RE-VELATION

Ri-velare. E’ il verbo più adatto per quel copricapo leggero sulla testa delle donne occidentali fino al secolo scorso. Oggi diventato simbolo di appartenenza sui capelli delle donne islamiche, arabe, indiane.  Il velo vela e svela. Ri-vela nel senso che demistifica l’universo di significati che l’uomo, nel suo maschi

lismo, carica sul quel tessuto più o meno leggero. Allo stesso tempo manifesta l’indole seducente del nascondere: quel che è prezioso va scoperto.

 

Sul velo Maria Grazia Muzzarelli, professore associato di “Storia medievale” presso l’Università di Bologna, ha scritto un saggio, A capo coperto. Storie di donne e di veli
(Il Mulino). Ne ha parlato l’ 8 marzo, Festa della donna, (ore 17.30) al Museo diocesano di Trento (Piazza Duomo, 18)  in un incontro dal titolo: “Il velo: un’eredità, una permanenza, un paradosso, un oggetto che fa discutere”. Al diocesano si tiene in questi giorni e fino al 30 aprile la mostra” RE-VELATION”, a cura di Clelia Belgrado e Domenica Primerano. Si tratta di una serie fotografica di Carla Iacono sul tema della manipolazione delle differenze culturali, a partire dalla situazione delle donne musulmane immigrate in Europa.

 

Alla Muzzarelli abbiamo domandato cosa sta “sotto il velo”, che oggi ci fa paura sulle teste delle donne immigrate.

“Anziché  considerarlo come oggetto di timore bisognerebbe guardarne la storia. Il velo  è un oggetto “in mezzo a noi, ma anche parte rilevante della cultura mediterranea.

Credo sia necessario disincrostare questo il simbolo, per far emergere bellezza e anche seduzione. Occorre eliminare i significati più severi e cercare di considerarlo come un oggetto per veicolare messaggi diversi,  non necessariamente per suscitare timore. Nella nostra cultura non c’è più l’uso di stare regolarmente a capo coperto tra le donne: ma è una trazione mediterranea e addirittura il mondo cristiano ha utilizzato il velo come pubblicità delle virtù delle donne. Basti guardare gli ordini monastici femminili. Una esperienza che è stata presente fino alla metà circa del novecento”.

 

Cosa a suo avviso ha “tolto il velo” alle donne occidentali?

“La moda: è una delle tesi contenute nel mio saggio.  Inizialmente ha permesso al velo di diventare un elemento ornamentale, seducente come la famosa “veletta” sugli occhi delle donne del XIX secolo. E’ uno dei paradossi più grandi: quel che doveva essere un elemento di sottomissione ai dettami della religione e della cultura maschilista è diventata occasione per cambiare lo sguardo sulle donne”.

 

Oggi sono tante le giovani donne, islamiche o comunque di cultura araba, che portano il velo a scuola come in ufficio, in mezzo a noi. Perché ci fanno paura?

 

“Se il velo è una scelta allora vuol dire che le scelte non sono mai fatte in un mondo iperuranico, sono legate alla realtà che ogni singola donna vive. Di per sé il velo non è un elemento di mancata emancipazione: può essere invece l’affermazione della propria identità. Se ad una ragazza giovane fa piacere portare il velo per sottolineare la propria appartenenza che problemi abbiamo noi di culture diverse ad accettarla?   Trovo inaccettabile invece che diventi un blocco ad una vita di relazione. Il velo non è imposto dal Corano: ci sono solo alcune sure che vi fanno riferimento e non sono prescrittive”.

 

Il messaggi erotici, sensuali, passano quasi esclusivamente dal corpo delle donne: è uno dei punti chiave per leggere la tradizione del velo?

 

“Recentemente sono stata in Tunisia per alcune conferenze: delle ragazze del luogo mi hanno avvicinato chiedendomi come valutavo il fatto che per  vendere un’automobile in occidente si usa l’immagine di una donna nuda. “Questo è vero abuso del corpo delle donne”, mi hanno detto. Ho dovuto dar loro ragione. La mercificazione del corpo femminile a fine pubblicitari è oggettivamente un elemento che immiserisce e annichilisce le donne. Non è solo responsabilità degli uomini, ma anche di quelle donne che si prestano a questo “gioco delle parti”. Posso solo dire che il velo è una forma di copertura che ha in sé dell’ambiguità.

Copre e scopre allo stesso tempo. Vorrebbe distogliere gli sguardi in realtà li attrae. Credo che sia uno degli aspetti più belli e sensuali della relazione erotica. Vedere e non vedere, la lucentezza, l’attrazione, la leggerezza al posto di una esplicita esposizione “senza veli”.

 

Concludendo lo chador va bene anche a scuola, anche in ufficio?

 

“A patto che sia un elemento di identità, di appartenenza. Ma non diventi la punta dell’iceberg della sottomissione femminile. Il velo può essere un elemento di grazia, una forma di fedeltà ad una tradizione assolutamente legittima in tutti gli ambienti. Con dei limiti certamente: devo poter capire chi ho davanti. Ci sono delle regole che la nostra civiltà occidentale impone: credo tutte legittime. Ma il velo non è un oggetto a cui attribuire necessariamente significati negativi. Anche perché è parte della nostra storia. Non solo il velo è “fra noi” in testa a donne di altre fedi o tradizioni,  ma è nelle pieghe della nostra storia recente. Le nostre nonne hanno continuato a coprirsi il capo. Mia nonna non usciva di casa senza un cappello, e lo teneva anche in casa di amiche. Questa non è una storia che risale a chissà quanti secoli or sono. E’ la nostra storia. Dalla nostra latitudine la moda ha fatto cadere l’uso di coprirsi il capo. Allo stesso tempo è aumentato lo spazio di consapevolezza delle donne: questo è il vero valore.

 

Genome editing:

E’ giusto intervenire sul genoma umano? Quali sono i rischi, non solo dal punto di vista medico e scientifico, ma etico e morale? E’ lecito modificare il genoma umano in modo che le generazioni future siano più resistenti? Ne ha discusso Lucia Galvagni, ricercatrice al Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento, in un suo recente intervento a Belgrado dal titolo: “Genome editing: biomedical and ethical perspectives”, organizzato dal Center for the Study of Bioethics (Belgrado), in collaborazione con l’Hastings Center (New York) e la NYU School of Medicine. Galvagni ha parlato di “Enhancement umano e tecnologie di genome-editing: nel dibattito c’è un posto e un ruolo anche per le religioni?”

Migliorare la nostra umanità dal punto di vista genetico – abbiamo domandato alla ricercatrice di Trento – non le sembra una cosa “buona e giusta” se guardiamo a quanto recentemente accaduto ad un bimbo al Bambin Gesù di Roma che grazie ad una modificazione genetica ha sconfitto la leucemia?
“Certamente è una cosa buona. Ma credo si debbano fare delle distinzioni: ci sono delle modificazioni genetiche su individui adulti o su bambini. La si fa da tempo e viene chiamata terapia genica somatica. Nel momento in cui sono state fatte le dovute sperimentazioni e verifiche, viene considerato un intervento valido dal punto di vista clinico e lecito dal punto di vista morale e legale. E’ invece molto in discussione oggi la possibilità di intervenire con terapia genica sulle cellule iniziali di un embrione, la cosiddetta terapia genica germinale”.
Quali sono i motivi di discussione su questo tipo di terapie: non sono comunque orientate al benessere di una persona che dovrà nascere? “Permangono forti dubbi rispetto ai rischi: se si interviene a modificare uno zigote cosa succederà nello sviluppo successivo? Si può essere sicuri di prevenire una malattia con un intervento genetico, ma non si può essere altrettanto certi di non indurre indirettamente un danno biologico. Sugli interventi diretti sul genoma umano abbiamo ancora molti punti di domanda: cosa potrebbe succedere sul medio e lungo periodo? Quali possono essere le conseguenze a livello metabolico? Non possiamo sapere infatti se la modificazione potrà dare degli effetti nello sviluppo dell’individuo. La convenzione di Oviedo del ‘97 esclude interventi genetici a livello germinale”.

