Un altro passo

Un altro passo

Un passo diverso in tema di affettività e sessualità: dobbiamo farlo urgentemente se vogliamo smettere di piangere femminicidi e violenze su donne e omosessuali. La necessità di ricostruire le relazioni è al centro del nuovo saggio di Lucia Fronza Crepaz “Un altro passo” (ViTrend edizioni). A Fronza Crepaz, pediatra e saggista, deputata DC al parlamento (1987-1994), abbiamo chiesto di spiegarci il perché del titolo e la direzione impressa all’opera.

“Il libro parte da una domanda: come fare a spiegare il valore cristiano di matrimonio, convivenza e sessualità alla gioventù odierna, ai nostri figli e ai loro amici? Dopo le interviste contenute nel testo, la mia conclusione è netta: ci vuole un altro passo. Significa incontrare i giovani dove sono, senza aspettarli a casa nostra. È un altro modo di camminare insieme a loro: non dobbiamo andare avanti dicendo «seguiteci perché questa è la direzione giusta», né rincorrerli; dobbiamo camminare accanto. I giovani non sono un deserto valoriale. A differenza della nostra generazione, che era in opposizione a quella precedente, i ragazzi odierni hanno voglia di averci accanto, pur sentendosi diversi”.

Nel saggio cita Bonhoeffer: il matrimonio non si regge su un semplice amore privato, ma su un’investitura e un ufficio. Oggi c’è una forte tendenza alla privatizzazione dell’amore: legato al sentimento, sempre meno una questione sociale. Una famiglia giovane, immersa nella precarietà economica e lavorativa, come fa ad assumersi questa pesante investitura?

“Dobbiamo liberarci di un cliché: noi cattolici abbiamo spesso in testa l’idea della famiglia perfetta, quella formata da un uomo e una donna indissolubilmente legati con tanti figli. L’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco lo dice chiaramente: un modello non esiste, esistono tante famiglie in cammino. Dobbiamo cercare quotidianamente di aprirci e di accorgerci di ciò che ci circonda, passando dall’ascoltare al sentire. Nei diversi modelli di famiglia c’è una potenzialità da tirare fuori. Spesso è il nostro sguardo che cambia le persone: una visione preconcetta costringe l’altro dentro un modello e lo fa sentire rifiutato. Tenendo lo sguardo largo, diamo all’altro la possibilità di essere se stesso. La sfida per queste coppie in difficoltà è comprendere una verità: più si danno e più ricevono”.

Nel sesto capitolo parla di neuroscienze e orfanità educativa, citando Paul MacLean e il cervello trino. La scuola arranca e gli adulti fuggono le responsabilità genitoriali per rifugiarsi nell’aspetto puramente legale dei diritti del figlio. Possiamo ricostruire una pedagogia dell’affettività concreta, lontana dal vecchio moralismo e vicina ai reali bisogni dei ragazzi?

“Questo capitolo non era previsto: sono state le interviste dei giovani a impormelo. Tutti loro hanno espresso la preoccupazione per la generazione che li segue. Sentono il bisogno di mostrare ai più giovani una sessualità bella, intesa come dono e conquistata pian piano, valore dopo valore. Lo psichiatra Alberto Pellai spiega che gli adolescenti non hanno ancora sviluppato il lobo frontale: noi adulti dobbiamo essere il loro lobo frontale. Senza incarcerarli con regole, ma con l’esempio, con l’accompagnamento e con il perdono. Da pediatra e da nonna di un’adolescente avverto questa responsabilità: essere un lobo frontale fatto di no, ma anche di spiegazioni e di capacità di ricominciare sempre, qualunque cosa sia successa”.

La Chiesa fatica a rinnovare i propri linguaggi, nonostante la spinta di Papa Francesco. Quale passo pratico dovrebbero compiere le parrocchie per accogliere l’istanza di parità assoluta chiesta dai ragazzi? E cosa si può fare, anche a scuola, per superare le chiusure ideologiche verso l’educazione all’affettività?

