Cambiare. Il capitalismo non è eterno.

Vitello d’oro, l’idolo immutabile dei nostri tempi è il capitalismo. Chi crede che sia un sistema economico «eterno» e anche di fronte alle diseguaglianze e ingiustizie che genera non pensa di cambiare strada è come se stesse idolatrando una divinità fasulla. Per Leonardo Becchetti, economista e docente presso l’Università Tor Vergata di Roma, si può invece cambiare modello in economia e si possono trovare le giuste strategie perché il cambiamento non sia traumatico, ma culturale e progressivo.
Alla Cattedra del Confronto il suo intervento, stasera, sarà attorno al tema del «cambiare il mondo» con modelli e pratiche economiche. Nel precedente incontro della Cattedra il banchiere Alessandro Profumo ha detto che il capitalismo è l’unico sistema economico attualmente possibile, altri sembra che non funzionino così bene.

Nessun cambiamento è dunque plausibile in economia? «Dobbiamo intenderci sul termine capitalismo. Se implica il sistema delle aziende intente a massimizzare il profitto e dove il vero portatore di interesse è chi mette il capitale e non i lavoratori, le comunità locali, i fornitori, allora questo non è il modello di “economia civile” che da alcuni anni stiamo elaborando e verso il quale stiamo indirizzando il cambiamento. Anche la dottrina sociale della Chiesa sostiene che la massimizzazione del profitto è il “vitello d’oro” dei nostri tempi.

La sua alternativa?
«Dobbiamo allargare l’orizzonte su tre fronti: l’uomo è persona e non “homo oeconomicus”, l’impresa non è massimizzazione del profitto, ma creazione di valore per tutti i portatori di interesse e il valore non è il pil ma il bes, benessere equo sostenibile. Questa è economia civile e quel che la dottrina sociale della Chiesa sostiene negli ultimi documenti. Il resto è “sistema tolemaico”, roba vecchia che ha mostrato ampiamente di non funzionare, con spinte autodistruttive come abbiamo constatato nel sistema bancario e monetario».
Dunque profitto sì, ma ben indirizzato?
«Verso imprese di tipo cooperativo, banche etiche, dove l’obiettivo non sia la massimizzazione del profitto per pochi. Siamo già sulla strada di questo cambiamento».

Lei parla di equità: che cosa intende esattamente?
«Per qualcuno può essere normale vivere in un mondo dove le 85 persone più ricche del mondo hanno la ricchezza dei 3 miliardi di persone più povere. Per me questo non è normale e neanche funzionale all’economia: è necessario che i ceti medio bassi abbiano la possibilità di consumare, comprare, per far funzionare l’economia. Non è un caso se le due più grandi crisi finanziarie, del 1929 e del 2007, siano scoppiate nei momenti di massima diseguaglianza. Equità significa ridurre questa profonda differenza».
Un povero, un disoccupato, come fa a partire da se stesso?
«C’è il “voto con il portafoglio” (titolo di un mio libro), se diventa un comportamento di massa. Comprare, in massa, solo quei prodotti che forniscano una certa garanzia di sostenibilità ed equità. Può essere una vera rivoluzione. Il mondo oggi non può restare al servizio dell’economia e sacrificare diritti e ambiente. Dal basso si deve votare con il portafoglio, dall’alto occorre stabilire delle regole fiscali o di partecipazione agli appalti che premino le filiere ambientalmente e socialmente più sostenibili».

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