimento. Un rumore di fondo che denota una grave mancanza di qualità. Insopportabile il rapporto con la cultura, con la lettura, con le relazioni: tutti a livello superficiale. E’ una grave minaccia alla qualità del nostro vivere. Più difficile dire cosa mi piaccia dei nostri tempi. Spero che il progresso tecnico ci permetta di vivere in modo più ecologico. Il montanaro della tradizione, contrariamente a quanto si pensa, non è attento all’ambiente, ecologico. Anzi: proprio chi vive in montagna a volte è più favorevole ad opere di cementificazione, ad una scarsa attenzione ai rifiuti. Forse perché ha un’idea distorta di progresso. La tecnica oggi potrebbe aiutarci a vivere senza inquinare e rispettando l’ambiente.

 

C’è un altro romanzo in arrivo? “Ho un altro viaggio in mente, in Nepal, il prossimo autunno, da cui potrebbe venire fuori una nuova storia”.

Pubblicato su L’Adige del 3 maggio 2017

Del mangiar carne al tempo di internet.

Da simbolo a icona: ovvero la carne al tempo di internet ha perso il suo significato profondo, quello tradizionale, fatto di riti e tradizioni, ed è diventato un’icona, infinitamente riproducibile, quasi virtuale. “Del mangiar carne” è il titolo del seminario, organizzato dallo zooantropologo e veterinario Giuseppe Pallante, con il patrocinio della Regione Trentino Alto adige, Il Muse e il contributo della Azienda agricola Foradori, che si è tenuto  venerdì 24 marzo presso Il Muse (sala convegni). Sono intervenuti  Elia Richetti, rabbino di riferimento per il Trentino e Alto Adige, Massimo Montanari, dell’Università di Bologna, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, (Direttore Comitato Etico Halal Italia, COREIS Comunità religiosa islamica italiana), Massimo Giuliani (Università di Trento) Roberto Marchesini (Centro Studi Filosofia Postumanista) e Francesco Sinni (Fotografo Freelance – Pisa).

“La caratteristica della parola carne è di essere un simbolo trasversale – ci ha spiegato Pallante – in qualsiasi contesto religioso, filosofico o etico ha un significato che va oltre la sua rappresentazione. Pensiamo solo alla “carne di Cristo”. Inoltre a livello umano la discriminante che ci ha resi onnivori è stato il fatto di mangiare carne: fa parte del nostro processo evolutivo. A prescindere o meno dalla volontà e consapevolezza di mangiare carne siamo ad essa legati”.

 

Perché a suo avviso nella cultura occidentale attuale molti scelgono di diventare vegetariani o vegani? “Ho paura che in diversi casi si tratti di una banalizzazione. Ci sono due estremi: da una parte vediamo un consumo eccessivo di carne, senza alcuna consapevolezza del suo valore e dall’altra può esserci la radicalizzazione appiattita ed estremista del suo rifiuto per motivi salutistici, senza la costruzione di un’etica specifica. La carne, proprio perché simbolica, è identitaria. Se al suo rifiuto corrisponde una consapevolezza, come accade in alcune religioni o per determinati periodi di tempo, va benissimo. Altrimenti è un appiattimento semplificatorio dove consumo e rifiuto della carne si equivalgono perché non hanno motivazioni forti a loro sostegno”.

 

Per mangiare carne occorre uccidere: si può giustificare quella violenza? “Chi compra la fettina di carne incellophanata dimentica che si tratta di un animale. Il problema non è evidenziare o giustificare la crudeltà, ma dare un senso ad un gesto che può rimandare a motivazioni religiose, identitarie, che costruisce relazioni. Non dimentichiamoci che è il mangiare carne che costruisce “socialità”: l’erbivoro magia da solo. Il carnivoro deve cacciare insieme agli altri e poi consumare e condividere il pasto. Oggi però siamo passati dalla carne simbolo alla carne icona: il primo contiene dei valori, rimanda a delle tradizioni, dei riti. L’icona invece è l’immagine infinitamente riproducibile, come nelle opere di Andy Warhol. Una percezione superficiale che nulla dice o pensa del contenuto profondo. Il simbolo parte da lontano: l’icona è ferma sul presente, non ha passato e non può generare futuro”.