“La Chiesa possiede una risorsa splendida che ancora non sfrutta appieno: le famiglie. Ancora non sono considerate veri compagni di viaggio per il Magistero, eppure hanno una capacità di accompagnamento unica nell’abituare i figli, fin da bambini, a essere uomini e donne. Sanno spiegare cose che vescovi e sacerdoti, pur con altri carismi importantissimi, non sanno comunicare. Questo è il primo passo. Il secondo è il discernimento, metodologia indicata da Francesco e da Leone: mettersi insieme a capire il tempo attuale alla luce della Parola di Dio. Bisogna applicarlo a matrimonio, convivenza e sessualità. Dobbiamo educare i bambini fin da piccoli alla diversità, liberi dagli stereotipi: il bambino può piangere e la bambina può arrampicarsi sull’albero. Serve la consapevolezza di essere un corpo sessuato, trattata con delicatezza a seconda dell’età. Imploro i governanti, locali e nazionali, perché la famiglia da sola non ce la fa. La scuola deve fare educazione alla relazione e all’affettività, senza la paura infondata di insegnare il sesso ai bambini. Ogni età ha la sua capacità di ricezione; esistono molti studi, anche di autori cattolici, su come affrontare questi temi. Guai a non affrontarli, soprattutto oggi: attraverso internet i ragazzi hanno un primo approccio alla sessualità violento, improntato sulla misurazione delle prestazioni e sulla sottomissione della donna”.

In Italia, nel 2026, accadono ancora episodi drammatici: padri che, davanti alla confessione dell’omosessualità del figlio, reagiscono con la violenza dicendo «meglio morto che omosessuale». Questo accade in una nazione cattolica. C’è una responsabilità della Chiesa in tutto questo?

“Una ragazza da me intervistata afferma che le religioni a volte hanno cementato la cultura patriarcale. Si sono occupate più della sessualità maschile che di quella femminile; si sono concentrate sul consenso al momento del «sì» perpetuo, trascurando il consenso quotidiano dentro la coppia. Il consenso non è un documento burocratico in cui si stabilisce cosa uno può o deve fare, come ironizza certa cultura patriarcale. Consenso significa occuparsi dell’altro, capirlo, farsi uditori delle sue richieste ed esprimere le proprie. In questa visione, l’omosessualità non è una scelta peccaminosa, è uno stato. È una realtà che scopri dentro di te, non qualcosa che si diventa. Manca la cultura su questo tema. Oggi, dentro una parte della Chiesa, ci sono pagine bellissime che devono diventare patrimonio di tutti: l’omosessualità è uno stato che va rispettato. Siamo tutti figli dello stesso Padre, ed è possibile realizzare un grande disegno in ciascuna persona”. (intervista pubblicata su L’Adige del 29 luglio 2026)

Addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività.

Addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività.

Siamo costantemente connessi, eppure profondamente isolati. Per l’antropologo Pietro Vereni l’uscita dalla nevrosi individuale impone una scelta netta: ri-ritualizzare la vita sociale attraverso la presenza viva dei corpi. Vereni è docente all’Università “Tor Vergata” di Roma e ricercatore con varie esperienze sul campo. Ad FBK di Trento ha tenuto il seminario “Fusione o identificazione? Rituali, memoria e (dis)connessione sociale tra isolamento e comunità”. L’evento era organizzato dal Centro per le Scienze Religiose (FBK-ISR): si inserisce nel ciclo “Solitudine e comunione nella religione e nell’etica”, coordinato dal direttore Massimo Leone.