Questo per quanto riguarda un livello medico e scientifico: eticamente invece quali sono i dubbi? “Ci sono posizioni diverse: per qualcuno il fatto stesso di poter migliorare le condizioni di vita del nascituro giustifica un intervento sul genoma, anche con dei margini di incertezza. In Europa in particolare però ci sono molte resistenze a livello morale e molti sono stati i pronunciamenti che invitano alla cautela. Ci sono troppe incertezze e per ora gli interventi riguardano soprattutto forme di terapia genetica. Il miglioramento invece non è previsto”.
Quale potrebbe essere il ruolo delle religioni in questa discussione? “Al Convegno di Belgrado sul “genome editing” ho presentato le ricerche che stiamo svolgendo in FBK a Trento, in particolare quel che è emerso dal recente simposio “Making the cut? Scientific possibilities and ethical, legal and social challenges of gene-editing” con vari esperti da tutta Europa. C’è stata discussione su un punto: è lecito, oltre all’intervento terapeutico, pensare di migliorare la condizione di adattamento delle generazioni umane future ad alcune condizioni ambientali avverse? A Belgrado una delegazione di esperti di Oxford su questo punto è stata chiara: è un dovere morale lavorare per migliorare le condizioni di adattamento dell’uomo alla vita e all’ambiente”.
Questa posizione lei la condivide? “Noi rispetto a questo scenario stiamo cercando di capire quali sono i limiti, i rischi, di un intervento genetico. L’incertezza non è mia: è la comunità medico scientifica che avanza dubbi. Come in tutte le scoperte scientifiche dobbiamo pensare agli effetti che non possiamo prevedere in questo momento. I danni potrebbero essere superiori al beneficio che oggi vediamo. A Belgrado altri ricercatori di New York, medici, hanno detto chiaramente che non intendono avviare un percorso di miglioramento del genoma umano fintanto che non ci saranno conoscenze più solide”.

Quindi si tratta solo di sperimentare, aspettare e controllare gli effetti, non ci sono remore di altro tipo? “ Si tratta di tempo a c’è anche bisogno di avviare delle sperimentazioni più mirate. Rispetto ad una determinata malattia prima dobbiamo stabilire se non esistono farmaci o altre tecniche per contrastarla. Solo allora possiamo decidere di intervenire a livello genetico. La questione a monte è abbastanza semplice: il genome editing serve anche per prevenire malattie, ma anche per modificare il genoma di piante e animali. Sono tecnologie molto promettenti dal punto di vista umano che sono di fatto già applicate in agricoltura e zootecnia. Sull’uomo crediamo sia meglio avere pazienza. Per ora è meglio concentrarci su quelle malattie dell’uomo che hanno una prevalente o esclusiva componente genetica, cosiddette monogeniche, che però sono molto poche”.

La strada comunque è aperta: un uomo “migliore” è possibile? E’ superato il dualismo naturale-artificiale? “Su questo il dibattito etico e filosofico è aperto. Abbiamo di fronte una specie di “superuomo” di nietzschiana memoria? Capace di avere delle performance fisiche e cognitive superiori? Su questo punto le religioni hanno atteggiamenti diversi e quello che una tempo era un caposaldo, la distinzione tra naturale e artificiale, oggi è meno semplice da definire. Abbiamo forzato il limite naturale su tanti versanti: quel che si fa in terapia intensiva è artificio. Un arresto cardiaco è la morte naturale di un individuo: noi oggi possiamo intervenire “artificialmente” per salvare una vita. Un tempo si parlava di “fecondazione artificiale”, oggi parliamo di “fecondazione assistita”, non a caso. Naturale a volte diventa artificiale oggi, culturalmente è stato ampiamente superato il dualismo”.

Le religioni stanno a guardare? “ Sulla trasmissione della vita ci sono posizioni diverse: le tecnologie della fecondazione assistita sono viste con cautela nelle religioni d’occidente, monoteiste, del libro. Prevale la domanda: una coppia deve avere a tutti costi un figlio? Mentre tra le religioni orientali prevale il criterio della trasmissione della vita, mettendo in secondo piano le tecniche di fecondazione. Le componenti culturali delle diverse religioni sono determinanti. le religioni poi, in generale, aiutano a riflettere sulla finalità delle tecniche biomediche: perché facciamo qualcosa? Con che obiettivi?”.

Infine c’è un problema di giustizia sociale: chi può accedere a questo tipo di tecnologie per il miglioramento della condizione umana? Quali sono i costi? “La ragione per cui le tecnologie di editing del genoma sono diventate oggetto di forte discussione è proprio questa: negli ultimi tempi, con la CRISPR technology, un sistema molto efficace per intervenire sul genoma, i costi si sono molto abbassati. Fino a quando per l’editing genetico i costi erano alti non si poneva il problema. Ora si tratta di tecniche facilmente accessibili. Proprio per questo si discute: abbiamo delle tecniche semplici, efficaci e convenienti. Perché non usarle? In realtà si tratta comunque di pratiche possibili solo in laboratori specializzati: ne esistono nei Paesi cosiddetti più sviluppati, ma non dovunque nel mondo. Ecco che si pone ancora la questione della giustizia: se parliamo di genome editing non possiamo estenderlo ad un livello globale, ma per ora solo ad alcune zone del mondo”.

 

Articolo pubblicato su L’Adige del 20 febbraio 2018

In principio erano i bit.

Da “iConfess”,  per confessarsi, con ironia, tramite il proprio smartphone, fino al metafisico Planescape Torment, videogioco per meditare sulle conseguenze del credere, il linguaggio virtuale e digitale sta colonizzando la trascendenza. Ne parleranno due giovani ricercatori Vincenzo Idone Cassone e Mattia Thibault, dell’Università di Torino, per una conferenza  dal titolo “In principio erano i bit: genesi e fede dei mondi videoludici” che si è tenuto martedì 6 febbraio alla Fondazione Bruno Kessler, promosso dal Centro per le scienze religiose. Ai due ricercatori, esperti di semiotica e che da alcuni anni si occupano dei mondi videoludici digitali abbiamo chiesto  cosa intendono  con relazione tra trascendenza e videogioco?

 

I giocatori in un videogioco agiscono tramite la proiezione di un avatar – spiga Thibault – un personaggio digitale che incarna e traduce le azioni su un piano digitale,  in un ambiente virtuale sul quale hanno un controllo limitato. La struttura, le leggi e i contenuti di quel mondo non dipendono in alcuna maniera dai giocatori, ma sono decisi dagli sviluppatori del gioco e messi in campo dal programma ludico stesso. In questo senso la relazione tra il giocatore/avatar e le istanze che hanno dato vita agli spazi in cui si muove è configurabile come una forma di trascendenza.

 

Ma che tipo di religiosità emerge, con quali connessioni con la “vita quotidiana” del “videogamer”?

In molti giochi le relazioni di trascendenza non sono in alcun modo problematizzate – risponde Idone – il giocatore non è invitato ad interrogarsi sulla realtà del mondo virtuale con cui interagisce e si muove al suo interno in modo “ingenuo”. Altri giochi, però puntano proprio su questa relazione per offrire un’esperienza significativa. I giocatori, allora, saranno costretti a porsi degli interrogativi: possono davvero fidarsi di quello che il gioco dice e suggerisce? Esiste forse un “qualcosa” al di là di ciò che si manifesta nella simulazione? Si tratta di una questione di fede e quindi, in un certo modo, collegata con la religio, con il sentimento religioso.

 

Esistono dei videogiochi pensati per aumentare la “fede” dell’utilizzatore per un particolare “dio”? Video giochi cristiani, islamici, induisti?