 

Anche la carne, ai tempi della globalizzazione e delle interconnessioni della rete è diventata virtuale? “La carne ci ha permesso, all’epoca  in cui siamo scesi dagli alberi ed abbiamo smesso di essere solo erbivori, di mangiare in modalità sociale.  Di condividere la preda cacciata. Oggi siamo vicini alla fabbricazione dell’hamburger in laboratorio. Ma anche in questo caso emerge la nostra necessità di essere legati alla carne: i vegetariani mangiano comunque hamburger anche se vegetali, salami  “vegetali”. Il legame con la carne, almeno nella forma, resta. Viene surrogato  un bisogno che comunque resta vivo nelle profondità”.   

 

Pubblicato su L’Adige del 23 marzo 2017

 

Complessità.

Sopravvalutiamo la semplicità del tempo antico: abbiamo nostalgia di un passato che ci sembrava semplice solo perché non era ancora messa a fuoco la complessità. La vera  novità di oggi è l’interdipendenza e lo sviluppo tecnologico che hanno vinto vincoli e confini. Ne ha parlato  Chiara Saraceno nella prima delle tre serate della Cattedra del Confronto, (appuntamento annuale offerto dall’Ufficio diocesano cultura e università di Trento) lo scorso  lunedì 20 marzo.  

 

Alla Saraceno abbiamo chiesto cosa significhi che oggi c’è più complessità.

“Forse, più semplicemente, adesso siamo più consapevoli di un tempo delle varie dimensioni delle nostre relazioni con gli altri e con la società. Dalla dimensione familiare a quella globale ci sono vari gradi di complessità. Quindi la questione non è se oggettivamente viviamo in contesto di maggiore complessità, quanto il fatto che ne abbiamo maggiore consapevolezza. Il Voltaire delle “Lettere Persiane”  si domandava: come avrebbe reagito un persiano a Parigi? Tutto gli sarebbe apparso strano e complesso. Oggi noi siamo quel persiano, non solo abbiamo tanti persiani tra di noi. Non possiamo più dire che non esista la complessità e di conseguenza non ci è dato rifugiarci in semplificazioni”.

 

Una delle paure della complessità nasce dalla sensazione di “dipendere” da fattori che non possiamo controllare? “Un tempo esistevano interdipendenze molto forti, vincolanti: il ceto a cui si apparteneva, la famiglia. Oggi siamo coscienti di dipendere quasi direttamente da quello che dice Bruxelles, dalle decisioni di Trump o Putin. E’ più chiaro che la rete in cui siamo è molto vasta: noi siamo solo un piccolissimo nodo”.

E’ cambiata, sociologicamente parlando, la percezione degli altri? “La coscienza dell’interdipendenza ci sta cambiando. Vorremmo ignorare a volte il fatto di dipendere dagli altri: ma siamo di fronte al fatto che quel che gli altri pensano di noi, come si comportano con noi, può avere un’influenza enorme sulla nostra vita”.

 

Aspetti positivi di questa interconnessione? “Il dipendere dalle tecnologie e l’uso dei social ha di molto aumentato la capacità di essere informati. Superando i nostri limiti. Dall’altra parte siamo maggiormente esposti al rischio di un’informazione falsata e manipolatoria. Oppure di una diffusione delle nostre immagini e informazioni che non desideriamo. Non siamo dunque solo vittime della complessità: credo che dovremmo sviluppare maggiore capacità di autocontrollo, autolimitazione. Un mondo complesso ci impone di avere un “indirizzo intelligente” da raggiungere. Necessariamente siamo sollecitati ad essere consapevoli di ciò che siamo e che facciamo. Anche a livello politico: non possiamo continuare a pensare che si possa delegare, ma dovremmo essere in grado di prenderci più direttamente delle responsabilità”.