Vereni rovescia un luogo comune: la solitudine odierna non deriva dall’assenza di appartenenze. Il problema è qualitativo: troppa identificazione astratta, poca fusione reale. Esorta a un cambio di passo: meno decostruzione, più ricostruzione. Gli abbiamo domandato quali possono essere i mattoni concreti per edificare nuovi riti civici
“Il primo mattone è la consapevolezza: la postura rituale è una necessità evolutiva della nostra specie – risponde Vereni – ma abbiamo bisogno di decisori politici capaci di attivare sequenze rituali socialmente riconosciute. L’antropologo Harvey Whitehouse evidenzia un paradosso nel suo libro “L’animale rituale”: durante il Covid implementare rituali significativi sarebbe stato più utile dell’imporre solo comportamenti strumentali. Il rito ha un’opacità causale: è un comportamento di fronte al quale sfuggono le connessioni di causa ed effetto. La gestione britannica della pandemia ha fallito proprio qui: le regole cambiavano in continuazione, mentre le persone cercavano disperatamente pattern di azione e sequenze ordinate”.

Perché gli esseri umani hanno un bisogno così vitale di assecondare questa inclinazione rituale?
“E’ una modalità di adattamento: i gruppi di ominidi capaci di sviluppare questa postura rituale avevano maggiori probabilità di sopravvivere. Parliamo di sovra-imitazione: l’atteggiamento di copiare un comportamento anche senza capirne lo scopo. I primati non lo fanno: saltano la sequenza incomprensibile e puntano dritti all’obiettivo pratico. I bambini agiscono diversamente: imitano ogni passaggio, anche il più apparentemente illogico. Lo fanno per lanciare un messaggio chiaro alla persona imitata: io appartengo a questo gruppo. La motivazione profonda è l’inclusione sociale: partecipare a un rito serve a confermare e saldare la propria appartenenza”.

I rituali ad “alta intensità” generano fusione identitaria: il lato oscuro porta chiusura, esclusività, ostilità tribale verso l’esterno. Come possiamo pensare rituali aggreganti: pratiche capaci di densità relazionale senza degenerare in violenza?
“Questa è la sfida delle scienze sociali: offrire competenze per ricostruire. Dobbiamo addomesticare la fusione identitaria a vantaggio della collettività. Un metodo efficace è la defusione all’interno di gruppi chiusi: clan criminali, sette, frange estremiste. In Inghilterra hanno fatto incontrare ex detenuti e hooligans : condividere narrazioni neutralizza l’intensità della fusione. Il racconto decostruisce l’artificialità del ricordo originario. Possiamo applicare questo modello a traumi collettivi: i sopravvissuti a un terremoto faticano a ritrovarsi in un quadro sociale condiviso. Creare gruppi di ascolto strutturati attorno a piccoli riti aiuta a ricostruire l’orizzonte sbriciolato”.

Le piazze digitali estremizzano l’isolamento: ci identifichiamo in bolle ideologiche restando chiusi in casa. La ricostruzione necessita di un ritorno radicale all’esperienza fisica?
“Lo spazio digitale apre frontiere inesplorate. L’assenza del corpo rappresenta tuttavia un limite strutturale insormontabile. Senza la presenza dei corpi condivisi, la dimensione rituale si impoverisce: scivola verso la nevrosi individuale. Le comunità possono essere deterritorializzate o transnazionali: ma senza l’interazione effettiva del corpo sociale, il movimento si spegne. La soluzione esige fisicità: usare meno il telefono a favore di esperienze reali. Jonathan Haidt invita a limitare i consumi digitali sotto i 16 anni : stiamo abbandonando i nostri figli in uno spazio virtuale pericolosissimo per lo sviluppo cerebrale e per le interazioni sociali. Lo spazio può essere virtuale: il tempo impiegato non lo è. La pandemia ha frantumato i nostri ritmi : dobbiamo riritualizzare la vita sociale attraverso l’interazione reale dei corpi”.