Esistono certamente dei giochi confessionali, ma sono una minoranza e hanno tutto sommato poco successo.  Qualche tempo fa si è molto parlato di mod, ovvero giochi modificati, usati dallo Stato Islamico per fare proseliti, ma non si trattava di convogliare messaggi religiosi quanto guerrafondai. Esistono poi molte app semi-ludiche, che imitano le caratteristiche dei giochi, che possono essere usate come supporti alla preghiera, per dire il rosario ad esempio; oppure che trattano la religione con tema ironico – come la app iConfess che permette di “confessarsi” con il proprio telefono.

 

Nella conferenza parlerete di relazione tra creazione/natura e videogioco: aumenta il senso di onnipotenza di chi “gioca a fare la parte di Dio”?

Non parleremmo di onnipotenza – precisa  Ivone – anche nei god games, chiamati così perché il giocatore ha il controllo su un vastissimo numero di personaggi e cose, quasi fosse una divinità, i giocatori devono sempre sottostare a delle regole che limitano il potere e la portata delle loro azioni. I videogiochi che lasciano più libertà creativa, poi, fanno appello più a un sentimento demiurgico che ad una sete di potere: in altre parole, il giocatore si sente realizzato nel creare,  talvolta nel distruggere, le proprie creazioni, piuttosto che nell’esercitare controllo assoluto su di esse.

 

Quali aspetti delle nuove tecnologie sono a vostro avviso utili per sviluppare il senso critico anche in chi ha una fede religiosa?

Le cosiddette nuove tecnologie sono un ambito molto vasto – secondo  Thibault –  ma restando sul videogioco vi sono meccaniche che possono offrire molti spunti per sviluppare il proprio spirito critico, indipendentemente dal fatto di essere religiosi, atei o agnostici. È proprio l’incontro tra la trascendenza delle istanze istitutrici del mondo virtuale e la fede che il giocatore deve avere nei loro confronti che può dare vita a strategie narrative in grado di portare i giocatori a riflettere attentamente riguardo a cosa credere e a chi concedere la propria fiducia.

 

5) Potete  farci alcuni esempi di videogiochi particolarmente interessanti dal vostro punto di vista?

Ve ne sono diversi: The Talos Principle, ad esempio propone proprio una riflessione su questi temi in un’ambientazione fortemente ispirata alle religioni abramitiche. Altri, come the Stanly Parable, pur non citando mai direttamente la religione, pongono le questioni della fede, della fiducia, della creazione e della trascendenza in modo fortissimo – e anche molto divertente. La serie Nier, attraverso il confronto con figure opposte,  ma simili agli uomini, automi e androidi, propone una riflessione sulla fede e il rapporto con l’autocoscienza. Un gioco meno recente, come Planescape Torment, è interamente fondato sulle conseguenze del “credere” e come le forme di credenza possano cambiare la natura degli uomini e della realtà.

 

Intervista Pubblicata sul quotidiano L’Adige del 6 febbraio 2018.

Scetticismo e libertà.

Essere scettici, anche del proprio scetticismo. Per lasciare spazio di libertà al prossimo, alle idee, al pensiero. Perché solo chi è veramente libero può vivere dei momenti di felicità. Lo sostiene Giulio Giorello, filosofo milanese, esperto di Bertrand Russell, un ateo sui generis, che legge e apprezza le encicliche papali e ha dialogato con porporati attorno alla scienza e alla morale.

A Giorello abbiamo domandato dov’è l’attualità del pensiero del filosofo inglese. “Oggi più che mai ci insegna a vivere in una società libera. Mentre filosofi pragmatisti come William James parlavano di “volontà di credere”, Russel ribatteva: “meglio sarebbe aver volontà di dubitare”. Quello che una volta si chiamava scetticismo diventa garanzia per evitare prevaricazione, intolleranza e oppressione. Nei “Saggi scettici” del 1928 troviamo la potente funzione liberatrice dello scetticismo. Senza farne però un dogma: noi dovremmo essere capaci, qualche volta, di essere scettici nei confronti dello scetticismo stesso. Si tratta di un riferimento ad una forma di filosofica prudenza che non esclude l’audacia intellettuale in più di un settore: sia nella vita sociale sia nella ricerca scientifica.

 

“Non esiste nessuna verità” infatti è un paradosso: se non esiste verità allora nemmeno lo scetticismo può essere vero o sempre valido.

“Per Russell lo scetticismo è un metodo, non un dogma o un sistema filosofico omnicomprensivo. E’ invece un modo di non farci vincolare troppo a forme di vita che potrebbero rivelarsi oppressive, sia nei nostri confronti che verso il prossimo. Da questa sua posizione si capisce l’attività politica: era un nemico della guerra, ai tempi del primo conflitto globale, ma nonostante ciò fu deciso ad un intervento militare quando si profilò in modo concreto il pericolo del nazismo. Cambiavano le idee di questo grandissimo pensatore: non vorrei fosse dimenticato che Russell è stato uno dei grandi protagonisti della logica e della ricerca nel campo della matematica. Anche in questo caso è interessante come sia passato da un bisogno originario di certezza a una prospettiva che ho chiamato di “scetticismo metodologico”. Non senza qualche travaglio personale: da giovane era pervaso da quella che lui stesso definì una “lucida disperazione”. Ciononostante scrisse delle opere fondamentali della logica, si occupò della teoria della relatività come di temi morali e infine si impegnò in significative campagne politiche”.

 

La disperazione richiama il suo opposto: cos’è la felicità per lei?

“E’ indissolubile dalla libertà. Uno schiavo non può essere felice. Questa è la mia personale lettura dell’idea di felicità in Russell: non è possibile una qualche forma di felicità umana senza una condizione di libertà. Con tutti i limiti del caso: la felicità umana può durare un momento. Ma forse essere felici significa saper cogliere l’attimo giusto. Non è la condizione degli dei o del diavolo: felicità, come molte altre cose umane, è tipicamente fragile”.

Tra felicità, libertà e ateismo c’è una qualche relazione? “Non credo che solo gli atei siano felici o, viceversa, solo i credenti abbiamo la ricetta della felicità. Ognuno  arriva alle proprie convinzioni attraverso una lenta formazione nella vita.  Conosco tanti credenti o atei felici nel loro quadro di riferimento: personalmente penso che la questione dell’ateismo si leghi a quella della libertà, ma non alla felicità individuale. Società che condannano pubblicamente l’ateismo, tramite la coercizione, sono oppressive. Così come lo sono società che impongono una religione. Nell’uno o nell’altro caso nessuno, sulla base delle proprie convinzioni, può permettersi di arrecare danno ad altri. Ciascuno la pensi come meglio si sente, viva con le sue idee guida, ma non pretenda di guidare gli altri. In una società libera e aperta può esserci collaborazione tra credenti e non credenti”.

Certo che il periodo che stiamo vivendo non è dei più felici sul versante della tolleranza. Spesso prevale il fanatismo. “Non amo nessun fanatismo: il fanatico fa più male di altri alle idee religiose che vorrebbe imporre. Il fanatico religioso fa male innanzitutto alla propria religione. Dio sia liberato dai fanatici!”.

 

Perché nonostante  la “morte di Dio” decretata da alcuni filosofi e atei, la religione continua ad avere un ruolo così importante da determinare gli assetti geopolitici?

“E’ un dato di fatto. Ricordo però che la nostra tradizione intellettuale ha avuto una grande fase: l’illuminismo.  Non è un caso che i “Saggi scettici” di Russell siano dedicati a Voltaire. La tradizione dei lumi, l’atteggiamento illuministico, mi sembra un elemento che possa avere un ruolo non banale in una società  multireligiosa”.