Tornando al persiano che è in noi e accanto a noi: come è cambiato il rapporto con le diversità? “Il diverso da noi c’è sempre stato: era segregato. Nei manicomi, ad esempio. C’erano ruoli di genere molto rigidi e la semplificazione aveva costi altissimi ma poteva essere rassicurante. Oggi invece con fatica la diversità cerchiamo di affrontarla, senza immediatamente definire una graduatoria che stabilisca la normalità e vari gradi di diversità. Un’operazione faticosa, ma alla lunga arricchente. Potremmo scoprire la nostra di diversità”.

 

Accanto a lei a discutere di complessità ci sarà un monaco: a suo avviso la religione si presta di più alle semplificazioni o è in grado di affrontare la complessità? “Dipende dalla religione. Ma anche da come viene vissuta. Le religioni sono state sia strumento di rottura rispetto ad una spiegazione del mondo, introducendo complessità, ma anche strumenti di semplificazione. Per diverse religioni la spiegazione del mondo è una e abbastanza rigida. Le religioni possono offrire rassicurazioni, ma potrebbero instillare anche dubbi e aprire dimensioni del sé inesplorate e più complesse. Non darei dunque una spiegazione univoca su quel che possono fare le religioni”.

 

Uno dei settori sociali dove la complessità sembra aver fatto più breccia è la famiglia: esiste ancora una definizione semplice di famiglia? “Non è mai stata un luogo semplice. Si intrecciano ruoli, generi, funzioni, generazioni. Una costruzione per cui oggi non esiste più una definizione univoca. Non c’è mai stata in realtà. Nel tempo e da una società all’altra sono stati attribuiti valori diversi. L’esperienza contemporanea ci fa vedere che la diversità è nella nostra stessa società: si chiede il diritto di essere famiglia da parte di soggetti in passato esclusi da tale possibilità. Stili di vita che chiedono legittimità, anche se ancora qualcuno non vorrebbe concederla loro. Non sto pensando solo alle famiglie composte da persone omosessuali: già il divorzio ha prodotto una grande rottura. L’idea che ci si potesse risposare, che i figli potessero avere nuove figure genitoriali in nuovi assetti familiari, già tutto ciò ha rotto i confini della famiglia tradizionale. Ora le tecniche di riproduzione assistita, prima ancora di arrivare alla gestazione per altri, hanno introdotto una fortissima novità che va ripensata. Cosa vuol dire fare intenzionalmente dei figli anche se non dal punto di vista biologico? Un figlio può essere intenzionalmente e non biologicamente di una padre o di una madre? La generazione è diventata molto più complessa”.

 

Cosa le suggerisce la recente sentenza di Trento in merito al riconoscimento della secondo genitore maschio di un bambino nato con tecniche artificiali? Sembrano essere i giudici in Italia a decidere le politiche familiari e non la politica. “Da sempre non è la natura a fare la famiglia ma le norme: religiose o giuridiche. E’ la giurisprudenza a innovare, evidenziando dei comportamenti che richiedono di essere riconosciuti e normati. La sentenza di Trento è una attuazione della dichiarazione internazionale dei diritti del bambino di essere collocato in una filiazione.  Mette in luce la complessità dell’esistenza di sistemi giuridici e norme diverse in paesi diversi, ma ormai collegati tra loro nella globalizzazione”.

 

La complessità è “donna”? “Le donne hanno maggiormente l’esperienza della complessità: un’immagine del femminismo degli anni ‘70 era quella della donna giocoliere, capace di tenere in equilibrio tanti piatti senza farli rompere. L’esperienza della complessità è molto femminile, nei ruoli familiari, nel lavoro, nella società, anche se non teorizzata ma più vissuta”.

 

Ad una maestra di scuola elementare che deve attrezzare i propri bambini ad affrontare questo mondo complesso cosa suggerirebbe? “Di insegnare loro ad essere individui, con la loro libertà e differenza, chiamati a cooperare con  altri individui”.

 

Intervista pubblicata sul quotidiano L’Adige del 19 marzo 2017.