(pubblicato sul quotidiano L’Adige di Trento marzo 2026)

Semplificare non è tradire: è seminare complessità

Semplificare non è tradire: è seminare complessità

Visitiamo il Louvre in due ore sentendoci appagati, impariamo le lingue con le app tra una notifica e l’altra, ma quando si parla di letteratura o filosofia ci trinceriamo dietro un rigido purismo: o l’opera omnia o il nulla. È il grande paradosso della cultura umanistica contemporanea: un sapere che rischia l’estinzione per eccesso di zelo. Serve un “bagno di umiltà” per scendere dalla cattedra e accettare che semplificare non significa tradire, ma seminare.
Ne parliamo con Lucia Rodler, docente di Letteratura applicata all’Università di Trento e curatrice di un convegno tenutosi a Trento lo scorso novembre dal titolo: “La comunicazione umanistica e scientifica: problemi e prospettive”.
Professoressa Rodler, partiamo dall’etimologia. Comunicare è munus: intreccio inestricabile di dono e dovere. Come si evita che la burocrazia della “Terza Missione” universitaria soffochi questa gratuità?
“La Terza Missione non può ridursi a mera valorizzazione economica o trasferimento tecnologico: è innanzitutto impegno civile. L’università deve cessare di essere torre eburnea per farsi permeabile: un luogo dove la cultura entra ed esce in osmosi con il territorio. Il munus è responsabilità verso la cittadinanza: un ascolto attivo delle esigenze della comunità per trasformare il sapere in un bene equitativo, accessibile a tutti. Non è solo un dettame istituzionale: è la volontà di rendere l’università un’esperienza tangibile, capace di radicarsi nel tessuto sociale”.
Siamo abituati a pensare che la scienza “dura” necessiti di traduzione, mentre diamo per scontata l’accessibilità della cultura umanistica. È un errore di prospettiva?
“Assolutamente: anche le discipline umanistiche necessitano di un bagno di umiltà. Il codice culturale condiviso del Novecento si è frantumato: i riferimenti che per i “boomer” erano immediati – dai Promessi Sposi ai testi biblici – oggi risultano oscuri alle nuove generazioni. Se i docenti non rinnovano i linguaggi, il rischio è l’estinzione di questo patrimonio. Dobbiamo abbandonare certi snobismi strutturalisti e recuperare la chiarezza: la divulgazione è semen, una disseminazione che accetta di perdere qualcosa in profondità per guadagnare in vita e diffusione”.

Esiste però il timore della banalizzazione: semplificare significa tradire la complessità?
“È un paradosso: accettiamo di visitare il Louvre in un giorno sentendoci arricchiti, o di approcciare le lingue con app come Duolingo. Eppure, sulla letteratura diventiamo intransigenti: o leggi tutto Joyce o nulla. È un atteggiamento autolesionista. Meglio che ottocento persone su mille accedano a una versione divulgativa della cultura piuttosto che riservarla a dieci specialisti. La divulgazione è un avviamento, una soglia: non sostituisce lo studio, lo propizia”.

I tempi lunghi dello studio umanistico sembrano cozzare con la “dinamite dei decimi di secondo” dei nuovi media. È una convivenza possibile?
“Deve esserlo. I media – dalla televisione di ieri ai social di oggi – sono potenti inneschi: io stessa mi avvicinai ai classici grazie agli sceneggiati Rai. Oggi l’editoria e le piattaforme offrono nuove bussole per orientarsi. La formazione del futuro non può più essere solo verticale: immagino una figura professionale a forma di “Pi greco” (Π). Due gambe solide fondate sulle competenze specialistiche e informatiche, unite però da un architrave orizzontale: la capacità di comunicare e di connettere i saperi in modo interdisciplinare. È questa la sfida per i nostri dottorandi: essere traduttori di complessità”.

Filosofia come libertà e liberazione. Per UTETD.

Università della Terza Età e del Tempo Disponibile

La Libertà

Un percorso di “liberazione” attraverso la filosofia

Il Tema del Corso

Il concetto di libertà è centrale nella filosofia occidentale, ma il suo significato non è affatto scontato.

Questo percorso esplora la libertà non come uno stato dato, ma come un processo: un faticoso cammino di “liberazione”.

Ogni filosofo ci indicherà una “prigione” da cui fuggire e una “via” da percorrere.

Prima Lezione

Le Fondamenta della Libertà:
Dall’Anima alla Natura, da Dio all’Infinito

1. Socrate: La Prigione dell’Ignoranza

Il nostro viaggio inizia con una ridefinizione dell’essere umano. Per Socrate, “noi siamo la nostra anima”. L’identità risiede nella *psyché*, intesa come sede della vita intellettuale e morale.