 

Passando alla questione della scienza: uno dei problemi più impellenti è il “global warming”, l’innalzamento della temperatura terrestre. La scienza, con la sua tecnica, ha di certo contribuito a questa drammatica situazione in cui la natura non riesce più ad assorbire le sostanze inquinanti prodotte dall’uomo. Con il rischio, concreto, di distruggere la natura e l’habitat umano. C’è da fidarsi ancora della scienza? “Il riscaldamento globale è frutto di uno sfruttamento senza restrizioni e limiti. Ma è proprio dalla comunità scientifica più illuminata che arrivano le parole di più attenta cautela. Sarebbe ora che i politici ci pensassero seriamente: ma a guardare le recenti posizioni della presidenza americana c’è poco da stare tranquilli. Credo però che debba essere l’opinione democratica dei vari Paesi a farsi sentire”.

 

Papa Francesco ha lanciato un appello a tutte le coscienze sul tema del riscaldamento globale nella sua enciclica “Laudato si”.

“Mi sembra una svolta nella tradizione della Chiesa cattolica romana. Vedremo se a queste indicazioni di buona volontà seguiranno degli atti politici concreti. Certo che molte parole di Francesco toccano tutti noi, non solo i cattolici romani. Torna un respiro universalistico come quello che trovai nel cardinal Carlo Maria Martini, quando ebbi il piacere e l’onore di partecipare a due delle sue “Cattedre dei non credenti” a Milano. Ho imparato molto in quella occasione e mi impressionò l’enorme senso di tolleranza di Martini. Il suo sforzo primario era di proporre le sue motivazioni in modo che risultassero comprensibili anche ai non credenti. E la distinzione per lui non stava tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti.  

 

Intervista pubblicata su L’Adige del 13 gennaio 2018.

Nel bosco per uscire dalla vacuità.

 

Uscire per un pò dalla vacuità per entrare in un bosco ad ascoltare la vita. E’ quanto ha proposto Paolo Cognetti,  in una passeggiata letteraria il 2 maggio, nel giardino botanico alpino delle Viote, organizzata all’interno del Trento Film Festival. Cognetti, prima documentarista, impegnato nel sociale, e poi dal 2004 scrittore, ha letto brani  del suo ultimo romanzo “Le otto montagne” (Einaudi).  

 

Gli abbiamo domandato cos’è che una passeggiata nel bosco  può aggiungere alla lettura del suo romanzo?

 

“Non è semplice rispondere. Forse può venirmi incontro Rigoni Stern che diceva: “Non si è mai soli in un bosco”. Intendeva probabilmente che il bosco è il luogo delle vite, non di solitudine. Diverso è andare in montagna dove ad una certa altezza non c’è vegetazione, ma roccie e ghiacciai. Il bosco è pieno di vite oltre alla nostra: animali e alberi a cui ci dobbiamo accostare con grande attenzione. Per riuscire a percepire queste presenze. Il bosco inizialmente si ritira e si nasconde. Leggere, dentro un bosco, può essere un modo per guardarlo meglio, per porvi maggiore attenzione. Quando sono venuto a vivere in montagna, a 2000 metri, in Valle d’Aosta, mi sembrava di essere, all’inizio, in un posto vuoto. Avevo con me “Arboreto selvatico”, il libro di Rigoni Stern, dove ogni racconto è un albero, come una persona da narrare. A 50 metri dalla mia casa c’è un bosco di abeti e larici: con il libro di Stern mi sembrava di capire meglio gli alberi, miei nuovi vicini di casa. Un libro letto in un bosco può aiutarci a capire, sentire meglio ciò che abbiamo attorno”.

 

In Trentino ultimamente si usa tagliare gli alberi e lasciare tronchi e rami sul posto. Il risultato estetico non è certo dei più esaltanti. Accade anche in Valle d’Aosta?

“E’ un argomento su cui sto leggendo tante cose: meglio lasciarli come sono i boschi? Pulirli o tagliarli? Ci sono valutazioni che non dipendono solo dall’estetica. Il bosco di pino silvestre accanto a casa mia è pieno di tronchi tagliati e abbandonati. La forestale ha pensato che sia un bene per il bosco lasciare del materiale a marcire sul terreno. Non so se questo sia del tutto vero, forse non è un’idea campata per aria: certo è che camminare in un bosco così, pieno di alberi tagliati, non è il massimo”.

 

Il titolo del libro, “Le otto montagne”, ha qualcosa a che fare con l’ottuplice sentiero buddhista?

“Esattamente: normalmente mi trovo a doverla mostrare questa relazione del mio romanzo con il buddhismo. Non viene percepita subito, ma è proprio questo il senso del titolo”.

 

Quindi come stanno assieme queste otto montagne coi sentieri del Buddha?

“Al cuore del libro c’è un’amicizia tra due uomini. Si conoscono da ragazzini e, tra lontananze ed alterne vicende, diventano adulti assieme. Uno dei due personaggi è il montanaro: per tutta la vita non si allontana dalla sua montagna. L’altro, Pietro, il narratore, cresciuto a Milano, il mio alter ego, fa molta fatica a trovare il suo posto nel mondo. Diventa una di quelle persone destinate a vagare. Durante un viaggio sull’Himalaya, uno dei suoi amori, trova un portatore nepalese ed è lui a spiegargli l’idea delle otto montagne. Al centro della ruota, simbolo buddhista che rappresenta l’ottuplice sentiero, c’è una montagna altissima, che nella tradizione induista-buddhista è il monte  Meru. Chi ha imparato di più: colui che ha fatto il giro delle otto montagne o chi ha scalato quella più alta? Pietro allora capisce il senso della sua amicizia con Bruno, il montanaro, che aveva trovato la sua montagna da scalare. La vita del protagonista  invece era stato un vagare tra le altre otto montagne”.

 

Il Buddha con l’ottuplice sentiero indica la strada per superare e spegnere il desiderio: è quel che desidera anche lei? “Sono molto combattuto tra le due tradizioni: quella orientale che vede nel desiderio qualcosa da oltrepassare e quella occidentale dove nella passione c’è un valore positivo, nell’innamorarsi, appassionarsi e anche soffrire. La filosofia orientale che ci vorrebbe senza passioni non riesco ad abbracciarla fino in fondo. Anche se sto bene  nella pace, nella tranquillità che appartengono all’oriente e alla montagna. Mi sento di oscillare tra  le due filosofie così come sono a metà tra montagna e città. In realtà non ho mai deciso definitivamente di andare a vivere in montagna e non posso fare a meno, ogni tanto, di tornare a Milano”.

 

Cos’è che le piace più dei nostri tempi e cosa non riesce a sopportare?

“Non sopporto la grande vacuità: sono innervosito dalla onnipresenza dei mezzi di comunicazione, il cui ruolo troppo spesso è il semplice intrattenimento. Un rumore di fondo che denota una grave mancanza di qualità. Insopportabile il rapporto con la cultura, con la lettura, con le relazioni: tutti a livello superficiale. E’ una grave minaccia alla qualità del nostro vivere. Più difficile dire cosa mi piaccia dei nostri tempi. Spero che il progresso tecnico ci permetta di vivere in modo più ecologico. Il montanaro della tradizione, contrariamente a quanto si pensa, non è attento all’ambiente, ecologico. Anzi: proprio chi vive in montagna a volte è più favorevole ad opere di cementificazione, ad una scarsa attenzione ai rifiuti. Forse perché ha un’idea distorta di progresso. La tecnica oggi potrebbe aiutarci a vivere senza inquinare e rispettando l’ambiente.

 

C’è un altro romanzo in arrivo? “Ho un altro viaggio in mente, in Nepal, il prossimo autunno, da cui potrebbe venire fuori una nuova storia”.

Pubblicato su L’Adige del 3 maggio 2017

Del mangiar carne al tempo di internet.