La vera prigione, quindi, non è il corpo, ma l’ignoranza: l’agire senza conoscere il vero Bene.

“Nessuno compie il male volontariamente, ma per ignoranza.”

Socrate: La Liberazione attraverso la Conoscenza

Il percorso di liberazione è il celebre motto: “Conosci te stesso” (Gnōthi seauton).

La libertà si ottiene attraverso la “cura dell’anima”: un dialogo incessante (la maieutica) per liberare la nostra anima dalle false opinioni.

Concetto Chiave: Intellettualismo Etico

La vera libertà non consiste nel fare ciò che ci pare (schiavitù delle passioni), ma nell’agire secondo ragione, conoscendo il Bene.

2. Aristotele: La Libertà nell’Azione Concreta

Con Aristotele, la ricerca della libertà scende dal cielo alla terra. L’etica non è una scienza teoretica, ma una “scienza pratica”.

Il suo fine non è la conoscenza astratta del Bene (come in Platone), ma la felicità (*Eudaimonia*) raggiungibile in questa vita.

Importante: per Aristotele, l’uomo è libero. In campo etico e morale, le sue azioni non sono “necessarie” o preordinate.

Aristotele: La Prigione degli Estremi

La prigione da cui liberarci è il caos degli impulsi, il dominio delle passioni che ci spingono verso i due estremi: l’eccesso e il difetto.

Siamo schiavi quando siamo vili (difetto di coraggio) o quando siamo temerari (eccesso di coraggio).

Aristotele: La Liberazione come “Giusto Mezzo”

La libertà è autodeterminazione. Si realizza attraverso l’esercizio della virtù.

La virtù è la capacità, forgiata con l’abitudine, di scegliere il “giusto mezzo” tra i due estremi.

Strumento: La Saggezza (Phronesis)

Il giusto mezzo non è una media matematica, ma una scelta che si adatta alla situazione. Per trovarlo serve la saggezza pratica, la virtù dianoetica che guida le virtù etiche.

3. Epicuro: La Prigione della Paura

Con l’ellenismo, la libertà si ritira dalla vita pubblica e diventa una conquista interiore. La prigione è il turbamento (*tarassia*) dell’anima.

Siamo schiavi di due paure fondamentali:

  • La paura degli dèi (che ci puniscano).
  • La paura della morte (che sia dolorosa o una fine terribile).

Epicuro: La Liberazione come “Atarassia”

Il percorso di liberazione è il “Quadrifarmaco”, una “medicina” per l’anima.

“Il male, la morte, non è nulla per noi: quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi.”

Concetto Chiave: Atarassia

La vera libertà è l’assenza di turbamento. È la pace dell’anima che si raggiunge “vivendo nascosti”, liberandoci dai desideri superflui e dalle paure infondate.

4. San Tommaso: Il Rischio del “Liberum Arbitrium”

Nel pensiero cristiano, la libertà è un dono divino fondamentale: il libero arbitrio (*liberum arbitrium*), la facoltà di scegliere.

Questa stessa facoltà è però un rischio. La prigione è il peccato: l’uso errato della nostra libertà, la scelta del male.

La liberazione, quindi, è il percorso della Grazia e della Fede che “curano” la nostra volontà e la ri-orientano verso il Bene (Dio), che è il nostro fine ultimo.

5. Giordano Bruno: La Liberazione dal Dogma

Alle soglie della modernità, la prigione torna ad essere esterna: è il dogma.

Sono le catene imposte dalla tradizione, dalla filosofia aristotelica e dall’autorità religiosa che ingabbiano il pensiero in un cosmo finito e gerarchico.

La liberazione è la scoperta dell’universo infinito. L’anima umana, scintilla di questo infinito, ha un desiderio infinito di conoscenza.