Da simbolo a icona: ovvero la carne al tempo di internet ha perso il suo significato profondo, quello tradizionale, fatto di riti e tradizioni, ed è diventato un’icona, infinitamente riproducibile, quasi virtuale. “Del mangiar carne” è il titolo del seminario, organizzato dallo zooantropologo e veterinario Giuseppe Pallante, con il patrocinio della Regione Trentino Alto adige, Il Muse e il contributo della Azienda agricola Foradori, che si è tenuto  venerdì 24 marzo presso Il Muse (sala convegni). Sono intervenuti  Elia Richetti, rabbino di riferimento per il Trentino e Alto Adige, Massimo Montanari, dell’Università di Bologna, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, (Direttore Comitato Etico Halal Italia, COREIS Comunità religiosa islamica italiana), Massimo Giuliani (Università di Trento) Roberto Marchesini (Centro Studi Filosofia Postumanista) e Francesco Sinni (Fotografo Freelance – Pisa).

“La caratteristica della parola carne è di essere un simbolo trasversale – ci ha spiegato Pallante – in qualsiasi contesto religioso, filosofico o etico ha un significato che va oltre la sua rappresentazione. Pensiamo solo alla “carne di Cristo”. Inoltre a livello umano la discriminante che ci ha resi onnivori è stato il fatto di mangiare carne: fa parte del nostro processo evolutivo. A prescindere o meno dalla volontà e consapevolezza di mangiare carne siamo ad essa legati”.

 

Perché a suo avviso nella cultura occidentale attuale molti scelgono di diventare vegetariani o vegani? “Ho paura che in diversi casi si tratti di una banalizzazione. Ci sono due estremi: da una parte vediamo un consumo eccessivo di carne, senza alcuna consapevolezza del suo valore e dall’altra può esserci la radicalizzazione appiattita ed estremista del suo rifiuto per motivi salutistici, senza la costruzione di un’etica specifica. La carne, proprio perché simbolica, è identitaria. Se al suo rifiuto corrisponde una consapevolezza, come accade in alcune religioni o per determinati periodi di tempo, va benissimo. Altrimenti è un appiattimento semplificatorio dove consumo e rifiuto della carne si equivalgono perché non hanno motivazioni forti a loro sostegno”.

 

Per mangiare carne occorre uccidere: si può giustificare quella violenza? “Chi compra la fettina di carne incellophanata dimentica che si tratta di un animale. Il problema non è evidenziare o giustificare la crudeltà, ma dare un senso ad un gesto che può rimandare a motivazioni religiose, identitarie, che costruisce relazioni. Non dimentichiamoci che è il mangiare carne che costruisce “socialità”: l’erbivoro magia da solo. Il carnivoro deve cacciare insieme agli altri e poi consumare e condividere il pasto. Oggi però siamo passati dalla carne simbolo alla carne icona: il primo contiene dei valori, rimanda a delle tradizioni, dei riti. L’icona invece è l’immagine infinitamente riproducibile, come nelle opere di Andy Warhol. Una percezione superficiale che nulla dice o pensa del contenuto profondo. Il simbolo parte da lontano: l’icona è ferma sul presente, non ha passato e non può generare futuro”.

 

Anche la carne, ai tempi della globalizzazione e delle interconnessioni della rete è diventata virtuale? “La carne ci ha permesso, all’epoca  in cui siamo scesi dagli alberi ed abbiamo smesso di essere solo erbivori, di mangiare in modalità sociale.  Di condividere la preda cacciata. Oggi siamo vicini alla fabbricazione dell’hamburger in laboratorio. Ma anche in questo caso emerge la nostra necessità di essere legati alla carne: i vegetariani mangiano comunque hamburger anche se vegetali, salami  “vegetali”. Il legame con la carne, almeno nella forma, resta. Viene surrogato  un bisogno che comunque resta vivo nelle profondità”.   

 

Pubblicato su L’Adige del 23 marzo 2017

 

Complessità.

Sopravvalutiamo la semplicità del tempo antico: abbiamo nostalgia di un passato che ci sembrava semplice solo perché non era ancora messa a fuoco la complessità. La vera  novità di oggi è l’interdipendenza e lo sviluppo tecnologico che hanno vinto vincoli e confini. Ne ha parlato  Chiara Saraceno nella prima delle tre serate della Cattedra del Confronto, (appuntamento annuale offerto dall’Ufficio diocesano cultura e università di Trento) lo scorso  lunedì 20 marzo.  

 

Alla Saraceno abbiamo chiesto cosa significhi che oggi c’è più complessità.

“Forse, più semplicemente, adesso siamo più consapevoli di un tempo delle varie dimensioni delle nostre relazioni con gli altri e con la società. Dalla dimensione familiare a quella globale ci sono vari gradi di complessità. Quindi la questione non è se oggettivamente viviamo in contesto di maggiore complessità, quanto il fatto che ne abbiamo maggiore consapevolezza. Il Voltaire delle “Lettere Persiane”  si domandava: come avrebbe reagito un persiano a Parigi? Tutto gli sarebbe apparso strano e complesso. Oggi noi siamo quel persiano, non solo abbiamo tanti persiani tra di noi. Non possiamo più dire che non esista la complessità e di conseguenza non ci è dato rifugiarci in semplificazioni”.

 

Una delle paure della complessità nasce dalla sensazione di “dipendere” da fattori che non possiamo controllare? “Un tempo esistevano interdipendenze molto forti, vincolanti: il ceto a cui si apparteneva, la famiglia. Oggi siamo coscienti di dipendere quasi direttamente da quello che dice Bruxelles, dalle decisioni di Trump o Putin. E’ più chiaro che la rete in cui siamo è molto vasta: noi siamo solo un piccolissimo nodo”.

E’ cambiata, sociologicamente parlando, la percezione degli altri? “La coscienza dell’interdipendenza ci sta cambiando. Vorremmo ignorare a volte il fatto di dipendere dagli altri: ma siamo di fronte al fatto che quel che gli altri pensano di noi, come si comportano con noi, può avere un’influenza enorme sulla nostra vita”.

 

Aspetti positivi di questa interconnessione? “Il dipendere dalle tecnologie e l’uso dei social ha di molto aumentato la capacità di essere informati. Superando i nostri limiti. Dall’altra parte siamo maggiormente esposti al rischio di un’informazione falsata e manipolatoria. Oppure di una diffusione delle nostre immagini e informazioni che non desideriamo. Non siamo dunque solo vittime della complessità: credo che dovremmo sviluppare maggiore capacità di autocontrollo, autolimitazione. Un mondo complesso ci impone di avere un “indirizzo intelligente” da raggiungere. Necessariamente siamo sollecitati ad essere consapevoli di ciò che siamo e che facciamo. Anche a livello politico: non possiamo continuare a pensare che si possa delegare, ma dovremmo essere in grado di prenderci più direttamente delle responsabilità”.

Tornando al persiano che è in noi e accanto a noi: come è cambiato il rapporto con le diversità? “Il diverso da noi c’è sempre stato: era segregato. Nei manicomi, ad esempio. C’erano ruoli di genere molto rigidi e la semplificazione aveva costi altissimi ma poteva essere rassicurante. Oggi invece con fatica la diversità cerchiamo di affrontarla, senza immediatamente definire una graduatoria che stabilisca la normalità e vari gradi di diversità. Un’operazione faticosa, ma alla lunga arricchente. Potremmo scoprire la nostra di diversità”.

 

Accanto a lei a discutere di complessità ci sarà un monaco: a suo avviso la religione si presta di più alle semplificazioni o è in grado di affrontare la complessità? “Dipende dalla religione. Ma anche da come viene vissuta. Le religioni sono state sia strumento di rottura rispetto ad una spiegazione del mondo, introducendo complessità, ma anche strumenti di semplificazione. Per diverse religioni la spiegazione del mondo è una e abbastanza rigida. Le religioni possono offrire rassicurazioni, ma potrebbero instillare anche dubbi e aprire dimensioni del sé inesplorate e più complesse. Non darei dunque una spiegazione univoca su quel che possono fare le religioni”.