Concetto Chiave: Eroico Furore

È lo slancio intellettuale e passionale che spinge l’uomo a superare ogni limite per unirsi con l’infinito. La libertà di pensiero è un valore assoluto, da difendere fino al rogo.

Fine della Prima Lezione

Riepilogo: Dalla conoscenza di sé (Socrate) e la virtù pratica (Aristotele), alla pace interiore (Epicuro), fino all’adesione al divino (Tommaso) e alla rottura eroica dei limiti (Bruno).

Seconda Lezione

Il Labirinto della Libertà Moderna:
Autonomia, Volontà, Esistenza

La Svolta Moderna: Le Prigioni Interiori

Con la modernità, il campo di battaglia della libertà si sposta all’interno dell’individuo.

Le catene non sono più (o non solo) il cosmo, Dio o la paura della morte. Le prigioni più difficili da espugnare sono dentro di noi: le nostre passioni, la nostra ragione, la nostra stessa volontà.

6. Kant: La Prigione dell'”Eteronomia”

Per l’Illuminismo kantiano, la prigione è l’eteronomia (da *heteros*, “altro”, e *nomos*, “legge”).

Siamo schiavi ogni volta che lasciamo che la nostra legge morale ci venga dettata da qualcosa di esterno a noi:

  • Dalle nostre passioni (“faccio così perché mi piace”).
  • Dall’autorità (“faccio così perché lo dice il Re / il Prete”).
  • Dalla tradizione (“faccio così perché si è sempre fatto così”).

Kant: La Liberazione come “Autonomia”

Il percorso di liberazione è il motto stesso dell’Illuminismo:

“Sapere Aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”

La libertà è Autonomia (da *autos*, “se stesso”, e *nomos*, “legge”). È la capacità della ragione di dare legge a se stessa.

Kant: La Libertà è Obbedire alla Ragione

Siamo veramente liberi solo quando agiamo moralmente, cioè quando la nostra volontà sceglie di obbedire alla legge morale che la nostra stessa ragione scopre dentro di noi.

Questa legge è l’Imperativo Categorico.

Per Kant, la libertà non è fare ciò che ci piace, ma fare ciò che dobbiamo, scegliendo razionalmente di farlo.

7. Schopenhauer: La Prigione della Volontà

Dopo Kant, il pensiero romantico e idealista rovescia la prospettiva. Per Schopenhauer, la ragione è solo un’illusione.

La vera prigione è la realtà stessa. Il mondo è dominato da una forza cieca, irrazionale ed eterna: la Volontà di Vivere.

Noi non siamo liberi. Siamo solo marionette di questa Volontà che ci costringe a desiderare, lottare e soffrire, in un ciclo infinito e senza senso.

Schopenhauer: La Liberazione DALLA Volontà

Se la vita è prigionia e sofferenza, la liberazione non può essere *nella* vita, ma *dalla* vita.

Il percorso di liberazione ha tre tappe:

  1. L’Arte (una liberazione temporanea, contempliamo le idee senza desiderio).
  2. La Pietà (com-patire il dolore altrui).
  3. L’Ascesi (la liberazione definitiva).
Concetto Chiave: Noluntas

La vera libertà è la Noluntas: la negazione della volontà stessa, lo spegnimento del desiderio, il raggiungimento del Nirvana.

8. Nietzsche: La Prigione della “Morale degli Schiavi”

Nietzsche accetta la premessa di Schopenhauer (il mondo è caos irrazionale) ma ne rovescia la conclusione. La sua è una filosofia del “Sì” alla vita.

L’annuncio “Dio è morto!” non è una tragedia, ma una liberazione.

La vera prigione è la morale giudaico-cristiana: una “morale degli schiavi” nata dal *ressentiment* (risentimento) dei deboli, che ha definito “peccato” tutto ciò che è forte, nobile e vitale.

Nietzsche: La Liberazione come “Volontà di Potenza”

Il percorso di liberazione passa per il rifiuto dei vecchi valori e la creazione di nuovi. È il passaggio dall’uomo all’Oltreuomo (*Übermensch*).

La libertà non è negare la volontà (Schopenhauer), ma potenziarla.

Concetto Chiave: Volontà di Potenza

Non è il desiderio di dominare gli altri, ma la volontà di auto-superamento, di imporre la propria volontà creatrice sul caos e di diventare ciò che si è.

Nietzsche: L’Accettazione Totale (“Amor Fati”)

Il test supremo della liberazione nietzschiana è l’accettazione dell’Eterno Ritorno dell’Uguale.

Saresti libero e felice di rivivere questa stessa vita, con i suoi dolori e le sue gioie, infinite volte?

L’Oltreuomo è colui che risponde “Sì!” e pratica l’Amor Fati: l’amore per il proprio destino, qualunque esso sia.

9. Sigmund Freud: La Terza Rivoluzione

Il ‘900 si apre con una nuova, profonda messa in discussione della libertà.

Dopo Copernico (non siamo al centro dell’universo) e Darwin (siamo animali), Freud compie la terza “rivoluzione” o “umiliazione” per l’uomo.

“L’Io non è padrone in casa propria.”

La nostra libertà cosciente è un’illusione.

Freud: La Prigione dell’Inconscio

La nostra mente è un campo di battaglia. La nostra apparente libertà è in realtà determinata da forze che non controlliamo.

Siamo prigionieri di un conflitto tra:

  • Es (Id): Le pulsioni biologiche, l’istinto, il principio di piacere.
  • Super-Io (Super-Ego): La morale interiorizzata, il genitore, il giudice, il senso di colpa.
  • Realtà Esterna: I vincoli del mondo.

L’Io (Ego) è il povero mediatore che cerca di non impazzire.

Freud: “Il Disagio della Civiltà”

Anche la società è una prigione. Per vivere insieme (la Civiltà o *Kultur*), dobbiamo reprimere le nostre pulsioni (sesso e aggressività).

Abbiamo scambiato la nostra felicità (libertà pulsionale) con la sicurezza.

“Il prezzo del progresso si paga con la riduzione della felicità, dovuta all’intensificarsi del senso di colpa.”

Freud: La Liberazione come Consapevolezza

La liberazione freudiana non è una libertà assoluta (impossibile), ma un faticoso aumento di consapevolezza.

Il percorso è la psicoanalisi: portare alla luce i traumi, i desideri e i conflitti rimossi.

L’Obiettivo: “Wo Es war, soll Ich werden”

(“Dove era l’Es, deve subentrare l’Io”). La liberazione è sostituire la coazione inconscia con la scelta (per quanto limitata) dell’Io.

10. L’Esistenzialismo: La Libertà al Centro

Con Heidegger e Sartre, la libertà non è più solo un *problema* filosofico, ma diventa l’essenza stessa dell’esistenza umana.

L’uomo è l’unico ente il cui modo di essere è l’interrogarsi sul proprio essere, e quindi… scegliere.

Heidegger: La Prigione dell’Esistenza Inautentica

L’uomo è *Dasein* (Esser-ci), un essere “gettato nel mondo” senza averlo chiesto.

La prigione è l’esistenza inautentica: la fuga dalla nostra unicità per rifugiarci nell’anonimato del “Si” (das Man).

  • Si dice, si fa, si pensa…
  • È la vita dominata dalla “chiacchiera”, dalla “curiosità” e dall'”equivoco”.

Heidegger: La Rivelazione dell’Angoscia

Come ci si libera? La via è annunciata da un’emozione fondamentale: l’Angoscia (*Angst*).

L’Angoscia non è “paura” (che è sempre *di qualcosa*), ma è l’angoscia *del nulla*. Ci fa sentire spaesati e ci rivela la nostra vera condizione.

L’Angoscia ci mette di fronte alla nostra “possibilità più propria”: l’essere-per-la-morte.

Heidegger: La Liberazione come Esistenza Autentica

L’uomo non è una cosa fissa, ma è “poter-essere” (possibilità).

La liberazione è l’esistenza autentica. Consiste nell'”anticipazione della morte”: vivere sapendo di dover morire ci libera dalla banalità e ci costringe a scegliere.