 

Uno dei settori sociali dove la complessità sembra aver fatto più breccia è la famiglia: esiste ancora una definizione semplice di famiglia? “Non è mai stata un luogo semplice. Si intrecciano ruoli, generi, funzioni, generazioni. Una costruzione per cui oggi non esiste più una definizione univoca. Non c’è mai stata in realtà. Nel tempo e da una società all’altra sono stati attribuiti valori diversi. L’esperienza contemporanea ci fa vedere che la diversità è nella nostra stessa società: si chiede il diritto di essere famiglia da parte di soggetti in passato esclusi da tale possibilità. Stili di vita che chiedono legittimità, anche se ancora qualcuno non vorrebbe concederla loro. Non sto pensando solo alle famiglie composte da persone omosessuali: già il divorzio ha prodotto una grande rottura. L’idea che ci si potesse risposare, che i figli potessero avere nuove figure genitoriali in nuovi assetti familiari, già tutto ciò ha rotto i confini della famiglia tradizionale. Ora le tecniche di riproduzione assistita, prima ancora di arrivare alla gestazione per altri, hanno introdotto una fortissima novità che va ripensata. Cosa vuol dire fare intenzionalmente dei figli anche se non dal punto di vista biologico? Un figlio può essere intenzionalmente e non biologicamente di una padre o di una madre? La generazione è diventata molto più complessa”.

 

Cosa le suggerisce la recente sentenza di Trento in merito al riconoscimento della secondo genitore maschio di un bambino nato con tecniche artificiali? Sembrano essere i giudici in Italia a decidere le politiche familiari e non la politica. “Da sempre non è la natura a fare la famiglia ma le norme: religiose o giuridiche. E’ la giurisprudenza a innovare, evidenziando dei comportamenti che richiedono di essere riconosciuti e normati. La sentenza di Trento è una attuazione della dichiarazione internazionale dei diritti del bambino di essere collocato in una filiazione.  Mette in luce la complessità dell’esistenza di sistemi giuridici e norme diverse in paesi diversi, ma ormai collegati tra loro nella globalizzazione”.

 

La complessità è “donna”? “Le donne hanno maggiormente l’esperienza della complessità: un’immagine del femminismo degli anni ‘70 era quella della donna giocoliere, capace di tenere in equilibrio tanti piatti senza farli rompere. L’esperienza della complessità è molto femminile, nei ruoli familiari, nel lavoro, nella società, anche se non teorizzata ma più vissuta”.

 

Ad una maestra di scuola elementare che deve attrezzare i propri bambini ad affrontare questo mondo complesso cosa suggerirebbe? “Di insegnare loro ad essere individui, con la loro libertà e differenza, chiamati a cooperare con  altri individui”.

 

Intervista pubblicata sul quotidiano L’Adige del 19 marzo 2017.

Di che genere è Dio?

Dio è del genere che gli attribuiamo, a seconda di cosa vogliamo dire o di chi ne parla. E’ una delle tesi sostenute in “Il genere di Dio” (edizioni la meridiana), saggio della teologa Selene Zorzi, romana. Lo ha presentato a Trento venerdì 3 febbraio, alle 17.30  a Palazzo Trentini, Sala Aurora, (Via Manci 27) in un’occasione promossa da Arcigay del Trentino.

Perché un libro sul genere di Dio?

“Negli ultimi anni in Italia si è iniziato a parlare del Gender. A molti è parso però che si trattasse di un dialogo spesso confuso. Anzi: specialisti del settore, come le teologhe da anni impegnate negli studi di genere, si sono rese conto che nella Chiesa Cattolica mancavano gli strumenti di base per parlare di tali argomenti. Il libro nasce dunque con tre intenti: chiarire la terminologia che occorre conoscere per parlare di genere; divulgare la conoscenza di questa materia, finora rinchiusa nelle nicchie degli accademici; infine contrastare la tendenza di quelli che una mia amica definisce i “catto-coranici”, una sorta di talebani del cattolicesimo, che diffondono un terrore generalizzato sul Gender, per uscire dalla dinamica del “muro contro muro” e tentare, come dice Papa Francesco, di creare dei ponti con la società odierna anche in merito a questa questione.”

 

Proviamo subito con il termine principale: il “gender”. Cos’è? Una ideologia? Un concetto?

“Esistono vari significati della parola genere: il conflitto ruota attorno a due di questi. Da una parte c’è l’accezione più nobile data da chi si occupa di studi di genere e che distingue sesso e genere: Il primo legato alla biologia e alla distinzione maschio e femmina in senso fisico, il secondo che ha a che fare con i significati culturali di questi. Dall’altra parte c’è l’accezione fuorviante che gli attribuiscono i detrattori della cosiddetta ideologia del Gender, che non sanno distinguere tra sex e gender, provocando grandi confusioni”.

 

Ma cosa sarebbe allora l’ideologia del genere?

“Mi pare che essa esista solo nella bocca di chi la critica e per come viene presentata sembra che chi ne parla non sappia nulla degli studi di genere o non li abbia compresi”.

 

Qual’è il vostro obiettivo nello studiare il genere?

Il concetto di genere aiuta a rilevare come le differenze che appaiono tra uomini e donne a livello sociale e politico, nel ricoprire ruoli di potere, non derivano unicamente dal fatto che siamo maschi o femmine. Piuttosto la loro origine va cercata in alcuni dispositivi di potere in atto in mentalità sessiste e discriminanti: gli studi sul genere sono una sorta di cartina tornasole, o se vogliamo un ago della bilancia, strumenti che rilevano – in questo caso – la misura della discriminazione di una società. Dare la colpa alla bilancia del nostro peso è un pochino contraddittorio. Fuori di metafora: incolpare gli studi di genere perché ci fanno accorgere della disparità di trattamento tra uomini e donne o nei confronti delle minoranze, è decisamente fuori luogo. Gli studi di genere aiutano in questo senso anche all’interno della teologia e della Chiesa Cattolica”.

 

Nella Chiesa Romana non c’è bisogno di grandi strumenti per verificare che c’è una disparità di trattamento tra donne e uomini. Basti pensare al ruolo sacerdotale riservato esclusivamente ai maschi. Per questo spaventano gli studi di genere?

“All’inizio questi studi hanno fatto molta paura forse perché sembravano particolarmente complessi. Il mio libretto vorrebbe aiutare a mitigare questo timore. La  complessità della materia sta soprattutto nel fatto che per misurarsi con essi è necessaria una fatica: quella di smascherare le nostre ideologie sessite. Questo è un lavoro che ciascuno  deve compiere innanzitutto su se stesso, sui propri modelli introiettati e sui percorsi della sua identità. Questi sono i passi più difficili. Il differente trattamento e il sessimo lo si vede più chiaramente in istituzioni patriarcali, ma anche  in quelle più laiche e aperte si fa fatica a liberarsene”.

 

Ma la Chiesa Cattolica come può  uscire dal maschilismo?

“Guardando il messaggio evangelico e alla pratica che Gesù stesso ha avuto nei confronti delle donne. La comunità che Gesù ha pensato non era strutturata in modo patriarcale. Non così nei primissimi decenni. Anzi, possiamo dire che proprio grazie alle spinte evangeliche, la cultura occidentale ha promosso l’emancipazione delle donne.Oggigiorno  la stessa Chiesa si sta ponendo delle questioni circa la leadership femminile nelle comunità ecclesiali, che al momento è riservata solo agli uomini ordinati. Ma come si è visto Papa Francesco ha dato vita ad una Commissione che studi la possibilità  dell’ordinazione diaconale delle donne.

 

Rispondiamo alla domanda del titolo: di che genere è dunque Dio?

“Siccome Dio non ha sesso, Egli è del genere che gli attribuiamo a secondo di cosa vogliamo dire, o a seconda di chi ne parla. Il genere di Dio è maschile, femminile, neutro, ma forse anche entrambi. Egli è il sempre altro. Di Dio si può parlare solo in metafore che possono provenire da esperienze  maschili o femminili, ma anche naturali. Più abbiamo metafore per dire la nostra esperienza con Dio  più la nostra vita spirituale risulterà ricca”.

 

Quindi anche l’omosessuale parlerà di Dio con le sue metafore? “Attenzione! Si ricordi che un omosessuale è sempre di un sesso o dell’altro. Per cui la questione qui non riguarda la sua sessualità, ma semmai la sua relazione affettiva. Come per ogni persona che fa esperienza di una relazione d’amore, anche per una persona omoaffettiva la fede in Dio sarà in grado di dire qualcosa sulle sue relazioni affettive. Viceversa le sue relazioni affettive diranno qualcosa di Dio.

Per quanto riguarda il Dio nel cristianesimo la sua immagine è trinitaria: Dio è amore. In se Dio è una relazione d’amore, di rispetto, dove l’altro è valorizzato. A questo tipo di Dio dovremmo commisurare le nostre relazioni. Come esistono relazioni della famiglia naturale che non hanno nulla di trinitario, così potrebbero esserci segni dell’amore divino anche in una relazione omoaffettiva.

 

Per quanto riguarda Dio nelle altre religioni? Parlare di genere è ancora più faticoso nell’Islam?

“Come Il femminismo è trasversale a tutte le religioni patriarcali così lo è la questione del genere:  proprio a Trento recentemente  in una tavola rotonda organizzata da Religion Today Filmfestival, con una rappresentante della religione buddhista e una islamica ci siamo rese conto che l’approccio delle femminista nelle varie religioni è lo stesso. Ci siamo ritrovate tutte a mettere in evidenza come il messaggio originario delle nostre religioni non è assolutamente escludente rispetto alle donne, ma si data loro successivamente una impostazione in senso patriarcale.

 

Uno degli spauracchi dei detrattori dell’ideologia gender è l’insegnamento nelle scuole. Quanto è importante invece che sin da piccoli si impari a distinguere, capire  e rispettare? “Di fronte all’emergenza della violenza sulle donne diffusa a vari livelli nella società o del bullismo, diventa una emergenza educare i bambini al rispetto delle differenze: di genere, di cultura e di religione. Di fatto anche quando diciamo ad un bambino che cade e si fa male “se sei maschio non piangere”, o se gli facciamo vedere certa pubblicità sessista, trasmettiamo una intera educazione di genere sessista, senza che nessuno se ne renda conto. E’ urgente quindi un intervento nelle scuole, ma anche nelle Chiese, nelle aziende, in ogni agenzia formativa. Superiamo il cortocircuito per cui l’educazione di genere significhi insegnare ai bambini ad essere gay. In realtà gay si nasce, e non ci si diventa. Quel che deve essere insegnato è il rispetto per ogni persona nella sua dignità in quanto persona creata ad immagine di Dio”.   

 

Articolo pubblicato su L’Adige del 1 febbraio 2017

Il dialogo non è utopia.

tariq-ramadanUn’identità islamica ed europea non è un’utopia: ma dovremmo cambiare registro, linguaggio, iniziare ad usare il “noi” quando si parla di europei, laici o cristiani, e islamici che vivono nel vecchio continente. Ne parlerà Tariq Ramadan, noto filosofo e islamologo svizzero, che è stato a Trento venerdì  2 dicembre presso l’Auditorium Santa Chiara per l’evento finale di “Utopia 500” promosso dalla casa editrice “Il Margine”. “Occidente e islam: il dialogo non è un’utopia” era il perno attorno al quale si è articolato  l’intervento di Ramadan, introdotto da Massimo Campanini. Il professore egiziano insegna studi islamici contemporanei dell’Università di Oxford, docente anche in Giappone, Qatar, Malesia e Marocco; è considerato un innovatore nel pensiero islamico contemporaneo ed è impegnato nel dialogo interreligioso. Presidente di Emn (European Muslim Network) di Bruxelles ha scritto diversi saggi tra cui: “La riforma radicale. Islam, etica e liberazione”; “Jihad. Violenza, guerra e pace nell’islam, Il pericolo delle idee” (con Edgar Morin). Il più recente è “Le génie de l’islam”.
Due sono i capisaldi del suo pensiero: il contesto e la riforma, due concetti strettamente legati tra loro. Il primo indica la necessità di passare dall’idea di integrazione a quella di partecipazione: un islamico non può essere più considerato un “corpo estraneo”, ma una parte attiva di una cultura nuova, nascente. Un contesto dove l’islam e chi lo segue partecipa alla creazione di nuove prospettive. E’ in questo ambito che Ramadan affronta il tema della riforma. Ma non si tratta di semplici cambiamenti perché “lo straniero si adatti al mondo occidentale”: è il mondo, globalizzato, che ha bisogno di essere riformato. In senso etico, verso una giustizia più concreta, fatta di scelte dei governi che non guardano aspetti formali, come il velo sul capo delle donne, ma sostanziali, come il salario equo per tutte, donne europee o di origini orientali.
A Ramadan abbiamo chiesto come sia possibile realizzare questa “utopia”. “Non la considero più un’utopia – ha risposto il professore da Oxford – è una realtà. Nella vita quotidiana di tanta gente occidentale che vive fianco a fianco con immigrati di seconda o anche terza generazione. Non dobbiamo parlare più di integrazione, come se si trattasse di dover adattare una mentalità, quella islamica, all’altra, quella occidentale. Ma il vero cambiamento avviene lì dove c’è partecipazione. Di tutti, di entrambe le culture, verso la costruzione di una nuova identità condivisa. L’idea che dobbiamo perseguire è quella di lavorare assieme, con uno scopo comune. Questo può avvenire solo tramite l’educazione, paziente, a partire dai giovani, nelle scuole come nei media. Sono i primi a doversi convertire verso una dimensione del “noi” tra islam e occidente”.

Uno degli elementi comuni della cultura occidentale è il capitalismo, con tutte le conseguenze del caso: l’ingiustizia e la diseguaglianza eretta a sistema. L’islam può aiutare l’occidente a cambiare strada su questo versante?
“Credo che in Europa e in genere nel mondo occidentale le alternative al capitalismo ci siano già. Verso forme di economia più giuste. Certamente nella dimensione del noi tra cultura islamica e occidentale, possono venire fuori nuove forme di giustizia sociale ed economica. E’ la logica che deve cambiare: che si abbia un retroterra culturale e religioso islamico o cristiano l’idea di giustizia è la medesima. E’ uguale il desiderio di un mondo dove non ci sia la povertà e tutti vivano nella dignità. Ma questo è possibile se non iniziamo a collaborare? Avverrà se prevale la logica delle individualità e tradizioni da difendere? Non è mai stato così nella storia. Quindi in conclusione non è l’islam che può aiutarci a trovare maggiore giustizia sociale: siamo noi tutti che dobbiamo aprirci ad una riforma radicale del nostro modo di vivere assieme”.

Qual’è il valore in comune tra islam e cristianesimo che predilige? “La dignità dell’uomo, dell’essere umano. E’ su questo fondamentale valore che dobbiamo far crescere i nostri bambini. Secondariamente dobbiamo occuparci dei comportamenti, del bene e del male. Solo infatti se per prima cosa riconosciamo la dignità di ognuno, donna, uomo, omosessuale che sia, allora possiamo parlare di bene e di male, di giustizia sociale. Dobbiamo farlo tutti noi assieme”.