La libertà autentica è assumersi la responsabilità del proprio, unico progetto di vita.

11. Sartre: “L’Esistenza Precede l’Essenza”

Sartre porta l’esistenzialismo alle sue estreme conseguenze.

Prima esistiamo (“gettati nel mondo”), e solo *dopo*, attraverso le nostre scelte, definiamo chi siamo (la nostra “essenza”).

Non c’è una natura umana, non c’è un Dio che ci ha progettati. Siamo radicalmente liberi.

Sartre: La Prigione della “Malafede”

Questa libertà assoluta è terrificante. Genera Angoscia.

La prigione è la “malafede” (*mauvaise foi*): è la fuga dalla libertà. È il mentire a noi stessi, pretendendo di *dover* essere in un certo modo (un cameriere, un professore, un “bravo ragazzo”), come se fossimo una cosa (un *essere-in-sé*) e non una pura possibilità (*essere-per-sé*).

Sartre: La Prigione dello Sguardo Altrui

La nostra libertà è minacciata anche dallo sguardo dell’Altro.

Lo sguardo altrui ci “reifica”, ci trasforma in un oggetto, ci definisce. Ci ruba le nostre possibilità e ci giudica. È in questo senso che va intesa la famosa frase:

“L’inferno sono gli altri.”

Sartre: La Liberazione come “Condanna”

Per Sartre, non c’è una vera “liberazione”, perché siamo già liberi. Non possiamo non esserlo.

“L’uomo è condannato ad essere libero. Condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa.”

La “liberazione” consiste solo nell’accettare questa condanna e nell’assumersi la responsabilità totale di ogni nostra scelta.

12. Wittgenstein: L’Ultima Prigione

Il percorso del ‘900 si conclude con una prigione inaspettata: non la morale, non l’inconscio, ma il linguaggio stesso.

Molti dei nostri grandi problemi (cos’è l’Essere? cos’è la Volontà? cos’è la Libertà?) non sono problemi reali, ma “crampi mentali”.

Sono malattie causate da un uso scorretto del linguaggio, che ci intrappola in “giochi” che non comprendiamo.

Wittgenstein: La Liberazione come Chiarezza

Il percorso di liberazione è la filosofia intesa come terapia.

Il suo scopo è “mostrare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia”.

La libertà non è trovare la risposta, ma *dissolvere la domanda*. È la chiarezza: comprendere come funziona il nostro linguaggio e quali sono i suoi limiti.

“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.”

Conclusione: Il Filo Rosso (Antichità)

Il percorso di “liberazione” ci ha portati a fuggire:

  • Dall’Ignoranza di noi stessi (Socrate)
  • Dagli Estremi e dagli impulsi (Aristotele)
  • Dalla Paura della morte e degli dèi (Epicuro)
  • Dal Peccato come cattivo uso del volere (Tommaso)
  • Dai Dogmi e dai limiti del pensiero (Bruno)

Conclusione: Il Filo Rosso (Modernità)

Il viaggio moderno ci ha portati a liberarci:

  • Dall’Eteronomia e dalle passioni (Kant)
  • Dalla Volontà di Vivere cosmica (Schopenhauer)
  • Dalla Morale del risentimento (Nietzsche)
  • Dall’Inconscio e dal senso di colpa (Freud)

Conclusione: Il Filo Rosso (Contemporaneità)

Infine, il ‘900 ci ha chiesto di liberarci:

  • Dalla Banalità dell’esistenza inautentica (Heidegger)
  • Dalla “Malafede” che nega la nostra libertà (Sartre)
  • Dalle Trappole del Linguaggio (Wittgenstein)

La Libertà Oggi

Il viaggio della filosofia ci mostra che la libertà non è mai un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma una conquista e una responsabilità costanti.

La domanda finale che resta aperta è:

Quali sono le nostre prigioni contemporanee? E quali i nostri percorsi di liberazione?

Grazie per l’attenzione.