Dai media in generale però ci arriva il volto violento dell’islam, il terrorismo, l’ISIS. “I media non devono di certo tacere la verità e non far vedere cosa accade quando c’è il fondamentalismo, da qualsiasi parte arrivi. Però il loro ruolo dovrebbe anche essere quello di educare, informare le persone, perché siano veramente in grado di capire e scegliere. E l’islam non è l’ISIS”.
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Donna e islam è un binomio che crea ancora diversi problemi: come fare a superare questo scoglio, per rendere partecipi le donne islamiche della vita pubblica occidentale a pieno titolo? “Se si ragiona in termini di fondamentalismo non è possibile. Ma anche se certi governi si fissano sulla questione del velo, dell’abbigliamento esteriore e non guardano alla sostanza della vera uguaglianza delle donne agli uomini nulla cambierà. Mi risulta che in Italia le donne ancora oggi percepiscano dei salari inferiori a quelli degli uomini a parità di livello e di lavoro. Proviamo innanzitutto a pareggiare i salari delle donne, orientali o europee che siano”.

Cosa cambia nel mondo con l’elezione di Trump? “Non credo molto. Obama mi ha deluso. Non è stato un grande presidente così come avrebbero voluto tutti quelli che hanno sperato in lui. Ha detto tanto e fatto poco. Per cui non penso che cambierà granché e non credo che Trump possa nuocere più di tanto. Sono più ottimista di molti altri in questo senso. I veri cambiamenti non arrivano dall’alto, dai presidenti, ma dalle persone umili e dalle piccole scelte quotidiane”.

Pubblicato su L’Adige del 30 novembre 2016

Il Corano è misericordia.

L’ignoranza è la peggior nemica dell’umanità. Spegne il dialogo, accende la paura, si nutre del terrore e mastica slogan. Misericordia è intelligenza: guardare dentro le cose, approfondire, conosparola-settimana-misericordia-colincere. Chi parla del Corano senza averlo mai aperto, chi giudica il tutto avendo a che fare solo con una parte, chi pensa che tutte le donne nell’islam siano ignoranti e sottomesse di fronte a Sharzad Housmand Zadeh, teologa islamica di origine iraniana, docente di Studi Islamici pressol’Univeristà Gregoriana di Roma, dovrà ricredersi. Ha studiato teologia nel suo paese e poi in Italia ha continuato con la Teologia fondamentale presso la Pontificia università dell’ItaliaMeridionale.

Le abbiamo domandato, visto il momento storico particolarmente difficile, per parlare di islam e dialogo, tra Isis, terrorismo e paure sei ha qualche suggerimento per riprendere speranza.amore-parola-settimana-colin-260x195

“Il popolo mussulmano oggi conta un miliardo e settecento milioni di persone. L’Isis non è nemmeno l’1% di questo vasto popolo. Dobbiamo ricordarci che Isis uccide sopratutto i mussulmani: più del 90% dei massacri avviene a discapito di persone dalla fede islamica. Chi si mette contro progetto ideologico e politico di Isisi è considerato un nemico da annientare. Per quanto riguarda il momento storico dobbiamo ricordare che più di 1400 anni di storia dell’islam, più di 2000 di storia del cristianesimo, hanno sempre portato con loro elementi di scontro, di tensione accanto ad altri d’incontro e dialogo. L’intelligenza e la capacità di gestire le situazioni sono l’unico strumento per favorire, promuovere, la vita, l’incontro, la speranza. Anche dall’attuale crisi del terrorismo, detto islamico, ma che non può assolutamente esserlo, perché “chi uccideuna sola persona è come se uccidesse l’intera umanità”, recita il Corano, possiamo produrre un bene. Approfittando della crisi, del cosiddetto “scontro culturale”, l’intelligenza e la spiritualità dell’uomo di oggi può trarre una nuova vita e una diversa via per promuovere l’umanità”.

Lei a Trento è stata chiamata per parlare del tema del Giubileo cattolico indetto da Papa Francesco: la misericordia. Misericordioso è uno dei 99 nomi di Dio: cosa significa per voi?

“Il Corano ha 114 capitoli: in 113 capitoli si inizia con la formula “Nel nome di Dio, pienezza di amore e misericordia”. Questa formula trina, che non equivale alla trinità cristiana, usa tre nomi, per parlarci del Dio coranico. Uno è Allah, il nome proprio di Dio, gli altri due sono Amore e Misericordia. Questi sono i sommi nomi di Dio, del Corano e dell’Islam”.

Ma che valore date a questo nome, cosa significa per gli uomini? “Misericordia è avere affetto perla propria famiglia, per la nazione in cui si vive, per l’umanità tutta, nelle relazioni interpersonali. La misericordia si traduce anche negli atti indicati dalla sharia islamica: per esempio la stessa zakat, ovvero il dovere del sostegno economico del povero, è atto di misericordia. Oppure il perdono: “chi ama essere perdonato da Dio, perdoni a sua volta il suo prossimo” dice il Corano. “Quando ricevi un male non rispondere con un male più grande ma con un bene più grande”, stascritto sempre nel nostro libro “vedrai che così chi ti era nemico ti diventerà caloroso amico”. Misericordia dunque è operare per il bene, anche economico, per la giustizia a favore del popolo umano”.

Eppure chi non ha mai aperto il Corano pensa ci siano scritte solo violenze e incitazioni alla guerra santa: consiglia di leggerlo direttamente questo testo tanto menzionato e poco conosciuto?

“Questa è una parola per gli uomini”: si presenta così il Corano. C’è un invito ad ogni persona umana, già nel nome stesso di “Corano”. E’ un invito ad essere letto e meditato. Scopriremmo dunque non solo misericordia, amore e perdono, ma anche personaggi e storie deivangeli”.

Chi è Gesù nel Corano?

“Un personaggio d’eccezione. Non solo un profeta: è il Santo, il piùprossimo a Dio, addirittura si dice di lui che è il verbo di Dio e il suo spirito. Nasce dalla Vergine Maria: il Corano conferma questa idea dei Vangeli del parto miracoloso. Sono state scritte migliaia di pagine della spiritualità islamica sulla centralità della figura di Gesù. Anche le confraternite mistiche dei sufi spesso si riferiscono alla figura di Gesù. Pera Maria basti pensare che è l’unica donna menzionata col suo nome proprio in tutto il testo coranico”.

Perché allora un certo terrorismo si dice islamico e legato al Corano? Se il fondamentalismo è tornare alla radice del libro sacro il fondamentalista islamico dovrebbe fondarsi su amore e misericordia.

“L’ignoranza è il nemico più grande dell’essere umano. Lo dice anche Papa Francesco: una buona evangelizzazione parte dalla conoscenza dell’altro. E più volte ha ripetuto che i testi sacri dell’islam conservano una gran parte della verità cristiana”.

Difficile sperare che si diffonda la lettura del Corano in Europa e nel mondo cristiane dal momento che anche le Bibbie e i Vangeli sono sugli scaffali di molti, ma per prendere polvere.

“In ogni modo la libertà venuta dal creatore permette di abusare non solo dei testi sacri ma del primo e assoluto testo sacro che è la vita stessa di ogni uomo. Il creato stesso è abusato e massacrato per l’opera dell’uomo. Questo non vuol dire che la creazione in se abbia il seme della violenza: un ragionamento simile va fatto per i testi sacri e in particolare per lo stesso Corano che al suo interno porta la vita, proponendo in tutti i suoi capitoli riferimenti alla creazione, alla natura, alla bellezza della vita sulla terra.

A noi abituati a pensare agli imam, magari con la barba, come gli interpreti del Corano, sembra strano vedere una donna insegnare teologia islamica. Come stanno le cose nel suo paese, l’Iran?

“In tutti i paesi islamici ci sono le facoltà teologiche, alcune statali: nell’istituto teologico sciita dove ho studiato in Iran, ci sono attualmente più di 8000 donne che studiano il Corano. Ma ne troviamo molte anche in altri paesi, come il Marocco”.

Articolo pubblicato su L’Adige del 25 febbraio 2016